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L’affaire Moro e l’involuzione comunista

caso morodi Giorgio Frabetti- Fino ad un decennio fa, c’erano periodi in cui si può dire ciclicamente si riproponevano i veleni e i misteri del “caso Moro”: quanti erano i componenti del commando che hanno sparato in Via Fani, il perchè del trafugamento delle valige di Moro (contenenti chissà quali dossier sui quali si è molto favoleggiato), il perchè del depistaggio del “lago della Duchessa”, il tormentone infinito del vero rifugio di Moro (se alla Magliana o in via Caetani), quali moventi esterni (KGB? CIA? P2?), la “manina” di Gladio. A chi oggi ripercorra gli eventi di quegli anni, non resta che la dirompente e impressionante prova di cinismo e di nichilismo politico che, dal caso Moro in poi, divenne la nota eclatante e visibile della politica comunista in Italia. Una cosa deve essere chiara: nessun partito, nè politico di allora, davanti al rapimento di un esponente tanto importante della classe dirigente avrebbe potuto venire a patti con i terroristi: una simile legittimazione, infatti, avrebbe reso i terroristi ancora più arroganti e avrebbe reso lo Stato Italiano qualcosa di simile a certi stati Sud-Americani (vedi Colombia), messi continuamente sotto scacco dai guerriglieri; su questo versante, non era possibile alcuna vera alternativa. Viceversa, il “caso Moro” rivelò il cinismo comunista nella misura in cui bloccò ogni illusione di “conversione democratica” del PCI (come sperava Moro ma come dall’interno sperava uno dei leader di punta della “corrente” migliorista, Giorgio Napolitano) il quale, messo nell’angolo dall’iniziativa e dalla concorrenza delle BR, istituzionalizzò nel tempo una tattica di filybustering politico contro i partiti moderati, che non ha l’eguale in Europa e che fa del Ns. paese uno dei paesi con più accentuato deficit di democrazia tra i Paesi Occidentali. Alla base di tutto, c’è un equivoco, la formula della “solidarietà nazionale”, ovvero la prospettiva di aggregare il PCI nell’area di governo: un progetto patrocinato da Aldo Moro con la prospettiva di “logorare il PCI sulla strada del governo” (Giorgio Galli), ma che di fatto delimitava una divisione dei poteri assolutamente vantaggiosa per il PCI: mentre, da un lato, la “solidarietà nazionale” confermava la cd conventio ad excludendum del PCI dal Governo (per ragioni complicate essendo il PCI partner non allineato all’Alleanza Atlantica e non volendo il PCI mettere in discussione il suo filo diretto con la centrale di Mosca), nello stesso tempo, ritagliava per il PCI un ruolo di “arbitro parlamentare” che presupponeva il ricoscimento del PCI come formazione di avanguardia nella società civile: i comunisti, in questa prospettiva, assumevano il ruolo di cives praeclarii! Chi oggi ripercorra la vigilia del caso Moro, e vada a quei giorni febbrili ed equivoci che portarono alla formazione del monocolore democristiano Andreotti (composto per lo più da notabili “dorotei” del più vieto conservatorismo di marca DC) appoggiato programmaticamente dal PCI, non deve solo vedere il capolavoro del gattopardismo e del trasformismo democristiano (oggi parleremo di “inciucio”), ma deve vedere la vittoria totale a livello politico delle tesi di Franco Rodano e della Sinistra Cristiana formatasi nella Torino degli anni 30/40 (e così ben descritta da un “pentito” come Augusto del Noce), tesa ad identificare, in coerenza all’insegnamento gramsciano, il comunismo con la quintessenza delle “virtù civiche” italiane, perchè espressione compiuta e perfetta del “primato civile e morale degli italiani” (Gioberti). In quest’ottica, il “compromesso storico”, ovvero l’incontro tra Cattolici e Comunisti, assumeva un ruolo particolare ed essenziale: il “capolavoro italiano” (Prezzolini) del cattolicesimo romano, tramite il comunismo, veniva, in questa chiave, inverato (secondo Gramsci) in una superiore verità e perfezione, in un republicanesimo nazionale, ma con vocazione universale che avrebbe dovuto diventare il punto di riferimento dell’Europa Occidentale intera: di qui, la ragione storica, oltrechè dell’incontro tra masse cattoliche e masse comuniste (preconizzata da Berlinguer su Rinascita nel 1973), della politica dell’eurocomunismo. Nella sua intima sostanza, oggi lo abbiamo ben capito, tutte queste formule di “primato comunista” costituiscono solo ”vuota retorica”: allora, infatti, servivano ad accreditare presso l’Occidente un Comunismo dal “volto umano” ma che, in realtà, non solo non aveva abiurato per niente dalla centrale “moscovita”, ma che viveva della rendita della “doppia morale” di Togliatti. Da allora, se l’esperienza di governo della cd “solidarietà nazionale” costituì un episodio effimero (il Governo nato sul sangue di Via Fani cadde infatti nemmeno un anno dopo nel gennaio 1979 sull’istituzione dello SME), essa però lasciò tracce molto profonde nella società civile, perchè contribuì a confermare la Sinistra Comunista e progressista come unica depositaria dell’onestà e della virtù civile in Italia, specie nella Magistratura. A prendere, però, in contropiede il PCI berlingueriano furono le BR. Strana nemesi per un partito come il PCI, che per decenni aveva operato di “disinformazione”, carcando di accreditare un proprio volto “non violento” e civile, ma che, nel momento culminante della sua legittimazione politica e sociale, fu riportato alla cruda realtà e alla verità delle sue radici: la violenza rivoluzionaria. L’azione brigatista, infatti, fu un’azione concepita in pretto stile leninista, in pieno spirito di “guerriglia politica” (chi non coglie questo aspetto e vede nelle BR degli eterodiretti da “Gladio” e simili è completamente fuori strada) con lo scopo di forzare la mano ad un PCI, che, visto con gli occhi rozzi del proletario rivoluzionario, si stava perdendo nella melassa intellettual-politicante, dimenticando le ragioni degli operai. In particolare, gran parte della “base” non accettò l’alleanza con la DC (il nemico di sempre) e l’ambiguità di Berlinguer che accreditava il PCI contemporaneamente come “partito di lotta e di governo”. Dal caso Moro, poi, complice anche la rabbia e l’intransigenza con la quale Berlinguer reagì alla concorrenza politica brigatista, seguì un tragico sequel di morti (almeno fino al 1981/81) che di fatto decimò gli esponenti più moderati e latu sensu “miglioristi” del PCI, più propensi ad accettare una trasformazione del PCI in senso social-democratico (vedi morte del giudice Galli etc.): se oggi questa classe dirigente non fosse stata decimata dalle BR, oggi forse avremmo una Sinistra più adatta ad assumersi le responsabilità del governo e dell’opposizione. Di fronte a questa svolta leninista delle BR, il PCI, in seria difficoltà a giustificare la sua ambiguità presso le masse, invece di reagire con il mea culpa, pensò bene di scaricare sulla DC e i partiti moderati i suoi problemi interni, intraprendendo (specie col caso P2) una strategia di filybustering e di delegittimazione morale della classe politica moderata di enorme violenza e di cui oggi vediamo il continuum nell’anti-berlusconismo militante. Si realizzò, così, per questa via, una singolarissima sintesi tra i luoghi comuni rodaniano-gramsciani e lo spirito settario delle BR:  in altre parole, il PCI, se superficialmente aveva perso i tratti del partito sovversivo classico, era nello stesso tempo divenuto una strana congrega di “integralisti” (Licio Gelli parlerà di “laica inquisizione”!) che riproponeva in chiave laica e secolare il catastrofismo escatologico che era stato prerogativa di gruppi millenaristi celebri come i gioachimiti eretici del XII secolo ovvero come i “puritani” nel XVII secolo in Inghilterra! In altre parole, il PCI contenne ed evitò la disgregazione, cui avrebbe potuto portarlo l’eresia brigatista, riproponendo, sul piano dell’estremismo e dell’integralismo verbale e moralistico, quell’estremismo e quell’integralismo che conduceva i brigatisti alla violenza politica. Con questo corto circuito, il PCI si avviò al declino politico degli anni ‘80 e a quella parvenza che negli anni 90 e 2000, gli ha consentito di sopravvivere in nome della missione “antiberlusconiana” (Berlusconi, cioè, divenendo la “babilonia” e la “mammona” nazionale, madre di tutte le iniquità): con ciò, disperdendo immense possibilità di rinnovamento e di sviluppo, disperdendo enormi possibilità culturali, di analisi politica, di strategia, di rinnovamento della classe dirigente. Se oggi il PD è quell’ectoplasma che è, lo si deve al grado di avvitamento e di autoreferenzialità settaria raggiunto dal PCI a partire dall’affaire Moro.

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