15 mar, 2010
Immigrazione si, ma con quali diritti?
La sinistra italiana, ipnotizzata dal pifferaio magico Antonio Di Pietro, ha deciso di giocare questa campagna elettorale tutta sulla cronaca giudiziaria perché non ha una proposta politica per il Paese. Questo lo capiscono anche i bambini. Quello che si capisce meno è come mai la destra sia caduta in questa trappola. Invece di rispondere con i contenuti e con l’azione di governo, che pure ci sono, si è lasciata finora tramortire da un dibattito che sarebbe irrilevante se non fosse demenziale. Vogliamo parlare della Toscana invece che dei ricorsi elettorali o dei giudici di Trani? Facciamolo dunque. E cominciamo dal tema dell’immigrazione dove il governo delle sinistre qui in Toscana ha fatto scelte pesanti come montagne che sono destinate a condizionare il futuro di questa regione. Il Consiglio regionale il 2 giugno 2009 ha approvato a maggioranza, con il voto contrario del centrodestra, la nuova legge sull’immigrazione che prevede, tra l’altro, anche l’assistenza sociale per i clandestini. La legge prevede che tutte le persone dimoranti nel territorio regionale, anche se prive di titolo di soggiorno (cioè i clandestini) possono fruire degli interventi socio-assistenziali urgenti e indifferibili, necessari per garantire il rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti ad ogni persona in base alla Costituzione ed alle norme internazionali. Nessuno discute della opportunità di aiutare il prossimo di qualunque colore, razza, lingua e religione esso sia. E’ ovvio che sia giusto. Ma l’assistenza ai diseredati è sostanzialmente un intervento umanitario che nel nostro Paese era già effettuato dal servizio sanitario pubblico e dal volontariato. Quindi la Regione Toscana, per dimostrare la propria solidarietà poteva semplicemente trasferire maggiori risorse alla Caritas e al volontariato sociale qualificato. Non c’era bisogno di una “legge bandiera” se non al solo scopo di accelerare i mutamenti in atto nella composizione etnica della Toscana così da attirare da altre regioni orde di clandestini extracomunitari magari attraverso l’intermediazione di sindacati e patronati vicini al potere a cui far ritornare di riflesso una parte delle risorse. Ma una immigrazione incontrollata non ha effetti nefasti solo sull’ordine pubblico e sui delicati equilibri della convivenza civile ma produce (e sta producendo) seri danni all’economia. L’economia cattiva scaccia quella buona e così imprenditori in regola con il Fisco e con l’INPS, quando riescono a trovare clienti e commesse, incontrano seri problemi nella concorrenza sleale di aziende che in Toscana (si, proprio sotto casa nostra) fanno lavorare clandestini in condizioni disumane al di fuori di qualsiasi garanzia con la connivenza dei maggiori sindacati. La produttività di uno schiavo che dorme sotto il bancone è maggiore di quella di un operaio con permesso di soggiorno e busta paga. Ma questo è un bene per l’economia? E purtroppo, dobbiamo dirlo, grandi firme che fino a ieri davano lavoro a piccoli imprenditori che sì, evadevano qualcosa, ma i contributi minimi ai dipendenti li pagavano, adesso tirano il collo ai contoterzisti sulla produttività. E quegli imprenditori tirano il collo ai loro dipendenti con il ricatto del licenziamento per mancanza di commesse. E così le condizioni di lavoro regolare, i diritti, le garanzie, la qualità dei prodotti, il vero Made in Italy, si degradano mentre aumenta il lavoro sommerso. E tutto questo avviene per ragioni non proprio umanitarie ma dettate dalla convergenza tra interesse alla sopravvivenza di una classe politica in declino e il bieco interesse economico di gruppi multinazionali.
