14 mar, 2010
Contro il caos della politica serve un nuovo ordine etico
“Senza etica la fiducia è impossibile, la concorrenza non ha più senso e la libertà economica è in pericolo”
Henry Hude, direttore del polo etico e deontologico del Centro di ricerca dell’Ecole spéciale militaire di Saint-Cyr-Coetquidan, dedica L’ETICA DEI DECISION-MAKERS (Edizioni Cantagalli – Siena) manuale di economia etica, a tutti i dirigenti e ai manager chiamati a prendere importanti decisioni in campo economico, politico, militare.
Non si tratta di un testo normativo che voglia dettare regole e prescrizioni etiche a mo’ di ricettario, ma di un invito pratico al confronto con la morale come una reale necessità.
Ogni dirigente infatti, al di là della ricerca dei migliori risultati finanziari, deve preoccuparsi dell’impatto delle proprie decisioni sulle conseguenze dell’efficacia economica a lungo termine: se questo non avviene le conseguenze possono avere una ricaduta negativa sul sistema economico e andare persino a inficiare i processi di pace.
Il dirigente per affrontare professionalmente un progetto non può non fare i conti con la necessità di trasferire l’etica dall’alto verso il basso della scala, e lungo tutta la catena di comando. E la prima forza che permette di agire in questo modo è indubbiamente la calma risoluzione di una convinzione meditata.
Emerge dunque tutta l’importanza dell’Essere, che sembrerebbe dominio esclusivo della filosofia e dell’etica e invece diventa sostanza fondamentale per la gestione dell’azienda e della catena di comando. Hude declina l’Essere in tre momenti principali: Essere cittadino, Essere umani che culmina nella prassi del Fare la pace.
Sé è una necessità pragmatica che l’etica esista affinché la società non imploda in un caos autodistruttivo, d’altra parte è necessario che ci si creda.
Proprio l’interrogativo se valga la pena o meno credere nell’etica e sul come farlo rappresenta il lato più interessante del libro.
Hude non vuole fornire un’immagine idilliaca del mondo, del “come sarebbe bello se” anzi è ben conscio del fatto che le necessità strategiche restringono l’influenza dell’etica e che nel mondo la partita si gioca tra interessi e forze, calcoli e maschere. Facciamo alleanze nelle quali non vi sono né morale né amici. Tuttavia se non esiste un diritto oggettivo che garantisce, se politici, giudici e poliziotti sono corrotti, è come se non vi fosse la legge, nessuno sarebbe mai sicuro di nulla e sarebbe impossibile prosperare in queste condizioni. Quando tuttavia la legge non viene rispettata, non basta farne altre per risolvere il problema.
Non servono più leggi e più regole, perché se chi controlla non è onesto, non si risolve il problema facendolo a sua volta controllare. In effetti il maggiore interesse dei grandi corruttori è quello di comprare il vertice.
Nel management la semplice competenza gestionale o tecnica è una condizione necessaria, ma il fattore determinante è l’arte di far accettare la leadership e di mantenere l’unità nel gruppo di persone, trascinandolo con costanza verso un obiettivo comune scelto con saggezza, in modo che sia compatibile con l’interesse più generale.
Senza etica, senza una seria cultura morale, quindi, non sono possibili né la politica né l’economia, e non si esce dalla condizione parassitale.
L’ideologia che Hude definisce del “privatismo” spinge a identificare la libertà individuale con l’egoismo arbitrario, dove tutto sembra possibile a capriccio o a esigenza del soggetto, incurante dell’impatto sul prossimo.
L’autore invita piuttosto alla riscoperta della philia, l’amicizia, il valore etico universalmente riconosciuto alla base della democrazia e di qualunque relazione umana.
Questo manuale invita ad affrontare il lavoro in modo corretto non affrettato, ad articolare una riflessione personale che coniuga letture ed esperienze, discussioni ed esami di coscienza.
Non vuole fornire facili e semplicistiche soluzioni, ma fornire degli elementi per una riflessione personale più profonda.
Dirigenti e decision-makers che gestiscono bene i loro affari sono persone che, tecnicamente competenti, conoscono anche l’essere umano e sono in grado di ispirare fiducia, quindi di apparire etici e realisti nello stesso tempo – anche se il modo più semplice e sicuro per sembrarlo è, a conti fatti, esserlo davvero.
A cura di Grancesco Corsi (Edizioni Cangalli – Siena)

Grazie per la come sempre ottima sollecitazione culturale, nuova e originale che il ‘newsmagazine’ sottopone all’attenzione di tutti. Proprio in questo fine settimana, ho risentito alcune battute del filosofo liberale Jurgen Habermas che correvano parallele a quelle del Sig. Hude. Provvederò a leggere il libro; qui, mi permetto solo alcune brevi riflessioni a titolo dubitativo ed interrogativo.
Sacrosanto il discorso: “Senza etica, senza una seria cultura morale, quindi, non sono possibili né la politica né l’economia, e non si esce dalla condizione parassitale”; ovvero che: “Senza etica la fiducia è impossibile, la concorrenza non ha più senso e la libertà economica è in pericolo”; finalmente ci vuole qualcuno che dica: “il mercato non è jungla, non è anomia, ma suppone regole; meglio se regole morali, non scritte, perchè quelle scritte e legali diventano fattori di abusi e distorsioni”. Nel quale è contenuta una grande verità: la crisi dell’occidente tecnologizzato non la si deve al mercato, al capitalismo in quanto fonti di corruzione in sè, ma la si deve alla mancata alleanza con le ragioni dell’etica. Ad esempio, secondo me, il ‘nanismo’ delle giovani generazioni che non sanno andare aldilà del precariato è una “crisi di etica” a due livelli: a livello di mercato, perchè le leve dell’economia e della politica sono in mano agli anziani … che non se ne vanno, ma è anche all’indifferentismo e all’opportunismo dei giovani che non sanno cogliere le responsabilità collettive, storiche e politiche del loro ‘essere nel mondo’ e che spesso vogliono le autostrade del ‘posto fisso’ ignorando la legge storica di tutti i tempi che per soppiantare gli adulti bisogna dimostrare di esserne capaci. Quindi, è evidente che l’etica rende la lettura del reale sociale, economico più acuta e meno miope.
Qualche dubbio, mi sollecita il testo riportato nella parte in cui non chiarisce se si riferisce ai dirigenti economici-aziendali o ai dirigenti politici, ovvero se paragona le due categorie. Ad assolutizzare, infatti, questa identificazione, si cade dirtti dritti nell’illusione tecnocratica e mercatista degli anni ‘90 (naufragata con la crisi della Liman-Brtothers) e che ha rivelato una serie di problematiche storture. Tante volte, io ho scritto che la politica deve essere ‘governance’; nel senso che della ‘governance’ deve prenderne l’orientamento ai risultati e alla responsabilizzazione dei dirigenti; ma con questo, il ‘menager’ non diventa politico, nè il politico ‘menager’. Il ‘menager’ si occupa di tradurre le idee e le istanze in “buona amministrazione”; il “politico” si occupa di far divenire i benefici della “buona amministrazione” bene di tutti preoccupandoli di estendere a chi sta fuori, dove possibile.
Il tema è di estrema attualità in relazione alla attuale congiuntura della elezioni regionali.
Ad esempio, noi in Italia abbiamo due eccellenze indiscusse: l’Emilia Romagna (pur con i suoi limiti) è all’avanguardia come ‘menagment’ del sociale; la Lombardia è all’avanguardia del ‘menagment’ dell’economia (una delle più aperte di Italia) e del ‘privato-sociale’. Entrambe queste esperienze garantiscono a PD e PDL un’indubbia riserva in termini di voti e di ceto dirigente. Il fatto, però, che PD e PDL, pur avendo alle spalle questi “gioielli di eccellenza” non abbiano saputo fare il “trampolino di lancio” per una politica di “alto profilo” è cosa che deve far riflettere e che, a mio modesto giudizio, chiama in causa la distinzione tra ‘menager’ e ‘politico’ fatta sopra. Secondo me, PD e PDL adbicato alla loro missione propria politica di estendere queste “avanguardie di sviluppo” in “patrimonio comune” dell’Italia, traendone “buone prassi” per la risoluzione di problemi nazionali, anche annosi: ad esempio, estendendo il “modello Emilia” anche nel Sud, si creerebbe un ottimo antidoto contro le mafie; estendendo il ‘liberismo intelligente lombardo’ credo molta disoccupazione giovanile e molto disorientamento giovanile potrebbe essere assorbito.
Perchè questo “tradimento”: perchè credo negli anni ‘90 l’idolatria tecnocratica e menageriale è servita da paravento ad una politica stanca, priva di slancio progettuale, che aveva abdicato alla sua missione di discernimento dei “segni dei tempi” della storia.
Perchè qui, allora, è la distinzione tra ‘menager’ e ‘politico’: il primo è un ingegnere di meccanismi di precisione (essenzialmente, l’amministrazione pubblica e privata), il secondo è un poeta-profeta che legge la realtà con gli occhi protesi sempre a scrutare … le sentinelle della storia.