11 mar, 2010
Emma Bonino tra politica ed antipolitica
di Giorgio Frabetti- Diciamocelo pure fuori dai denti: Emma Bonino è forse l’unica vera sorpresa di queste elezioni regionali 2010. Bisogna dire che, dopo quasi due decenni di opacità (eccezion fatta per l’exploit della “lista Bonino” alle elezioni europee 1999), la candidatura Bonino alla Presidenza della Regione Lazio (piaccia o non piaccia) costituisce la proposta politica più originale a ardita che i Radicali italiani hanno saputo proporre. Dopo anni di “spinelli liberi” e sceneggiate varie, i radicali tentano con la candidatura Bonino il “colpo grosso”: portare i radicali nelle “stanze dei bottoni”, al centro della scena politica, come ai tempi di Ernesto Nathan, (Sindaco di Roma ai primi del secolo) e come ai tempi di Nitti, unico Presidente del Consiglio italiano radicale, per di più nel cruciale “biennio rosso” 1919-20. Quali prospettive in caso di insediamento di una giunta Bonino? Diverrebbe il Lazio una sorta di “repubblica libertaria” alla Zapatero? E poi: questa affermazione di un’esponente così esposta sul fronte laico e anticlericale che riflessi avrebbe sull’elettorato cattolico del PD? Si accentuerebbe il processo di attuale diaspora dei cd teo-dem Binetti e Carra (con la prospettiva di un sostanziale ritorno del PD ai DS), ovvero il rapporto Bonino-cattolici finirebbe per stabilizzarsi come sostiene il cattolico democratico Franco Marini? Ora, io sono convinto che, complice la loro storia, i radicali sono un movimento dalle mille risorse, dalle “sette vite” con risorse insospettate di adattamento e di rinnovamento. Se scorriamo, infatti, la loro storia ci accorgiamo che i radicali … sono tante cose. Noi dai tempi del divorzio, a causa della leadership di Marco Pannella, abbiamo conosciuto i radicali come movimento sostanzialmente anti-politico, difensore dei “diritti della secolarizzazione” (divorzio, aborto, femminismo, diritti degli omosessuali) in una società che stava perdendo i riferimenti tradizionali e stava trasformandosi: un ruolo, quest’ultimo che Pannella ha giocato per tutti gli anni 70, ma che negli anni 80 è risultato appannato dalla concorrente presenza politica di Bettino Craxi, che ha meglio incarnato le istanze della modernizzazione incalzante. Questo volto è il volto direi classico con cui i radicali (dall’Inghilterra alla Francia) si sono presentati sullo scenario politico a partire dal XIX secolo (vedi teorie morali si Stuart Mill etc.); ma non è il solo. Innanzitutto, accanto ai radicali che hanno condotto sì battaglia parlamentare per un programma di diritti civili, nello stile dell’intransigenza “giurisdizionalista” e senza mai cercare sbocchi di governo (vedi la testimonianza di Felice Cavallotti nel 1877, fondatore del cd Partito Radicale Storico, con programma assai avanzato di riforme sociali e di diritto di libertà, non nazionalista e acerrimo nemico del trasformismo parlamentare di Depretis e di Crispi), si ritrova lo stile politico dei dirigenti radicali che nel 1906 accettarono di andare al governo con Giovanni Giolitti, rompendo con la tradizionale collocazione sull’Estrema parlamentare, condivisa con altre formazioni italiane di tradizione “astensionista” (come il Partito Repubblicano, insediatosi per la prima volta al Parlamento italiano nel 1895) ed iniziando una consuetudine di governo che culminerà nella Presidenza Nitti nel fatidico “biennio rosso” 1919-20. Questi precedenti storici dovrebbero indurci alla prudenza e a ritenere i radicali un movimento non del tutto assimilabile all’anti-politica, almeno per come noi la conosciamo oggi nel volto dell’anti-berlusconismo militante (”popolo viola” e simili!): e non è un caso che i radicali non abbiano mai espresso la loro avversione a Berlusconi nei modi violenti di Di Pietro e dei Comunisti. In particolare, una grande prova di transigenza politica fu offerta dal premier radicale Nitti: proprio ad un anticlericale in odore di Massoneria, infatti, la storia italiana deve la fine dell’astensionismo politico dei cattolici (iniziato con il non expedit di Pio IX nel 1873); fu, cioè, Nitti a legittimare politicamente Don Sturzo e il suo Partito Popolare, per farne una forza di massa concorrente con il socialismo e uno dei partiti-cardine di quel breve scorcio di Italia pre-fascista. E’ proprio questo precedente a farci riflettere e a farci ritenere possibilisti sulle previsioni di Franco Marini: cosa vieta, infatti, sul piano politico ad Emma Bonino, una volta assurta alla Presidenza della Regione Lazio, di recidere i legami con l’intransigenza pannelliana classica e intrattenere con i cattolici rapporti di assoluta comprensione? Anche perchè -lo ricordiamo- aborto, eutanasia, DICO non rientrano tra le materie di competenza regionale (anche se indubbiamente un Presidente di Regione che governa la Sanità che è pro-eutanasia … quanto meno stona!). Certo, non c’è una garanzia matematica che ciò avvenga; ma questo è nell’ordine delle cose che possono accadere ad un movimento che dalle piazze assurge a ruoli di governo! Del resto, i radicali, in nome delle loro cause (diritti civili, fame nel mondo), hanno sempre proclamato la strategia degli “accordi trasversali” anche con collocazioni francamente oblique e discutibili. Inoltre, non è da escludere che una Presidenza Bonino possa svolgere un ruolo di stabilizzazione politica dell’eventuale maggioranza di centro-sinistra del Lazio: non affetta dal “virus-Casini” e dalla sua strategia dei “due forni”, la maggioranza laziale potrebbe essere più protetta da “ribaltoni” che non un’eventuale Giunta Polverini (o Bresso in Piemonte). Io non credo, quindi, che il punto debole di un’eventuale Giunta Bonino sia costituito dai cattolici: piuttosto, il suo vero punto debole risiede nella connotazione ultra-elitaria e talora un pò settaria che deriva ai radicali dalla mutazione che il movimento ha subito dopo l’ascesa del fascismo, prima con il magistero Gobettiano e poi con l’esperienza di Giustizia e libertà. Una mutazione, quest’ultima, che non è solo di carattere culturale e dottrinale, ma è anche di estrazione sociale: fino al fascismo, cioè, il radicalismo era stato un movimento minoritario certo, ma pur sempre popolare, che, insieme al movimento repubblicano, al movimento anarchico (almeno in certe regioni italiane), era espressione dei ceti borghesi più marginali, i piccoli commercianti, i piccoli artigiani (oggi diremo i “padroncini”, le Partite IVA), che nei primi del secolo costituivano la spina dorsale dell’Italia nascente. Con l’ascesa al Governo di Mussolini (e con la forte diaspora verso Mussolini e il PNF di esponenti politici radicali di ascendenza nittiana), il radicalismo diventa appannaggio della grande borghesia super-capitalistica ed industriale del Nord (ultra-minoritaria e poco rappresentativa): i radicali, cioè, diventano l’avanguardia ‘illuminata’ di un’Italia che si sente più moderna del resto del Paese e che si sente “stretta” prima l’Italia di Mussolini e poi della DC, viste come l’eterna riproposizione dell’Italietta cialtrona dei Bertoldo e dei Guicciardini! Ora, con questo, non si intende sminuire i pregi che il mondo radicale ha rivelato in chiave di competenza tecnica e anche di capacità di sacrificio (specie negli anni del fascismo!). Si vuole soltanto dire che, in questa condizione minoritaria, il mondo radicale ha purtroppo sviluppato in anticipo sugli altri partiti alcune delle disposizioni all’anti-politica, che oggi sono malcostume diffuso e quasi scontato: ovvero, la tendenza a fare politica con i dossier (vedi la pur pregevole opera di Ernesto Rossi), la tendenza a cavalcare lo scandalo anche cospargendo a piene mani la dietrologia a sfondo giudiziario (vedi le opere di Giorgio Galli, vedi le campagne distorte sulla P2 di ‘Repubblica’ degli anni 80); forse ad attenuante dei radicali può dirsi che a loro era quasi inibito percorrere altre strade per incidere sulla scena politica, data la costante esiguità dei numeri parlamentari: certo, però, oggi questo costume è divenuto appannaggio di tutti i partiti, con le degenerazioni che sono note! Emma Bonino purtroppo viene da questa tradizione, che non giova al progresso politico del Paese, specie in questo momento. Di qui, è prevedibile una Presidenza improntata ad un “basso profilo politico”, di marca tecnocratica e “commissariale”(tipo Prodi ultimo governo e “governi tecnici”), improntato al puro rispetto di decisioni UE o della Corte dei Conti, al di fuori di quei canoni di democrazia partecipativa, che, al momento, costituiscono l’unica via di rilancio e di riforma della politica e l’unico vero argine con i virus dell’antipolitica e del “giustizialismo”.
ce la dobbiamo fare x il bene dell’italia!!!!!!!!!!!!