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Elezioni regionali 2010: il nuovo volto della politica italiana

italia2di Giorgio Frabetti- Per essere iniziata male, è iniziata male: la bocciatura delle liste del PDL nella Provincia di Roma (dove il partito sostiene la Polverini, UGL) e nella Provincia di Milano (dove sostiene Formigoni) indicano senza possibilità di equivoco che la campagna elettorale per le elezioni regionali 2010 non ha preso una bella piega. Anche se il PDL vincerà in Lombardia e Lazio (Regioni decisive ed essenziali per il consolidamento politico del PDL), e anche se i primi sondaggi (vedi ‘Repubblica’ di domenica) paiono confermare per il PDL alle prossime regionali un trend positivo e in linea con le consultazioni degli ultimi anni (circa un 36% nazionale), il rischio è che dalle elezioni di fine marzo escano Presidenze regionali di centro-destra politicamente deboli: facilmente soggette a ricorsi giurisdizionali al TAR per irregolarità elettorali (vedi precedenti di Alternativa Sociale in Lazio), ovvero a “manovre giudiziarie” di altro tipo (come pare profetizzare, neanche troppo tra le righe, Ilvo Diamanti su ‘la Repubblica’ di domenica, ma ciò è conforme al precedente Marrazzo). Il centro-destra, quindi, dovrà affrontare le prossime elezioni, prendendo contemporaneamente le distanze sia dal catastrofismo e dalla sindrome ‘declinista’  paventata dalla Sinistra (e da certe frange dissidenti della PDL) sia dal facile trionfalismo: il quadro politico è in veloce mutamento, perchè la crisi economica accentua la mutazione della competizione politica; non è realistico, quindi, applicare alla lotta politica di oggi gli schemi strategici e tattici dei primi anni ‘90, pena il quasi sicuro fallimento (se non elettorale, a livello di consolidamento del potere regionale); viceversa,  se il centro-destra non si fossilizzera in schemi antiquati, ma saprà intercettare negli indiscutibili fattori di discontinuità economico-sociale vere e proprie “fintestre di opportunità”, allora non solo avrà assicurata la vittoria alle regionali, ma riuscirà a consolidare i successi, senza subire i purtroppo facili e prevedibili contraccolpi “giustizialisti”.  Anzitutto, i fattori di discontinuità  che marcano la distanza delle attuali elezioni regionali dalle elezioni politiche (2008) ed Europee (2009) sono due: 01) il contesto politico nazionale, segnato dalla fine dell’antagonismo comunista di Bertinotti; 02) la dimensione regionale delle elezioni (che interagisce con molta forza su un altro “convitato di pietra” di queste elezioni: la “crisi economica”). Non ci possiamo negare, in primo luogo, la “svolta epocale” che si è realizzata con le elezioni politiche 2008 e che ancora molti analisti (di destra, ma anche di sinistra e penso ancora a Diamanti) faticano a cogliere: ci si dimentica, cioè, troppo facilmente che nel 2008 in Italia è caduto finalmente il Muro di Berlino! Cosa intendo dire? Per la prima volta dopo 60 anni, dal 2008, nel Parlamento italiano non siedono più i Comunisti! Con la fine politica di Bertinotti, in Italia si è chiusa l’epoca del Comunismo e dei residuati “nostalgici” post 89, sopravvissuti (come nell’Est ex Comunista) grazie ai residui di sindacalismo molto forti nei settori del Pubblico Impiego. Con la fine di Bertinotti e dell’ultima estrema ipotesi di rinnovamento del Comunismo italiano (quale era il Partito della Rifondazione Comunista), finisce l’epoca di una politica fissata su rigidi binari ideologici e classisti (tra gli ottimisti e fautori del libero mercato globalizzato e i catastrofisti della globalizzazione); e con questa epoca, cade ogni alibi residuo di “non decisione” politica. In primo luogo, è caduto l’alibi per i Comunisti ex-PDS e DS per la loro politica della “doppia morale”: sindacalista dura e pura in piazza e nei rapporti con la CGIL, filo-liberista nelle decisioni di Governo (spesso coperte da decisioni ‘tecniche’ o imposte dalla UE, vedi Protocollo Welfare Prodi 2007); ma anche per il centro-destra è caduto l’alibi dello spauracchio dei Comunisti. Fino a che Bertinotti era presente sulla scena politica, il centro-destra poteva contare sul voto sicuro del ceto medio. Parliamoci chiaro: è almeno dal 2003-2004 che i distretti manifatturieri del Nord-Est (e in parte dell’Ovest), grande feudo dell’elettorato, prima leghista, e poi berlusconiano, accusano la crisi per la concorrenza della Cina e dell’Est e non nascondono lo scontento nemmeno per la politica economica berlusconiana (il convegno di Confindustria di fine marzo 2006 con il duro scontro tra Berlusconi, allora premier uscente e l’imprenditore Della Valle sono stati eloquenti!). Se questo elettorato settentrionale non ha mutato il proprio voto, è stato perchè l’alternativa a Berlusconi era rappresentata dalla politica classista di Bertinotti che proponeva la tassa di successione e la penalizzazione dei lavoratori autonomi. Oggi, Bertinotti non c’è più; ma c’è ancora la crisi che morde più di ieri specialmente nei Distretti berlusconiani e leghisti (vedi Varese, vedi Bergamo): per gli anti-berlusconiani (principalmente IDV e UDC), quindi, si apre un potenziale mercato politico per il “voto di protesta”, ieri sconosciuto (vedi Facci). Gli avvenimenti provvederanno a smentire o a confermare questa mia convinzione: certo, però, laddove il voto regionale, ad esempio in Lombardia, finisse per registrare un’affermazione (per quanto marginale e sensibile) di IDV, questa circostanza dovrà essere valutata come sintomo di una sostanziale vittoria dell’anti-politica sulla proposta politica PDL! Un altro fattore che può oltremodo favorire l’antipolitica è la dimensione localistica delle elezioni, quest’anno forse più forte di ieri (complice la crisi economica): questo perchè la crisi econiomica morde e l’Ente Regione (oggi al voto) è la prima referente delle decisioni relative alla crisi e alle Casse Integrazioni; è, quindi, naturale che siano le politiche regionali (più che quelle nazionali) oggetto della prevalente attenzione da parte degli elettori. Questo condiziona il trend della competizione politica: evidentemente,  per vincere non basterà esibire i volti dei leader politici nazionali più popolari. L’attuale dimensione locale e la centralità oggettiva delle Regioni nella governance della crisi economica e sociale, determina nei fatti un vantaggio competitivo notevole per quei politici capaci di coniugare la dimensione nazionale e locale della loro proposta politica. Ci ricordiamo ancora del braccio di ferro tra Direzione la Nazionale del PD e Niki Vendola sfociate poi nel plebiscito delle “primarie” a favore del Presidente uscente della Regione Puglia? Questa vicenda, quindi, basta da sola a dimsotrare come in questa campagna elettorale mal incoglierà a quei politici che intendessero “vivere di rendita” e sfruttare fattori di politica nazionale. Evidentemente, un tale marcato localismo rischia di indebolire ulteriormente i centri direzionali della politica nazionale ed accentuare gli attuali fattori di crisi della politica, che, in questi ultimi anni, complice la crisi economica, stanno spaventosamente galoppando, raggiungendo proporzioni inquietanti e perverse. In particolare, il fatto che, come ai tempi di Tangentopoli, si stia tornando ad una forte aggressività e visibilità della Magistratura sulla politica è eloquente della svolta epocale che stiamo attraversando: non è, cioè, da escludere che, qualunque Presidente di Regione noi eleggeremo, in non poche circostanze potrà essere rovesciato dalla Magistratura (vedi mutatis mutandis Del Bono a Bologna!). E questo perchè ormai, sia che si insedi un Esecutivo di Destra o un’Esecutivo di Sinistra, la politica … ha perso fiducia in sè stessa, nel proprio mandato, nella propria missione. In questo modo, l’opposizione non fa più lotta politica nelle Aule Consiliari o Parlamentari; preoccupata, cioè, di scoprirsi e di fare controlli su interessi personali o mala gestio amministrativa, l’Opposizione preferisce “mandare avanti” la Magistratura! Naturalmente, questo gioco è perverso in sè e chiama rappresaglie reciproche: e in effetti a tutt’oggi l’intera classe politica appare reciprocamente bloccata dai veti della Magistratura! Un’autentica jattura specie in una fase di crisi economica, come quella attuale, che richiede una governance politica di alto profilo! Ora, non vi è chi non veda che tanto più aumenterà questo “commissariamento giudiziale”  della Magistratura sulla Politica, tanto più le dinamiche della crisi (non governate) gioveranno ai ceti più ricchi e forti (marginalizzando i settori oggi in difficoltà e i giovani); e tanto più fatalmente l’Italia si avvierà al  declino economico, sociale e politico! La storia insegna, infatti, che, laddove la politica si è trovata ingessata da congegni burocratici, come la Magistratura (vedi ancième règime),  lì c’è una società chiusa, paralizzata, in declino, incapace di rinnovarsi e di offrire “chanches di vita” ai cittadini (specie giovani). Ma questo “commissariamento della politica” è facilitato vieppiù se a monte sono in crisi e bloccati i meccanismi di dialettica politica propri delle democrazie partecipative! E’ evidente, quindi, che è dai partiti e da una nuova etica della partecipazione che deve partire l’inversione di tendenza all’attuale involuzione della politica: un compito, quindi, che va ben oltre la scadenza immediata delle elezioni di fine marzo! A questo punto, potrà dirsi veramente vittoriosa (alle regionali e oltre) solo quella forza politica che, raccolta la sfida della crisi economica e il pericolo di una lacerazione definitiva del tessuto sociale ed economico della Nazione, saprà interpretare credibilmente una nuova missione per la politica in Italia.

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