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Google: gli interrogativi su un processo che farà discutere

Google-text-links-evil-460di Giorgio Frabetti-Quello che si è concluso ieri in primo grado davanti al giudice monocratico della quarta sezione penale del Tribunale di Milano, Oscar Magi, è il primo procedimento penale anche a livello internazionale che vede imputati responsabili di Google per la pubblicazione di contenuti sul web. I tre sono stati condannati per il capo di imputazione di violazione della Privacy, mentre sono stati assolti per quello relativo alla diffamazione. La sentenza è di quelle che segneranno uno spartiacque nella storia di Internet: quasi certamente partirà da qui una nuova giurisprudenza che rivedrà il concetto di libertà della rete, finora considerata intoccabile, modificando la consueta immagine di Internet come spazio “franco” (free), libero. Nel caso di specie, i 3 dirigenti di Google sono condannati per non avere impedito, nel 2006, la pubblicazione sul motore di ricerca di un video che mostrava un minore affetto da sindrome di Down insultato e picchiato da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino. Questo video incriminato venne girato da quattro studenti nel maggio 2006 e “caricato” su Google Video l’8 settembre, dove rimase nella sezione “video più divertenti”, fino al 7 novembre, prima di essere rimosso. Non si è fatta naturalmente attendere la reazione di Google, la quale, tramite il portavoce Andrea Pancini, ha reso noto di essere vittima di “un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet“. Google ha chiarito che farà appello “contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poichè non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato”. Non è allo stato attuale chiaro (e la lettura delle motivazioni complete della sentenza lo stabilirà) il titolo tecnico della responsabilità ravvisato dai Giudici per punire Google. Quale titolo di responsabilità era veramente esigibile da Google? Ed era esigibile al punto da far meritare una sanzione penale? La domanda diventa bruciante solo se si allarghi l’orizzonte e si consideri la fenomenologia della rete nella sua globalità: ma quanti fatti gravi, quanti insulti gratuiti, quante aberrazioni sessuali avvengono in rete, ormai? Nei tempi recenti, sono esplosi due casi clamorosi che hanno coinvolto facebook: la vicenda del gruppo che voleva la morte di Berlusconi e dell’ennesimo Gruppo che inneggiava contro i Down. In questi casi, dobbiamo applicare tante pene per tante teste? Ovvero per gli appartenenti ai Gruppi? In questo caso, dovremmo celebrare ogni volta dei Maxi-processi per migliaia di Utenti imputati in  numero molto superiore agli imputati del mitico maxi-processo contro la mafia di Palermo! Dobbiamo anche dire che quando l’azione penale diventa così “massiva”, inevitabilmente implode: basti ricordare il precedente delle Istruzioni impartite ai Prefetti Italiani il 21 dicembre 1921 dal Presidente del Consiglio italiano Ivanoe Bonomi contro le squadracce fasciste, le quali, stando alle istruzioni medesime, avrebbero dovuto sciogliersi tassativamente, pena il carcere; una misura che incassò la risposta del Direttorio dell’allora neo-nato PNF il quale pensò bene di beffarsi della misura, provvedendo ad inserire d’ufficio gli iscritti del Partito nelle sezioni di combattimento! Quali esiti sortirono queste misure, è noto e non richiede ulteriori spiegazioni. L’altra opzione tecnico-giuridica per “i crimini in rete” è quella di condannare i Responsabili dei Servizi di Provider per “mancata sorveglianza” (culpa in vigilando): il che è comunque una forzatura, perché determina a carico del Provider una stravagante responsabilità “per attività illecite commesse da terzi”, tanto più stravagante, se si considera che spesso i Provider sono situati all’estero, in zone free, che è difficile raggiungere con la sanzione penale: dalle fonti di informazioni disponibili, parrebbe di capire che il Tribunale di Milano abbia optato per quest’ultima ricostruzione tecnica della responsabilità di Google. Ora, se è vero che, tramite la rete, ogni giorno possono realizzarsi eventi criminosi come diffamazione, oltraggio al senso del pudore e via dicendo, ciò significa che questa eventualità è un rischio diffuso, un’esternalità professionale, che richiede metodiche di intervento apposite e complesse, alla pari di molte fonti di esternalità sociale (vedi la normativa anti-infortunistica) tipiche del sistema imprenditoriale. Occorre, cioè, una normativa ad hoc, debitamente concertata a livello internazionale per evidenti ragioni di tutela della concorrenza e del commercio mondiale, che accompagni la gestione del fenomeno con necessaria tempestività ed efficacia di intervento: ad esempio, sanzioni pecuniarie gravi (magari irrogate da un’Autorithy internazionale competente), ovvero misure sospensive o interdittive , capaci di penalizzare direttamente il businnes(es. chiusura sito e obbligo didivulgazione della notizia con penalizzazione commerciale annessa) possono essere più efficaci di un’azione penale classica, lenta, pesante e facile alla prescrizione (che potrebbe conservare un ruolo residuale, come deterrenza finale). Il caso Google è comunque un eclatante esempio di come in Italia la Magistratura Penale tenda a svolgere un peculiare ruolo di “supplenza” del legislatore. Questo perchè, complice la peculiare struttura del Codice Rocco, si è generata in varie generazioni di Giuristi e Magistrati penalisti la peculiare convinzione che il Codice Penale sia uno strumento onnipotente capace di gestire qualsiasi fenomeno, anche in assenza e in supplenza del legislatore. A quali risultati, questa mentalità ha portato nella lotta alla corruzione è noto; non vorremmo che altrettanti danni derivassero alla rete, che è bene pubblico strategico per la libertà e per la cittadinanza attiva delle comunicazioni globali. Auspichiamo, quindi, un intervento sollecito della politica e del Parlamento sulla complessa e delicata materia, piuttosto che altre sentenze penali (che verranno).

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