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Vittorio Bachelet ucciso dalle BR perchè … “non aveva la scorta”. A 30 anni dalla morte

bacheletdi Giorgio Frabetti- Ricorre in questi giorni il trentennale dell’omicidio di Vittorio Bachlet, allora Vice-Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, avvenuto il 12 febbraio 1980, nell’androne dell’Università La Sapienza di Roma (Facoltà di Scienza Politiche), dove lo stesso era stimatissimo Professore (la commemorazione di Bachelet è stata, per altro, in questi giorni, di alcune ’scaramucce’ tra la famiglia e la Rai per la rinuncia della messa in onda di un servizio tv dedicato, per ragioni di par condicio, essendo il Figlio esponente PD!). Esimio e profondo giurista, Bachelet ha avuto un ruolo ecclesiale e pastorale di primo piano (più che politico) come “riformatore” dell’Azione Cattolica Italiana negli anni “caldi” dell’immediato Post-Concilio (un ruolo che è stato variamente interpretato nel mondo cattolico, con segni e accentuazioni diverse che non possiamo in questa sede sviluppare). Chi era Bachlet, cosa rappresentava per determinare le BR a colpirlo come “obiettivo politico” (della serie: “colpiscine uno per educarne cento”)? E chi avrebbe dovuto essere educato dalla sua morte? Anzitutto, l’omicidio Bachelet è la coda di una lunga guerriglia tra BR e “mondo giudiziario”: non va dimenticato, a questo proposito, che le BR iniziano a uccidere con virulenza ed in modo endemico solo dopo l’inizio del processo di Torino contro Curcio, Franceschini e altri, in nome dello slagan/dogma ”la rivoluzione non si processa”; si comincia, così, con la morte del Procuratore di Genova Francesco Coco, l’08 giufno 1976, reo di aver  “buggerate” le BR, nel 1974, ai tempi del Giudice sequestro Sossi (la prima grande offesinva BR contro l’ordine giudiziario), avendo sostanzialmente finto di accondiscendere alle richieste BR (di liberare ”prigionieri politici”) allo scopo di ottenere (per le BR, truffaldinamente) la liberazione di Sossi. Coco è solo il primo di una lunga e macabra serie: dopo di lui, cominceranno le lunghe pile di certificati medici di quei cittadini italiani, chiamati a prendere parte della Giuria del Processo di Torino contro le BR, ma impossibilitati a partecipare … per “depressione”; alias per le intimidazioni subìte dalle BR stesse; dopo, sarà la volta del Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, che aveva imposto agli Avvocati del Distretto di prendere la difesa d’Ufficio delle BR e di resistere al tentativo dei brigatisti di invalidare il processo dal punto di vista procedurale; dopo fu la volta di Casalegno, giornalista de La Stampa, reo di portare all’attenzione dell’opinione pubblica le ragioni del processo alle BR. Bachelet, quindi, è in parte vittima designata, perchè reo di appartenenere a quella “società civile” (non ostile alla Sinistra) che intende dare copertura la “linea della fermezza” indicata dal PCI di Berlinguer dopo il “caso Moro”: alla linea cioè scelta dal PCI (nel quadro della cd “solidarietà nazionale”) di alleanza con lo Stato contro la concorrenza politica dell’estremismo (ma la fila dei giudici morti per mano delle BR è ancora molto fitta tra il 1979 e il 1980: ricordiamo l’omicidio del Giudice di Sinistra, Guido Galli e il rapimento d’Urso a dicembre 1980). L ’omicidio Bachelet appartiene, se possibile, ad una fase della lotta delle BR ancora più crudele: dopo il “caso Moro”, e dopo la dissociazione aperta del PCI, le BR sono politicamente isolate, si sentono braccate e, come bestie feroci, non hanno altra via per dimostrare la loro forza e visibilità politica, se non uccidere; e con sempre maggiore frequenza e efferratezza. Dopo il sequestro Moro, poi, per le BR uccidere diventa una sorta di droga: alcuni militanti sono stati espulsi (vedi Mario Morucci e Barbara Balzerani) e sono vicini a “cantare”:  l’omicidio, quindi, è l’unico deterrente contro le delazioni (favorite dalle prime “leggi sui pentiti”); l’omicidio è l’unico collante per cementare il legame tra i militanti (un pò come per la setta descritta da Dostoewskij ne I Demoni). Ma è forse l’omicidio Bachelet l’omicidio dove più gravemente e più visibilmente l’opinione pubblica tocca con mano la tragica perversità del modus agendi brigatista, i “corto circuiti” tra ideologia e “senso comune”, tra ideologia e senso della comune umanità; un contrasto, quest’ultimo, reso ancora più lancinante e clamoroso dal “perdono” agli uccisori offerto dalla famiglia dell’ucciso (per bocca del figlio di Bachelet, Giovanni)  il giorno dei funerali: un copione insolito per le esequie di una vittima degli “anni di piombo” (dove al solito regnava la rabbia delle famiglie delle vittime verso lo Stato che non agiva) e che pesò molto sulla coscienza dei killer. Una preziosa testimonianza di questo viene proprio dall’autrice materiale del Delitto, Anna Laura Braghetti, nel suo libro Il Prigioniero scritto con Paola Tavella ed edito nel 2003 da Universale Economica Feltrinelli, da cui Marco Bellocchio ha tratto spunto per il suo film Buongiorno notte dello stesso anno (per dovere di cronaca, ricordiamo che la Sig.ra Braghetti, pur assumendosi la piena responsabilità dei suoi atti, ha sempre, però, rifiutato la qualifica di “pentita”). “Il Professor Bachelet era un bersaglio facilissimo, non aveva  scorta e faceva sempre gli stessi percorsi. [...] Dopo l’azione provai un senso di vuoto assoluto. Per uccidere qualcuno che non ti ha fatto niente, che non conosci, che non odi, devi mettere da parte l’umana pietà, in un angolo buio e chiuso, e non passare mai più di lì con il pensiero. Devi evitare sentimenti di qualunque tipo, perchè, sennò, con le altre emozioni, viene a galla l’orrore. Ormai, lascio che mi succeda, che mi attraversi un’onda di dolore tremendo, la coscienza di avere ucciso un uomo con le mie mani. Lo rivedo dove l’ho lasciato, per terra. La mia punizione non è il carcere, ma quell’immagine. Sono condannata ad averla per sempre davanti agli occhi, e a non volerla scacciare. [...]“. E sull’incontro in carcere con Padre Adolfo Bachelet (fratello di Vittorio) che porta il perdono della famiglia, la Braghetti dichiara: “Adolfo Bachelet prese a girare per le carceri e a intrattenersi con i detenuti politici [...]. Mi raccontava spesso dei figli e delle figlie dell’uomo che io ho assassinato, ma la domanda ‘perchè mio fratello’ non era un ingombro tra di noi. Da lui ho avuto una grande energia per ricominciare, e un aiuto decisivo nel capire come e da dove potevo riprendere a vivere nel mondo e con gli altri. Ho capito di avere mancato alla mia propria umanità, e di aver travolto per questo quella degli altri“. Crediamo non ci sia lezione migliore da trarre  nel trentennale dell’omicidio Bachelet.

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3 commenti

  1. L`Italia purtroppo e` rimasta in embrione, e` cambiato pochissimo e niente dal momento dell`Unione Garibaldina, che in verita` e` stata solo un gesto geografico. Siamo un popolo che vive di emozioni troppo violente, di grandi passioni (la maggior parte negative) e di gesti insulsi in ogni nostra manifestazione, sia sociale che familiare. Io lasciai il mio paese ancora fanciullo, e non me ne` pentiro` mai.

  2. gighen scrive:

    Bell’articolo,veramente,buone riflessioni. Credo però che i 2 brigatisti allontanatisi in questione erano Valerio Morucci e Adriana Faranda.

  3. Mugnai scrive:

    Non voglio lasciare il solito commento prolisso. Voglio solo complimentarmi e dire che si tratta a mio avviso di un articolo emozionante e appassionante che riesce a farci rivivere la paura, l’ angoscia, il senso di impotenza che regnava sovrano, a causa del terrorismo e dell’endemica debolezza dello Stato nel combatterlo. Le vittime erano quasi sempre gli innocenti e le persone oneste come Bachelet.

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