4 feb, 2010
Disonora il padre? La ricetta di Brunetta per i giovani “bambaccioni”
di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai ”Tutti fuori casa a 18 anni per legge”: un vespaio di polemiche e reazioni hanno suscitato le recenti parole del Ministro della Funzione Pubblica. Da ormai un lustro, finita la moda mediatica che dipingeva il ventenne e il trentenne come “giovane leone” (sulla scia di certo yuppismo anni ‘80, poi proseguito negli anni ‘90 sull’onda dell’ottimismo indotto dalla globalizzazione e dalla fine della “guerra fredda”), è invalsa la tendenza a rappresentare il giovane nel clichè del “sacrificato” (il S. Precario, il “bambaccione” …). Cosa dire di questo stato di cose? Anzitutto, dobbiamo avvertire che sull’argomento esiste una certa circolarità nei ‘clichè’ sociologici, che obbliga a fare la “tara” da facili moralismi: ad esempio, di ‘precariato’ e di ‘disoccupazione giovanile’ si parlava già negli anni ‘70 (vedi il convegno del PCI sui giovani del 1977); se poi vogliamo andare più indietro, possiamo risalire ai primi del secolo, quando Francesco Saverio Nitti (grande meridionalista e poi Presidente del Consiglio nel cd “biennio rosso” 1919-20) denunciava la disoccupazione intellettuale, dovuta al numero a suo dire crescente di laureati che non trovava sbocchi occupazionali. In effetti, tutt’ora il tema dei “bambaccioni” è ancora associato largamente alla “disoccupazione intellettuale”: spesso, infatti, nei servizi televisivi e giornalistici (vedi da ultimo “Presa diretta” di Jacona su Rai3), i precari sono indicati più negli insegnanti-supplenti, nei ricercatori a contratto, negli addetti ai call center, nelle Partite IVA intellettuali ed artigiane (attuale versione del “lavoro a domicilio”), piuttosto che negli Operai di fabbrica classici, perché privi ammortizzatori sociali tradizionali (dovrebbero, però, far riflettere le condizioni inumane dei precari dell’industria che, oltre a non avere contratti a tempo indeterminato, si trovano a lavorare senza alcuna garanzia e condizione di sicurezza!). I veri problemi che i riferimenti ai “bambaccioni”/”precari” sollevano per l’attualità politica sono, però, altri: innanzitutto, il problema del razionamento della Spesa Sociale/Previdenziale di cui i giovani sono le principali vittime; in secondo luogo, la questione pone un enorme problema di “cittadinanza attiva” degli Italiani e delle nuove generazioni, in particolare. Per quanto concerne, il primo punto, c’è poco da dire: i giovani che oggi trovano conveniente vivere con mamma e papà, piuttosto che affrontare, con i propri redditi, una vita autonoma, sono vittime del classico fenomeno, tipico del Welfare State, che viene denominato “trappola della povertà”; tale per cui il lavoratore assistito, tende a preferire la certezza del sussidio (in Italia, il mantenimento delle famiglie), piuttosto che il rischio di trovare un reddito con propria occupazione. Dietro questo fenomeno, in realtà, stanno varie cause e sarebbe un errore dare la colpa solo ad uno di questi fattori (le famiglie, i Sindacati, lo Stato …) piuttosto che ad un altro. Anzitutto, in Italia, non è mai morta la tradizione secondo cui la prima previdenza viene dalla famiglia: da un certo punto di vista, quindi, diventa naturale che, specie nelle fasi di crisi e di disoccupazione, la famiglia diventi un “bene rifugio” per i giovani. In secondo luogo, non possiamo dimenticare la tendenza (tutta italiana, ma non solo) a dichiarare redditi bassi e a dichiarare stati di disoccupazione, per le relative facilitazioni a trovare almeno “lavori di ripiego”, lavori saltuari (per lo più “in nero”), che, se non risolvono l’economia complessiva, diventano comunque utili in vista di particolari spese (il viaggio all’estero di Natale, ovvero la cucina da rinnovare etc.). Per questo complesso di motivi, noi andremmo cauti ad esprimere sui giovani “bambaccioni” i giudizi “spregiativi” di Padoa-Schioppa nell’ottobre 2007, tesi a dipingere i giovani che non uscivano di casa come assolutamente incapaci di assumersi responsabilità (avversi tout court al rischio del mercato del lavoro). Sarebbe, quindi, riduttivo circoscrivere il mondo dei “bambaccioni” ai giovani che non aspettano altro che la ‘paghetta’ dei genitori per fare le vacanze a Sharm-el-Sheik! Nel loro piccolo, invece, la maggior parte dei “bambaccioni” è composta da giovani che si danno anche da fare e che (a loro modo) si industriano anche. Il problema vero, quando si parla di giovani (almeno in Italia), è passare dalla dimensione individuale dei problemi a quella generale; perché è evidentissimamente qui, che il problema-giovani si presenta nella sua gravità: solo a livello politico, si può, cioè, gestire lo scandalo e la vergogna di un sistema previdenziale che, per pagare le pensioni, deve attingere alla riserva della Gestione Separata degli autonomi e dei cococo (la Previdenza dei giovani lavoratori emergenti, per di più, insufficiente per la crisi!) per far fronte al boom di pensioni di anzianità che si è profilato con la crisi (vedi lavoce. Info); macabro lato “vampiresco” del Welfare italiano, che, alla pari del Conte Ugolino, costringe i Padri a succhiare le risorse prodotte dal lavoro dei figli! Molto giustamente e con grande puntualità, quindi, il Ministro Brunetta ha puntato l’attenzione sulle pensioni di anzianità: “si deve agire sulle pensioni … che partono dai 55 anni di età. Facendo in questo modo si potrebbero trovare risorse che consentirebbero di dare ai giovani non 200 ma 500 euro al mese” (successivamente il Ministro ha precisato trattarsi non di assegni una tantum, ma di “borse di Studio” etc.). Brunetta appunta, quindi, gran parte delle responsabilità al fatto che il nostro Welfare è troppo sbilanciato nel tutelare i diritti dei “padri” a discapito dei “figli”, spesso lasciati soli senza garanzie e chiare prospettive per il futuro: la colpa di questo stato di cose, quindi, secondo il Ministro, “non è dei giovani, ma dell’egoismo e della miopia dei genitori, che sono iper-protetti dal Welfare e lasciano pochissimo spazio di lavoro e garanzie ai giovani, e in cambio se li tengono in casa”. Una buona fetta di responsabilità, poi, Brunetta la individua nei sindacati che negli ultimi 40 anni soprattutto, sono stati soprattutto attenti al presente, alle esigenze immediate, mancando però di una prospettiva per il futuro. In questi termini, tutelando sempre gli ultimi e lasciando indietro i più giovani, si tende a conservare e rafforzare il sistema, da un lato, ed indebolirlo e infiacchirlo dall’altro; laddove, invece, soprattutto per un Paese come l’Italia, a natalità bassissima e con l’età media sempre più elevata, sarebbe necessario bilanciare il nostro Welfare per dare ai giovani maggiori possibilità per costruirsi la loro vita. Da ultimo, il ministro della Pubblica amministrazione, al di là delle polemiche, invita tutti a fare “un esame di coscienza, dare prospettive di libertà di scelta ai giovani e non di costrizione: non c’è lavoro, nelle università non ci sono campus e borse di studio, la preparazione delle università non é abbastanza buona”. Detto questo, però, occorre anche precisare una cosa. Si può (e anzi si deve) discutere all’infinito su quali provvedimenti adottare per spingere i giovani all’autonomia: dall’assegno una tantum, alle agevolazioni-detassazioni sugli affitti, ai contributi in caso di matrimonio (proposta, quest’ultima, che permetterebbe a molti giovani di coronare presto i loro sogni di mettere su una famiglia con figli, senza attendere tempi biblici); tutte proposte sacrosante e legittime: il punto vero, però, della questione è un altro. Aldilà di sprechi ed inefficienze che vanno colpite e sanate, sarebbe un grave errore pretendere che solo dal Welfare (per quanto riformato) possa scaturire come per incanto la fine dell’epoca dei “bambaccioni”. Come ha spiegato mirabilmente una decina di anni fa Giulio Tremonti nel suo Stato Criminogeno (Laterza, 1997), il Welfare italiano ha prodotto le attuali distorsioni (”bare piene”, “culle vuote”), perché … ha funzionato troppo bene; perché, almeno in Italia, complice la pressione assistenzialista della Prima Repubblica, il Ns. Welfare, finanziato con la “cambiale mefistofelica” del BOT (del Debito Pubblico distribuito ai cittadini), ha retto oltre le proprie capacità: almeno fino allo stop imposto dal Trattato di Maastricht! Ora, una cosa non la possiamo utilmente negare: l’assistenzialismo in Italia, pur con le degenerazioni che tutti conoscono, partiva da una grande ispirazione ideale (vuoi nel mondo cattolico, vedi Fanfani, vuoi nel mondo socialista), quella di distribuire i redditi per realizzare un mondo migliore; con un occhio speciale alle nuove generazioni. La politica di ieri pensava ai giovani, perché c’era un tessuto sociale che premeva in questa direzione: fino a 30 anni fa, essere giovani comportava un movimento di presa di coscienza collettiva (vedi il 68, anche se spesso degenerato) da parte dei giovani stessi, i quali si sentivano artefici e protagonisti del loro futuro. A quasi quarant’anni dalla “contestazione generale”, i Ns. “bambaccioni” vivono di “arte di arrangiarsi”, ma di fatto non hanno trovato un’idea, un movimento di identificazione capace di dare un progetto, una speranza sul futuro, oltre al “coatto” ripiegamento nel proprio privato-familiare. Certo, è vero che è anche colpa di questo Welfare se i giovani di oggi sono spesso annoiati, abulici, infelici, depressi; ma la cosa più brutta è che negli ultimi anni si sia spento nei giovani quel sano spirito di “cittadinanza attiva” di cui essi solo sono “avanguardia naturale”, con quella voglia di “scoprire e progettare la sfera collettiva e sociale” dei giovani di altri tempi: pretesa, poi, quest’ultima, legittima, sacrosanta oltreché naturale, dato che il domani … è dei giovani! Deve, invece, rinascere nei giovani il naturale coraggio, di osare, di vivere intensamente, perché chiusi in un circuito che non dà loro spazio. Se c’è questa disposizione, anche quella che oggi appare cd. “precarietà” può essere vissuta con spirito diverso e senza negativismi: senza mettere in discussione il principio che il lavoro va sempre retribuito per il giusto e che l’assistenza previdenziale non può essere negata, credo vada accolta la provocazione da L’Occidentale del 19/01/2010 (Ai giovani d’oggi non resta che un po’ di precarietà per crescere) nella sua rubrica L’uovo di giornata: “forse l’ultima chance che i nostri giovani hanno di crescere e diventare responsabili è proprio la precarietà a cui devono far fronte e sono costretti, per i motivi più diversi, per costruire un loro futuro stabile e sereno”. Anche noi, come L’Occidentale crediamo che la “precarietà” sia l’ “ultima prova rimasta alle giovani generazioni per dimostrare chi sono, che cosa vogliono diventare e dove vogliono arrivare, malgrado tutto e tutti, in fondo sia giusta”. E con la stessa convinzione “crediamo che possano superarla con successo”. La precarietà, quindi, diventa una “prova di iniziazione” (non senza un non so che di “sacrale”, pur in senso civile) per selezionare i migliori: così è sempre successo in tutte le società, in cui i giovani, per sostituire i Padri, hanno sempre dovuto pagare almeno un prezzo, ovvero una “prova di iniziazione” per dimostrare di esserne degni: nulla ai giovani è stato dato gratis, questo lo dovrebbero ricordare i giovani stessi, ma anche le famiglie, indubbiamente portate (in modo diseducativo) ad essere ultra-protettive con i figli. Diamo ai giovani l’opportunità di dimostrare il loro valore, le loro capacità, di poter sacrificarsi e farsi carico delle responsabilità delle loro azioni. La storia è piena di questi passaggi: ricordiamo le “radiose giornate di maggio” del 1915, quando la “meglio gioventù” borghese, insofferente per le angustie del sistema liberal-giolittiano, volle conquistarsi il suo “posto al sole” nella società, offrendosi alla Patria. Con questo, non voglio auspicare per i “bambaccioni” un nuovo Piave o una nuova Caporetto; voglio solo dire che devono trovare la consapevolezza che solo dalla disponibilità alla “prova” (qualunque essa sia) si vede la differenza tra un vero giovane e un “bambaccione”. Per questo motivo, crediamo che i giovani potranno crearsi il proprio futuro e solo in questo modo far rinascere l’Italia anche sul piano morale, con idee nuove per il bene comune e rafforzare il sentimento nazionale, oggi sempre più flebile. Se la gran maggioranza dei giovani sono disinteressati alla politica, sono poco sensibili alle attività sociali, disinteressati a tutto ciò che ha un interesse generale e sono invece proiettati soltanto a godersi la loro vita, a curare i loro interessi privati, quando mai vedremo rinascere il Ns. Paese? In questa direzione, quindi, va ritrovata la via per un rilancio di una sana e non demagogica politica di promozione delle giovani generazioni.
