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Gli immigrati di Rosarno avanguardia del movimento anti-mafia?

arton2927di Giorgio Frabetti- La ribellione degli immigrati a Rosarno è la vera risorsa contro la ndrangheta. Questa la conclusione della riflessione fatta da Roberto Saviano in un’intervista rilasciata alcuni giorni or sono al TG3. Per l’autore di Gomorra, cioè, non si può pensare che i recenti fatti di ostilità agli immigrati di colore non abbiano nulla a che vedere con la criminalità organizzata in un Comune come Rosarno commissariato per in filtrazioni mafiose e in cui il clan dei Pesce fa il bello e il cattivo tempo. E non è un caso che i senegalesi nei giorni della protesta si siano spinti fino a circondare la villa di un capo-zona della ndrangheta locale. Un gesto di aperta sfida. Ora, deve dirsi che lo stesso Saviano, nell’intervista, confessa un certo “romanticismo” in questa sua analisi, come dettata dall’intenzione di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, perché lui stesso non riesce del tutto a dare ragione di alcuni punti critici del suo discorso. Certo, il punto di forza del ragionamento dell’Autore di Gomorra risiede nella constatazione che, a differenza dell’italiano onesto del Sud il quale emigra dal suo Paese, piuttosto che asservirsi alle Mafie, l’immigrato arriva nel Sud con l’intenzione di stanziarcisi, per fuggire dalla mobilità forzata cui le Mafie lo costringono (dalle Calabrie, alle Puglie, alla Campania, per la raccolta di arance, pomodori etc.). E’, quindi, questo insieme di fattori, stando ai ragionamenti di Saviano, ad aver portato i senegalesi a “gesti forti”, come la ribellione aperta. Senonchè, a questo punto, Saviano, incalzato dal Giornalista, si trova a dar conto di una domanda-dilemma: ragioni ed esasperazione a parte, i senegalesi di Rosarno hanno risposto con metodi illegali e criminali; come pensare di mettere questa forza al servizio della legalità? Assunto che i migranti intendano uscire dal nomadismo cui la Mafia del Sud li costringe, è automatico (secondo Saviano) che gli stessi  intendano vedere tutelati i diritti ad un giusto salario. Saviano al riguardo, ricorda l’esperienza di Castel Volturno, quando un Sindacalista provò ad inquadrare i senegalesi in un regolare rapporto sindacale, che si chiuse tragicamente con la morte di uno degli iscritti senegalesi. Se finora gli immigrati non si sono apertamente affidati alla legalità, per Saviano, ciò lo si deve al clima di intimidazione che tali immigrati subiscono e che li porta a condividere in un certo senso anche un certo quale clima di omertà con le Istituzioni. In questo senso, cioè, Saviano conclude: i senegalesi che hanno compiuto atti violenti sono comunque passibili di responsabilità penale, ma questo fatto, in prospettiva, va letto come propensione delle comunità immigrate del Sud a non accettare i diktat della criminalità organizzata; e tale movimento va incoraggiato. Ora, come tutte le sintesi di questo mondo, le parole di Saviano sono suggestive e … pericolose. Suggestive: è certo indiscutibile la concorrenza tra interessi della criminalità mafiosa locale e della comunità migrante; pericolose: è, infatti, altrettanto evidente che, affinchè tale concorrenza raggiunga un vero “punto di rottura”, è poco realistico parlare di politiche di inserimento/stanziamento degli immigrati nel Sud. Perdurando, cioè, lo stato di mobilità forzata dei migranti del Sud oggetto della rivolta di Rosarno, indotta sì dalle mafie, ma anche dal mercato ortofrutticolo meridionale (ma non è chiaro quale sia la reale disponibilità degli abitanti meridionali autoctoni!), l’unica via realistica che si apre ai migranti per controbilanciare i loro diritti con le Mafie italiane, è quello di agire “in coalizione”, offrendo, cioè, la propria manodopera in posizione di monopolio. Ora, questo compito è oggettivamente impossibile da svolgere per il Sindacato italiano; lo può svolgere solo un’organizzazione radicata nei Paesi di origine, capace di creare i contatti: una funzione che ad esempio nell’immigrazione Italia-USA le mafie italiane hanno svolto alla perfezione, mediando tra la disoccupazione massiva meridionale ed il fabbisogno massivo di manodopera industriale americano; e non a caso, la mafia italiana negli anni 20-30 aveva occupato e monopolizzato gran parte dei Sindacati Americani! In altre parole, è più realistico prevedere che dall’immigrazione nasca un movimento di nuova criminalità (dai migranti), piuttosto che un movimento per la legalità! Questa facile previsione rivela definitivamente il sotto-fondo ideologico delle parole di Saviano (da riformismo socialista fiducioso nell’irreversibilità dello sbocco non violento e non criminale delle rivendicazioni salariali). Parole, che, dando per scontata la propensione dei migranti di affidarsi allo Stato e alle istituzioni legittime, rivelano anche un certo semplicismo, nel ridurre la vita dei migranti alla sfera dell’economico (es. la richiesta del salario), trascurando la dimensione culturale ed etnica in senso lato degli stessi: le loro tradizioni etniche, religiose etc che possono avere un peso anche notevole nel relativizzare valori che per noi sono assoluti, se non scontati; come lo Stato, rispetto al quale alcuni migranti potrebbero contrapporre la sacralità della “famiglia” o del “clan” nazionale (vedi Binfield, Familismo amorale, Il Mulino, 1958), ennesimo terreno di coltura per eventuali opzioni di criminalità organizzata. In conclusione: prenda atto Saviano che la problematica dei rapporti migranti-Mafie Italiane non è affare da “anime belle” come lui, ma è affare che va gestito a livello di Stato, a livello di capillare controllo di polizia; dobbiamo convincerci che, per gestire partite tanto delicate, è solo allo Stato che possiamo affidarci e a nessun’altro: né alle ONLUS, né ai Sindacati, né … agli intellettuali.

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