27 gen, 2010
La Shoah:”i silenzi” di Pio XII secondo Renzo De Felice
di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai - La celebrazione della Giornata della Memoria quest’anno cade in contemporanea con le polemiche sorte dalle decisioni del Pontefice Benedetto XVI di beatificare Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli. “Di fronte ad una figura complessa come Pio XII sarebbe meglio osservare un doveroso silenzio, in attesa di saperne di più e con più mirata certezza quando saranno completamente aperti gli archivi del suo tormentato pontificato” ha dichiarato Tullia Zevi, Presidente Emerito delle Comunità Ebraiche nell’intervista apparsa su Repubblica lo scorso 20 dicembre, in concomitanza con la notizia della beatificazione. In particolare, le riserve della Sig.ra Zevi riguardano: 01) La neutralità di Pio XII che lo portò a non attaccare in toto il “nazifascismo” come “male assoluto”, per la paura del Comunismo; 02) La politica estera propensa alla logica dell’equilibrio tra le Nazioni e non alla “guerra totale” al Nazifascismo (oggettivamente favorevole alla Germania); 03) I rapporti di Papa Pacelli con il fascismo. Al riguardo, deve dirsi che un contributo assai pregevole di comprensione viene proprio dalle pagine dedicate alla politica estera del Pontefice curate da Renzo De Felice, nel primo e nel secondo tomo di “Mussolini l’alleato” e nel volume “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”. Sulla neutralità del Papa, non c’è molto da dire: la neutralità, nell’accezione nota a Pio XII secondo il diritto internazionale tradizionale (e Carl Schmitt lo insegna), non suppone un mero agnosticismo o peggio ignavia, ma la possibilità di un giudizio della guerra da parte del Neutrale da una posizione morale, che può sfociare anche nella condanna per uno dei contendenti, ma con astensione della lotta armata! Una posizione, come ognuno può ben vedere, assolutamente obbligata per la Santa Sede, potenza non-belligerante per antonomasia, la quale, però, in questo modo, avrebbe potuto assumere verso i belligeranti un ruolo consono, suggerito dal Vangelo e dalla morale universale (non dalla real-politik spicciola). In questo senso, deve ricordarsi che Pio XII, pur formalmente “neutrale” nel corso del conflitto, aveva ben presente le aberrazioni del nazismo, avendo concorso attivamente nel suo Pontificato, specie prima della guerra, ad inoltrare pubbliche proteste e condanne (specie per il tramite del S. Uffizio) contro le teorie razziste ed eugenetiche hitleriane e avendo collaborato in modo decisivo alla stesura dell’Enciclica Con profondo dolore del predecessore Papa Ratti (Pio XI), molto lucida sui pericoli del totalitarismo nazista. Scoppiata la guerra, la linea della Santa Sede era stata quella di evitare condanne pubbliche per vie diplomatiche, richiamando i vari belligeranti con appelli affinché fossero evitate il più possibile crudeltà, stragi indiscriminate, etc. Un atteggiamento sintetizzato limpidamente da Padre F. Cavalli su “Civiltà Cattolica”: Pio XII aveva mirato “soprattutto a far leva sull’autorità morale della Santa Sede” e ad evitare di “incorrere nell’accusa di parzialità da parte di uno dei contendenti” e “di offrire nuova esca alla tendenziosa propaganda dell’altro” in modo tale da impedire che “la sua parola..scatenasse contro innocenti indifesi le rappresaglie del persecutore inasprito”; in questo, si deve anche dire che il Papa fece tesoro dell’esperienza olandese, in cui la condanna aperta al Nazismo da parte dell’episcopato costò ai conventi e ai preti enormi rappresaglie, con enormi danni sul piano dell’opera umanitaria. Per quanto, poi, riguarda la preferenza del Papa, condivisa anche da molti osservatori e politici cattolici, per una “pace di compromesso” tra le potenze belligeranti e la sua netta avversione per la debellatio della Germania (voluta dagli Alleati con la Conferenza di Casablanca del 23 gennaio 1943), con questa il Vaticano sperava di ottenere due vantaggi per l’Europa: salvare la Germania come dispositivo statuale-militare per la Sicurezza Europea conto il caos dell’Est e contro l’avanzata dello Stato Sovietico (per evitare un nuovo caos stile Versailles 1919); favorire, tramite una “pace senza vittoria”, il processo di decomposizione del nazismo e la caduta di Hitler (e, in prospettiva, del Comunismo sovietico che si trovava a convivere col “Nemico” in contraddizione alle sue premesse ideologiche). Una visione dei rapporti internazionali del dopoguerra che, per altro, in tempi recenti, è stata rivalutata in sede storiografica e di cui è stata anche apprezzata la lucidità e la lungimiranza, specie dallo storico Liddel Hart ne La seconda Guerra Mondiale, edito da Mondadori, nel 1970 (e dove si fa notare come la “guerra ad oltranza” prolungò la guerra inconsideratamente, galvanizzò Hitler, ritardandone la resa, e permise ai comunisti di conquistare “a mani basse” l’Est Europeo). Deve, comunque, farsi notare, al riguardo, che la posizione del Papa (ma di molti cattolici che si occuparono di politica estera nell’Osservatore Romano) era in linea con le coordinate del diritto internazionale classico, il cd ius publicum europeum (come lo descrive tecnicamente Carl Schimtt nel suo ‘nomos della terra, 1950), alla pari di molti politici contemporanei (Bastianini, Ministro degli Esteri italiano): in altre parole, Pio XII presupponeva, che, finita la guerra, si sarebbe ristabilito il vecchio equilibrio tra gli Stati nazionali (tipo Pace di Westfalia del 1648) e Germania e gli Anglo-Americani ex-Nemici, si sarebbero seduti al tavolo della trattativa per la pace come “avversari legittimi” (iustis hostis). Un ruolo, quest’ultimo, che gli Alleati alla Conferenza di Casablanca del 23 gennaio 1943 negarono recisamente alla Germania, chiamata solo ad esprimere una “resa senza condizioni”; senza, però, che, a questa intransigenza di principio, gli Alleati accompagnassero l’enunciazione di un chiaro programma per la Sicurezza europea del dopoguerra. Il che accresceva oltremodo la paura che il secondo dopoguerra potesse diventare la replica del primo: col risultato che ora una simile replica avrebbe agevolato solo l’URSS nella conquista dell’Europa: erano, infatti, ancora lontani i tempi della NATO e della UEO! Pio XII si accorse, quindi, con enorme lucidità di come la strategia di Casablanca fosse povera di prospettive geopolitiche serie e fosse quantomai condizionata ideologicamente dall’Alleato Sovietico che aveva oltremodo bisogno di additare la guerra come una crociata contro il fascismo per ragioni di coesione del “fronte interno” e per consegnare al mondo un’immagine benevola e “democratica” (tra l’altro, per oscurare le terribili purghe staliniane, gli anni del Terrore e l’eliminazione di milioni di kulak avvenuta a partire dalla fine degli anni Venti, nonché far dimenticare l’accordo per la spartizione della Polonia e dell’Europa orientale tra Ribbentrop-Molotov del 23 Agosto 1939). Contro l’ ideologizzazione delle finalità della guerra (che, accolta dalla S.Sede come la Zevi pretende, avrebbe senz’altro obbligato la S.Sede ad una scomoda quanto inutile “scelta di campo” tra i contendenti: vedi Del Noce, Convegno DC S. Margherita Ligure), Pio XII, osservò sempre un principio fermo: “salvare la vita”. La Chiesa cattolica, dato il suo carattere universale, aveva il dovere di preoccuparsi di tutti gli uomini e non solo di una parte di essi. E un tale atteggiamento di assoluto equilibrio tra diplomazia e ragioni umanitarie fu particolarmente evidente dopo l’ 8 Settembre 1943 quando cioè i tedeschi si impadronirono dell’Italia centro-settentrionale e le barbarie naziste toccarono Roma e sfiorarono anche il confine con il Vaticano. In occasione, poi, della grande razzia degli ebrei romani del 16 ottobre 1943, nell’intento di contrastarne la deportazione, il Vaticano compì due passi semiufficiali presso i tedeschi, l’uno da monsignor Hudal e l’altro da Padre Pfeiffer, che invitavano i tedeschi a sospendere immediatamente gli arresti, onde evitare un intervento pubblico di Pio XII. I due passi sortirono l’effetto desiderato, dato che il 17 ottobre, conosciuta la presa di posizione vaticana, Himmler aveva dato istruzioni di sospendere gli arresti. Per quanto, poi, concerne la critica che viene fatta a Pio XII di non aver condannato il fascismo come complice del nazismo, anche qui la Zevi pecca di poca sensibilità storica: una simile posizione postula, infatti, che il regime fosse sincrono alle posizioni oltranziste di Preziosi e Farinacci, filo-nazisti dichiarati, laddove, invece, specie durante la guerra, la posizione maggioritaria dei Gerarchi sulle prospettive del conflitto e del dopoguerra era abbastanza in linea con le speranze e gli obiettivi cattolici di una “pace di compromesso” (salvo accentuazioni particolari, ad esempio, il “corporativismo” da Bottai e Spirito nel 1942 su “Primato”). Sintomatica, in questo senso, è la posizione espressa dal cattolico fascista Orestano su “Gerarchia” rivista personale del “Duce”, che suscitò tante polemiche in ambienti farinacciani, ma che era assolutamente affine con gli auspici del Papa per un ruolo pacificatore dell’Italia che salvaguardasse l’equilibrio europeo (nella fattispecie, in nome di una sensibilità cristiana che avrebbe dovuto unificare spiritualmente l’Europa); sintomatica, poi, è la circostanza che, parallelamente agli auspici di Pio XII per la salvaguardia della Sicurezza europea, il Duce si stesse muovendo, ancora alla vigilia della sua deposizione avvenuta il 25 luglio 1943, per favorire una sorta di “pace separata” Germania-URSS che stabilizzasse il fronte orientale. Per quanto questi auspici risultassero del tutto velleitari e spuntati dopo la Conferenza di Casablanca, il Vaticano non li ostacolò: di qui, si comprende la posizione di attesa di Pio XII verso il fascismo, che portò a defilare il Vaticano da qualsiasi partecipazione a progetti e complotti per destituire il Duce (vedi i sondaggi in Vaticano di Taylor nel novembre 1942 e del Maresciallo Bastico il 22 febbraio 1943), nell’ultima speranza che l’estro e l’imprevedibilità di Mussolini potessero costituire l’occasione per un rovesciamento della situazione diplomatica nei termini sperati dal Vaticano. Con questo, certo, non si vuole negare l’indubbia ferita storica portata alle Comunità Ebraiche italiane dalla promulgazione delle leggi razziali del 1938, episodio giustamente deplorato per le discriminazioni che determinò a carico di stimati e onorati cittadini e che, per altro, il Vaticano non mancò di deplorare e condannare (De Felice ricorda che gli anni 1938-39 furono tra i più tesi tra Vaticano e Regime!). Semplicemente, si vuole dire che, rapportato l’atteggiamento di Pio XII all’eccezionalità della guerra, è anacronistico pretendere che, in nome della lotta al “nazifascismo” (categoria, per altro, discutibile in sede storiografica), Papa Pacelli potesse aderire ad una condanna di un regime (quello italiano) che non solo era tra i più sensibili agli auspici di politica diplomatica della S. Sede, ma che, venuto a sapere dell’esistenza dei campi di sterminio e delle continue deportazioni di ebrei da parte tedesca nei vari territori occupati, era tra l’altro anche intervenuto (sia per ragioni umane, ma soprattutto per porre freno alle bestialità tedesche che avevano l’effetto sia di rafforzare la lotta partigiana in speciale modo in Jugoslavia e Grecia, sia di screditare l’immagine dell’Asse) varie volte con qualsiasi escamotage possibile salvando migliaia di persone da un’ atroce fine.
