19 gen, 2010
Craxi, il Grande “eretico” della Sinistra Italiana (2a parte)
(Redazione) Pubblichiamo la seconda ed ultima parte del post commemorativo di Craxi, nel decennale della scomparsa.
di Giorgio Frabetti- Bettino Craxi si è davvero conquistato “sul campo” il titolo di “grande eretico” della Sinistra Italiana, perché, con tenacia ed energia fuori del comune, ha sfidato la “Chiesa Comunista” italiana in frontiere storiche, mettendone in seria difficoltà l’egemonia nella società italiana: dai diritti civili (femminismo in primis), fino soprattutto sul versante del lavoro, storica roccaforte dei Comunisti e del Sindacalismo collaterale della CGIL. Con grande tempismo ed in notevole avanguardia sul PCI e il Sindacalismo tradizionale, Craxi fu, infatti, il leader di Sinistra che colse con maggiore lucidità quel processo di “terziarizzazione” dell’economia che galoppava negli anni ’80, a spese dell’universo di “fabbrica” tradizionale: il PSI fu così favorevole ai “quarantamila” (impiegati di livello elevato e quadri) che marciarono nell’ottobre 1980 a Torino contro il “blocco della fabbrica” imposto alla FIAT dagli Operai contro i tagli per “esuberi” di personale; il PSI promosse ed incoraggiò, altresì, il mondo della “consulenza” (settore allora in ascesa dell’economia cd “immateriale”), arrivando a sfidare il PCI in uno scontro che pareva perso in partenza, ma che segnò un’epoca: il “taglio della scala mobile”. Quando il PCI chiese nel 1985 il referendum per ripristinare il conteggio ordinario della “scala mobile”, Craxi si oppose e mise in palio la propria Presidenza del Consiglio: ma alla fine trovò l’opinione pubblica schierata con lui (contro tutte le previsioni della vigilia). Questi e altri fatti fecero meritare a Craxi la palma di “grande eretico” della Sinistra: in particolare, Craxi fu “eretico”, perché non riconobbe mai al PCI il ruolo di “Chiesa”, non riconoscendo, cioè, mai a Berlinguer e soci la qualifica di “pontefice infallibile” dell’ortodossia di Sinistra. Al riguardo, non possiamo dimenticare che essere “protestanti di sinistra”, negli anni 70-80, esponeva a non pochi rischi: non possiamo dimenticare come grandi esponenti del riformismo di sinistra non comunista come Tobagi furono uccisi dall’estremismo di Sinistra; senza contare che Marco Biagi (altro esponente del PSI storico) fu ucciso dalle BR per motivi politici solo nel 2002! Certo, lungi da noi dire che il PCI appoggiava l’estremismo e la lotta armata (cosa storicamente non vera!); certo, però, il richiamo all’ortodossia marxista-leninista, molto forte presso le masse (come un autentico”senso comune” comunista), era tale da spingerne alcune frange alla lotta armata; e ciò, del resto, in piena e lineare coerenza con i postulati di “lotta di classe”! Per questo motivo, il PCI aveva gioco facile nell’additare in Craxi il Negativo, per antonomasia; per questo motivo, il voto comunista non convogliò mai in numeri significativi nelle file del PSI, restando appannaggio di minoranze isolate (salvo il tentativo, ambizioso, nel gennaio 1992, della “scissione migliorista” dal PDS di Borghini e Soci nel Consiglio Comunale di Milano, ma che non potè produrre frutti per il sopraggiungere di Mani Pulite). Questo mancato “sfondamento” del PSI nei confronti del PCI impedì a Craxi di realizzare il suo principale sogno, diventare, cioè, il Mitterand italiano egemone della Sinistra, anche comunista (vedi il progetto “unità socialista” del 1990 che fu solo raccolta da una pattuglia scissionista, ma allo sbando, del PSDI). Certo, questa difficoltà di sfondare nell’universo comunista, alla fine, logorò Craxi e fu la causa remota della sua fine politica (mentre Tangentopoli e il “voto di protesta” del 1992 ne furono la causa prossima!). Chi ha descritto mirabilmente e con la massima lucidità questo processo politico è stato il politologo Giorgio Galli nella sua Storia dei partiti politici (Rizzoli, 1993): dopo le elezioni politiche del 1987, cioè, quando il PSI raggiunse il suo massimo storico (il 14,4% di fronte ad un PCI crollato dal 30 al 26%), c’erano, secondo Giorgio Galli, le condizioni per un’alternativa al sistema di governo DC, perché PSI, PCI, DP (Democrazia Proletaria), radicali, PSDI, Verdi raggiungevano il 51%; allora, l’occasione dell’aggregazione avrebbe potuto essere costituita da una piattaforma programmatica incentrata sui referendum contro nucleare, giustizia … che si sarebbero celebrati di lì a poco e di cui Craxi fu un energico sostenitore. Ciononostante, Craxi non colse l’occasione, perpetuando la prassi dei governi pentapartito a guida DC, senza rivendicare una propria Presidenza del Consiglio. E certo alla base di tale stallo c’era effettivamente la reale condizione di isolamento di Craxi dalla base comunista, che rese il PSI di fatto incapace di aggregare formazioni “movimentiste” (come le forze ambientaliste), rispetto a cui, invece, il PCI era collaudato e consumato interlocutore, anche per la presenza più capillare dei Comunisti sul territorio. Non da ultimo, alla crisi del craxismo cospirò anche la circostanza che il PSI, incapace di sfondare elettoralmente sul PCI, si era viceversa sempre più consolidato al Sud: una tendenza che, come dimostrano i flussi elettorali del PSI (vedi volumi di politica in Italia de Il Mulino), a prescindere dal milanese, si era stabilizzata dagli anni 60 in poi, ma che, perdurando, aveva reso il Partito più condizionato dall’elettorato meno ricettivo ai programmi craxiani di rinnovamento e, viceversa, più sensibile e affine alle pratiche “ministerialiste” e “clientelari” di marca DC. Alla fine, cessata la competizione con l’eterno nemico De Mita (che auspicava una ripresa della “strategia dell’attenzione” della DC verso il PCI per marginalizzare il ruolo del PSI), Craxi si trovò a dipendere a “doppio filo” dal sistema di potere DC, offuscando, così, definitivamente la sua immagine di politico innovatore: nonostante per 20 anni avesse paventato di essere l’ago della bilancia tra DC e PCI, Craxi finì per seguire la DC nello stesso declino politico che sfociò in Tangentopoli. Cosa resta oggi di Craxi? Certo, Craxi lascia un “sentiero interrotto” nella storia politica italiana, la via cioè della vera modernizzazione della Sinistra Socialista in senso liberale e, perciò, “eretica” rispetto ai dogmatismi tradizionali: modernizzazione rimasta incompiuta. Altre occasioni mancate, dopo la Segreteria Craxi, saranno la “svolta della Bolognina” del PCI (che nel 1991 muterà il nome in PDS, ma non la piattaforma politico-culturale ferma alla “questione morale” di Berlinguer) e la nascita del PD. Ciò che resta, invece, dell’eredità craxiana è uno stile politico positivo e combattivo, che non si tira indietro nel combattere da posizioni di avanguardia, non propenso al conformismo politico-culturale, generoso (anche se talvolta un po’ … garibaldino!), e disposto anche a pagare di persona la propria “diversità”: sto parlando, ad esempio, di personalità come l’attuale premier Silvio Berlusconi, ma anche come i Ministri Sacconi e Brunetta (già socialisti); non a caso le più agguerrite avanguardie nel sostenere una politica di “alto profilo”: è il vecchio insegnamento della politique d’abord? Io credo di sì.
(Fine)

Caro Antonino,
conosco benissimo il pensiero di tal Pietro Ancona che delizia tutti noi delle sue perle lungo la rete: da FB all’ultimo dei blog. Un socialista che voglia interessarsi, guarda un po’, del socialismo italiano se lo trova sempre tra i piedi. Non ho la sfortuna di conoscerlo, ma è piuttosto evidente che abbia scambiato il PSI per il PCI, questione di consonanti.
Cara Giuseppina Ficarra,
abbiamo preso atto dell’odio sociale che gronda dalle parole di Pietro Ancona (compagno di ferro) verso il socialismo italiano, verso Craxi, verso Berlusconi, verso il PdL e sostanzialmente verso il popolo italiano, colpevole di votare in maggioranza (relativa) dalla parte che lui ritiene sbagliata. Lo sapevamo.
Il peggiore pericolo per i comunisti in Italia è stato il socialismo, non il fascismo.
A questo punto ci domandiamo se lei (Giuseppina) ha un pensiero suo sull’assassinio politico di Bettino Craxi. O se pensa per interposta persona.
Morte del PSI
Con la cerimonia di Hammamet officiata dai notabili del PDL il craxismo si è messo fuori dalla storia del socialismo per diventare il punto di partenza della degenerazione della politica italiana e pietra fondativa del berlusconismo. Il pellegrinaggio alla tomba del leader del PSI compiuto da esponenti del governo e della maggioranza, da gente come Brunetta noto per avere definito “fannulloni” i lavoratori statali, come Sacconi, sempre pieno di odio verso la CGIL e fautore di una “complicità” dei sindacati con gli imprenditori per ridurre i diritti dei lavoratori, di Frattini che opta apertamente per il sionismo contro i palestinesi, di Cicchitto che redige liste di proscrizione per i giornalisti liberi, e di tanti altri esponenti del Regime che sta cancellando i tratti distintivi della democrazia italiana,è stato l’atto di separazione del craxismo dal socialismo italiano. Il Segretario del PSI Riccardo Nencini ha sanzionato questo atto quando approva, come ha fatto, l’ennesima legge ad personam per Berlusconi, il cosidetto “processo breve” che priverà della giustizia tantissime persone.
Gli esponenti maggiori del governo di destra responsabili con la loro maggioranza delle leggi razziali
più gravi che si siano fatte in Europa dopo quelle nazifasciste hanno voluto ribadire la loro rivendicazione della eredità craxiana con una cerimonia al Senato in cui si è avuto un abbraccio tra
due perseguitati della giustizia Berlusconi e Ottaviano Del Turco uniti in una lotta all’ultimo sangue per
ridurre la magistratura italiana ai loro piedi. Lo stesso Senato, all’indomani della celebrazione di Craxi,
si è riunito per varare una legge che serve a Berlusconi per sfuggire ai processi con la prescrizione e che, come è stato detto, provocherà effetti devastanti nella giustizia italiana.
Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco. L’operazione di recupero ed incorporazione di Craxi nel berlusconismo è stata percepita come una operazione di Regime fatta da coloro che non si fanno processare e che si ritengono al disopra delle leggi ordinarie che regolano la vita di tutti. Il Paese molto ben vestito, gaudente e superprivilegiato che si è dato Convegno e ha tentato di fare di Craxi una vittima dei giudici, un eroe della primazia della Oligarchia, non è riuscito a convincere tutti gli italiani nonostante il controllo quasi totale dei massmedia. Non è sfuggita la consecutio temporis con la discussione al Parlamento dell’ennesima legge a vantaggio di Berlusconi e sopratutto l’eredità rivendicata è apparsa del tutto priva di valori civili e sociali che potrebbero essere o diventare punti di riferimento del Paese. La morale che viene agitata è antimorale e non può ispirare le giovani generazioni che abbisognano non di leaders decisionisti e carismatici ma di persone capaci di esprimere ideali per una vita ed una Italia migliore. Mentre i potenti si riunivano ad Hammamet ed al Senato dalle carceri italiane giungevano sinistre notizie di suicidi. Sette in meno di venti giorni! Un sistema penitenziario che abbisogna di una seria inchiesta del Parlamento viene ignorato. Il riconoscersi del PSI soltanto nel craxismo lo candida alla confluenza nel PdL, alla scomparsa nella palude della destra italiana che è anche il leghismo razzista che predomina nel Nord del Paese.
Il decennale di Craxi costituisce un momento oscuro e pericoloso della storia d’Italia il tentativo più forte e non del tutto riuscito di fare degli antivalori veri e proprie virtù politiche. Per quanto si possano subire i privilegi dei potenti che difficilmente finiscono in carcere, non è facile fare di questi privilegi “valori generali”. Momento oscuro e pericoloso perchè è stato avallato da un atto grave del Presidente della Repubblica che ha scritto una lettera alla vedova dalla quale trapela il rammarico per la giustizia definita di “inusitata durezza” subita da Craxi.
Se il craxismo resta l’unica espressione del socialismo possiamo considerare estinta la sua storia in Italia. Se i socialisti sono capaci di radunarsi attorno alla memoria della loro storia e dei loro grandi leaders Pietro Nenni, Sandro Pertini, Riccardo Lombardi, Fernando Santi, se si separeranno con un colpo di machete da Hammamet, il socialismo continuerà a vivere con i suoi indistruttibili valori di libertà e giustizia.’ L’Italia ha bisogno di socialismo.
Pietro Ancona
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