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Craxi, il Grande “Eretico” della Sinistra italiana (1a parte)

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Redazione- Pubblichiamo, in due parti (la prima oggi, la seconda domani), un ‘post’ commemorativo della figura politica di Bettino Craxi. A dieci anni dalla scomparsa, resta la testimonianza di un grande “eretico” che, con notevole lucidità e lungimiranza, provocò la Sinistra a rinnovarsi ed abbandonare l’angusto orizzonte comunista.  

di Giorgio Frabetti- In questi giorni, ricorre il decennale della scomparsa ad Hammamed di Bettino Craxi, Segretario del PSI dal luglio 1976 al febbraio 1993, quando fu costretto a dimettersi sulla scia delle inchieste di Mani Pulite. In tempi recentissimi, è esplosa una grande polemica, quando è stata comunicata la decisione della giunta Comunale di Milano guidata da Letizia Moratti di dedicare una via al politico scomparso, nell’anniversario della morte. Il che attesta, senza possibilità di dubbio alcuno, che pur a dieci anni dalla morte e a quasi venti dalle dimissioni da Segretario del PSI, la figura di Craxi è ancora oggetto di controversia: da un lato, non pochi politici (es. D’Alema), esponenti del mondo politico ex-comunista (già a suo tempo in aspro contrasto con Craxi), sono propensi a distinguere la vicenda penale del leader socialista (da biasimare, come espressione di “affrismo”) dalla vicenda politica (da rivalutare); dall’altro, una simile posizione è tenacemente avversata da Di Pietro, Travaglio e soci, per i quali tale distinzione non è possibile, e giungono, quindi, a dipingere Craxi come un volgare “affarista”, disconoscendone ogni dignità politica: non è un caso, quindi, che un quotidiano “giustizialista” doc come Il Fatto quotidiano accordi grande rilievo a presunte cointeressenze di Craxi specie con leader e dittatori del Terzo Mondo, per presunti inconfessabili, ma altrettanto non chiariti, interessi. Personalmente, crediamo che fare di Craxi un semplice “affarista” (o peggio “lobbysta”) significhi travisarne completamente la personalità, disconoscendo un dato essenziale: se in Italia c’era un politico “a 24 carati”, questo era proprio Craxi, figlio legittimo e coerente della “politique d’abord!” di nenniana memoria (la politica, prima di tutto!): di quel Nenni di cui era fidato e ligio discepolo; di quel Nenni che ne benedisse l’ascesa alla Segreteria PSI nel luglio 1976. Per Craxi, “primato della politica” significava a tutti i costi “autonomia”  del PSI e suo “peso determinante” nel governo: nei disegni di Craxi, cioè, il PSI doveva sfruttare al massimo grado la sua posizione di “ago della bilancia”, ovvero di partito essenziale sia per formare maggioranze con la DC sia per formare maggioranze senza DC (evidentemente con il PCI), con l’obiettivo ultimo di far guadagnare al Partito la guida del Governo (che otterrà, primo socialista nella storia italiana, nell’agosto 1983 e che manterrà fino all’aprile 1987, dopo un primo tentativo, abortito, nel luglio 1979). Si può condividere o non condividere questo aspetto, ma questo era il profilo caratterizzante la personalità politica di Bettino Craxi, dedito al partito in ogni momento fino a che gli fu possibile rimanere in Italia. Inoltre, senza la “politique d’abord!” noi non comprendiamo nemmeno l’uso “discreto” del denaro, di cui Craxi fu accusato, ma di cui, peraltro, lui stesso non fece mistero nel celebre discorso alla Camera del luglio 1992, quando sfidò gli altri partiti a giurare il contrario (una battuta che, lì per lì, fu scambiata per bieco cinismo o chiamata in correità). Recentemente un comunista doc come Giovanni Pellegrino nel libro La guerra civile (intervista di Govanni Fasanella, BUR, 2005) ha colto profondamente il senso e la portata storica di questo discorso: secondo Pellegrino, cioè, l’uso “discreto” del denaro da parte dei partiti faceva parte delle “regole del gioco” della Guerra fredda e della connessa contrapposizione ideologica. Guerra fredda cui Craxi, dal canto suo, aveva cercato di partecipare con un profilo più alto possibile (come nella decisione sui missili Cruise del 1983) per trarne il massimo vantaggio per il suo piccolo partito;  abbandonando, in questo modo, quella posizione di “neutralità” e di tendenziale pacifismo rispetto al blocco occidentale, che avevano caratterizzato la precedente Segreteria De Martino, da Craxi ritenuta troppo subalterna al PCI (per inciso, in questo post, non ci dilungheremo ad illustrare la politica estera di Craxi-premier, perché fu dettata prevalentemente da considerazioni autoreferenziali, interne, di partito, piuttosto che da visioni geopolitiche organiche: vedi la vicenda dell’Achille Lauro e di Sigonella in cui comunque venne a galla l’ambiguità del suo atlantismo che conviveva con simpatie verso Arafat e il movimento palestinese!). Tutti i partiti, come noto, avevano preso parte al banchetto del “finanziamento irregolare” e Craxi non sopportava di doverne sopportare gli oneri penali sostanzialmente da solo. In questo, Craxi pagò il cinismo di un mondo comunista che, in crisi dopo le falcidie del brigatismo,  si era trincerato in una generica ed astratta “intransigenza giustizialista” in nome della “questione morale” sollevata da Berlinguer: naturale, quindi, in questo orizzonte la demonizzazione di Craxi; demonizzazione, attraverso cui gli ex-comunisti videro l’occasione propizia  per rilegittimarsi, in nome dell’onestà, davanti all’opinione pubblica, dopo una lunga crisi! E quale occasione migliore che additare alla “pubblica gogna” Craxi ! Craxi, proprio lui, il “grande eretico”, colui che aveva sfidato il PCI, fin dai “caldi” anni 70, in frontiere storiche, dai diritti civili (femminismo in primis), fin soprattutto  sul versante del lavoro, trincea storica del PCI e del Sindacalismo collaterale.

(Fine prima parte-Continua)

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