16 gen, 2010
Augusto del Noce. A vent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita
di Giorgio Frabetti-Questo post intende commemorare la figura del grande filosofo cattolico/tradizionalista Augusto del Noce di cui ricorre contemporaneamente il ventennale della scomparsa (30 dicembre 1989, nemmeno due mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, di cui il filosofo era stato lucido profeta nel suo Suicidio della Rivoluzione, edito nel 1978) e il centenario della nascita (11 agosto 1910). Del Noce ha dedicato tutta la vita a rovesciare/confutare un dato primo della cultura moderna, ovvero la convinzione che l’evoluzione della storia e della filosofia conducessero inevitabilmente verso la secolarizzazione e l’ateismo come condizione normale della vita dell’uomo. In che modo, secondo Del Noce una filosofia cattolica degna di questo nome può ritrovare forza e vigore verso il mondo moderno? La risposta è la seguente: solo insinuando il dubbio che tale processo di secolarizzazione non sia inevitabile, ovvero solo intendendo l’ateismo come “problema” (di qui il titolo della sua più importante opera), si può rendere plausibile razionalmente la dimensione della fede, almeno a livello di preambula fidei (non pare di sentire il monito di Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio del 1998: “Ragione e fede sono due ali che conducono alla Verità”?). Viceversa, laddove non riesca almeno ad insinuare questo dubbio, la filosofia cattolica resta condannata alla debolezza e allo scacco verso la cultura moderna: in questo, Del Noce vede il limite della filosofia di Jacques Maritain, che, dopo aver aperto molte speranze di “riconquista cattolica” del mondo moderno, negli anni 50-60 ha fatto naufragio verso marxismo e neoilluminismo (vedi lo scritto dedicato a Giacomo Noventa ne Il suicidio della Rivoluzione cit.); allo stesso modo, Del Noce vedeva la debolezza del cattolicesimo democratico, proteso ad un vago e confuso modernismo (teorico e pratico), in nome di una riconciliazione acritica con la cultura moderna (vedi scritti di Del Noce per il Convengo DC di Santa Margherita Ligure). Come si diceva all’inizio, qui risiede l’enorme modernità e il carattere eminentemente profetico dell’opera delnociana: carattere profetico tanto più evidente, soltanto se si considera che, al tempo in cui Del Noce scriveva (anni 60-70), la cultura media religiosa (vedi COX, La città secolare, trad. it. Vallecchi, Firenze 1968) era attestata nella convinzione che il progressismo fosse il decorso inevitabile per tutte le religioni e le loro organizzazioni secolari; previsione poi clamorosamente smentita dal risveglio dei movimenti religiosi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 (vedi l’indagine di INTROVIGNE-STARK, Dio è tornato, Elledici 2005). Quali i passaggi essenziali di questa confutazione? Qui, in breve, se ne possono indicare solo alcuni cenni. In primis, Del Noce individua la “forma filosofica compiuta” della secolarizzazione nella filosofia classica tedesca e nell’idealismo hegeliano (sul punto v. Il problema dell’ateismo, Mulino, 1964): forma che risulterà ancora più compiuta teoreticamente, nell’attualismo gentiliano, il quale, sorto in reazione alla crisi dell’idealismo indotta dal marxismo, porterà alle estreme conseguenze teoretiche il postulato idealistico dell’identità (dialettica) tra soggetto pensante e oggetto pensato con l’abolizione della classica ontologia di derivazione aristotelica e tomistica dell’essere-presupposto-del pensiero; con l’attualismo, quindi, la filosofia moderna realizza il salto qualitativo definitivo, ovvero sostituisce al primato dell’essere (tradizionale) il primato del divenire, del vitalismo, dell’azione (vedi il postumo Giovanni Gentile, Il Mulino, 1990, specie capitolo primo). Questa via dell’abolizione della tradizionale ontologia classico-cristiana apre, poi, a Del Noce un’insinuante via di confutazione: incentrandosi, cioè, sul “divenire”, la filosofia moderna è tecnicamente costretta a cercare nell’azione la riprova della sua verità, ovvero è costretta a scommettere sulla sua capacità di trasformare il mondo, anzichè di comprenderlo (come da tradizione). E’ sui risultati storici , allora, che Del Noce incentra la sua critica delle filosofie atee: allontanandosi, cioè, dall’ontologia tradizionale, la filosofia moderna ha prodotto una cultura che ha giustificato prima il totalitarismo marxista di Lenin, poi il totalitarismo fascista, nazifascista e la ripresa europea del marxismo con Gramsci e il comunismo italiano, fino ad arrivare agli esiti neo-illuministici e nichilistici della società opulenta e del consumismo, devastanti per le basi morali ed etiche dell’Europa Occidentale. La filosofia di Del Noce, a questo punto, approda ad una fenomenologia “transpolitica” (termine che il filosofo amava) dei totalitarismi assolutamente interessante e da riscoprire in chiave di ermeneutica, sia politica, sia culturale, e che in parte riprende la celebre tesi di Maritain del totalitarismo come “religione secolare” (socialismo reale, fascismo e nazismo sarebbero stati cioè tentativi di supplire al vuoto della vera fede con una fede nel cambiamento palingenetico del mondo attraverso la politica): per questo motivo, pur nella mia modestissima posizione, ritengo che Del Noce vada riscoperto come “filosofo classico dei totalitarismi”, capace di ”tener testa” a pensatori del calibro di Hanna Arendt, Ernst Nolte e Eric Voegelin. Fin qui, la pars denstruens. Ma qual’è allora, secondo Del Noce, la via per la ripresa religiosa della filosofia? Del Noce parte da un presupposto molto semplice: l’idea secondo cui la secolarizzazione sia un processo irreversibile (posizione ferma della filosofia classica tedesca), è posizione smentita dalla presenza di una via franco-italiana del pensiero, che, al contrario della filosofia classica tedesca, giustifica la riconciliazione tra filosofia e fede (quella di Lammenais, Rosmini e Gioberti): questo, perché sia in Francia sia in Italia, prima della penetrazione massiccia del marxismo, la filosofia, anche laica, non aveva mai rinnegato l’ontologia classica e la razionalità tradizionale; e non aveva inaridito, quindi, la “basi razionali” per la riscoperta della fede (i preambula fidei, appunto). L’esempio dell’esplosione di Maritain e della “riscoperta del religioso” nella Francia laica culla dell’Illuminismo dei primi del XX secolo, costituisce per Del Noce l’esempio più chiaro ed evidente di questa possibilità. Ripercorrendo, quindi,“a ritroso” questa via, la filosofia cattolica, secondo Del Noce, può riacquistare vigore e aprire quantomeno il “ragionevole dubbio” della fede nell’uomo moderno.

Articolo di ottima fattura. A mio avviso il pensiero di Del Noce, che purtroppo non ho avuto ancora la possibilità di approfondire, per quanto concerne lo storicismo è duale rispetto a quello di Popper. Anche Popper seppur da laico e liberale metteva in evidenza i rischi e i tragici effetti dello storicismo (leggere a tal proposito “Miseria dello storicismo”). La sua filosofia era tesa a dare una prospettiva possibilistica sul futuro, considerando ogni “verità” (scientifica o religiosa) confutabile. In breve, in comune con Del Noce c’è il rifiuto di qualsiasi pensiero assoluto, mentre in disaccordo c’è per quanto riguarda Popper la sua fiducia nel progresso, presupposto per dare una prospetiva concreta alla società.