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Di Pietro: ovvero la “sindrome regressiva” della “transizione italiana”

Antonio_Di_Pietro_2di Giorgio Frabetti- Non è da oggi, ma è evidente a tutti, dall’inizio di questa legislatura, che il vero avversario politico di Silvio Berlusconi non è il PD (pure nato istituzionalmente con questa ambizione) ma l’IDV di Antonio Di Pietro. Sul punto, si deve dire, senza tema di passare per ipocriti o retorici, che la conflittualità Berlusconi-Di Pietro è iscritta nelle direttrici storiche della cd. II Repubblica e della fase di transizione politica apertasi di conseguenza: a Berlusconi, cioè, che rappresenta la risposta costruttiva e “politica” a questa fase di transizione, sta un Di Pietro, che incarna la risposta “giustizialista” e “antipolitica”: in altre parole, all’istanza storica propulsiva e di avanguardia (oggi incarnata dal “berlusconismo”), si contrappone l’istanza storica regressiva e di retroguardia (oggi incarnata dal “dipietrismo”), particolarmente dura, oltrechè radicalizzata dalla grave crisi economica, che il Paese sta attraversando.   

Una simile situazione affonda nella crisi politica del 1992-93 , da cui convenzionalmente si fa partire la II Repubblica e nell’ondata “giustizialista” ed “antipolitica” creatasi attorno all’iniziativa giudiziaria delle Toghe Milanesi passata alla storia come Mani Pulite (PAOLO FLORES D’ARCAIS, La Rivoluzione Liberale di Mani Pulite, nel numero 01/20/02 di Micromega). Da allora, come noto, nella politica italiana, si è creato il circuito perverso, per cui i partiti necessitano, per governare, di una “duplice legittimazione”(vedi GIULIO TREMONTI, Lo Stato criminogeno, Parte I, cap. III, par. 8): una elettorale (tradizionale) e l’altra giudiziale. In questo quadro, certamente, Forza Italia e IDV detengono un primato storico specialissimo: entrambi, infatti, sono stati, per così dire, legittimati da Mani Pulite e dall’ondata giustizialista; tali partiti, cioè, devono più degli altri la loro esistenza politica all’ondata giustizialista del 1992-93.

Un tale “debito di legittimazione” è da allora duramente pagato da tutte le forze politiche: si direbbe, “il giustizialismo prende, il giustizialismo toglie”. Come noto, Forza Italia pagò da subito il suo “debito di legittimazione”: poco dopo l’insediamento di Berlusconi, infatti, il premier Berlusconi cadde “vittima” di una campagna giudiziaria senza precedenti per intensità e accadimento, e le disgrazie giudiziarie del premier alimentarono da subito la “canea” politica dell’opposizione che, alleatasi alla Lega, rovesciò il premier. A sua volta, Prodi nel 2008 cadde per vicende legate alle indagini sul Ministro della Giustizia Mastella, ma che indirettamente coinvolgevano il premier dell’Ulivo anche come indagato per le inchieste Why Not di Catanzaro. Di qui, la curiosa “pendolarità” della politica italiana, per cui la dialettica politica non tende a svolgersi tra maggioranza e opposizione parlamentare, quanto tra maggioranza e “antipolitica” giustizialista.

Segno evidente che la “rottura” di Mani Pulite  non ha ancora creato quel nuovo assetto per un’ordinata dialettica politica che si auspicava nel segno del bipolarismo; segno, quindi, che la politica è ancora “impantanata” nelle pastoie di una transizione che pare non finire.

Allo stato attuale, è di nuovo Berlusconi il politico più di tutti “nell’occhio del ciclone”, oggi più vulnerabile (più di quanto si creda) alle “imboscate” “giustizialiste in generale e dipietriste, in particolare. Una tale possibile fonte di debolezza, però, non scaturisce solo dalla circostanza (ovvia) che Berlusconi è l’uomo politico più importante del momento (ed appare, pertanto, naturale “bersaglio” delle forze di opposizione), quanto dalla circostanza che oggi più facilmente che in altri tempi (complice la crisi economica) possono venire al pettine i nodi irrisolti della ”transizione” incompiuta e meglio e più facilmente possono di conseguenza sorgere nell’elettorato medio malcontento e malumore sui frutti economici di quel “nuovo corso liberale/liberista” della politica italiana, iniziato da Berlusconi con la sua “discesa in campo” nel 1994 e del quale l’attuale premier è stato tra le più lucide e impegnate avanguardie (vedi il mio La Destra del futuro … in Arezzopolitica del 16/11/2009).

Come noto, infatti, il movimento berlusconiano sorge, da un lato, come moto di  “risposta/scommessa” al vuoto politico lasciato da una classe dirigente (dominata dal “consociativismo” DC-Sindacati-PCI) che non aveva saputo accollarsi in modo trasparente una svolta politica nel segno del rigore monetario; e, dall’altro, come riscoperta dello “spirito liberale” in chiave di antidoto ad uno Stato Sociale che sta razionando massicciamente le sue risorse e si sta avviando ad una “politica degli spiccioli” (sono parole di Margaret Thatcher: vedi Dahrendorf: nel saggio La Libertà che cambia, 1978). Ora, un simile processo ha sempre trovato grandi risacche di resistenza e di rigetto, in fette estese di elettorato italiano, specie di quello che, formatosi sotto l’influsso del Socialismo e del Comunismo, non accetta per principio ideologico il “razionamento” dello Stato Sociale. E non è stato un caso, quindi, se, fino alle elezioni politiche del 2006, l’avversario più ovvio e naturale di Berlusconi era stato il vetero-comunismo, specie PRC con Bertinotti (e curiosamente, quando era PRC a monopolizzare l’opposizione a Berlusconi, Di Pietro conseguiva risultati elettorali modesti!).

Non va, però, al riguardo dimenticato che Berlusconi finora ha potuto presentarsi come naturale e più spinta “avanguardia” di questo “nuovo corso politico”, perché era espressione di un territorio (il Nord) storicamente più ricco e più avanzato, e, quindi, più in grado di recepire istanze politiche più “avanzate” nel segno della governance di contro alle sirene “regressive” (Rifondazione e dintorni). Ora, se la crisi economica comincia ad erodere la base sociale media e produttiva di questo omogeneo blocco economico-sociale, di cui finora il centro-destra è stato parte organica (segni vengono dalla protesta da parte dei cd. “padroncini” del Varesotto della mancanza di “ammortizzatori sociali” adeguati, dai problemi della Dalmine a Bergamo, storica base leghista …), il percorso politico di centro-destra può venirne seriamente danneggiato (e, in prospettiva, anche inesorabilmente e definitivamente!): e un simile malcontento, se ieri non avrebbe potuto sfociare nel massiccio voto a Rifondazione Comunista, oggi può essere facilmente intercettato da Di Pietro (e, del resto, sul tentativo di Di Pietro di sfondare al Nord parla con chiarezza FILIPPO FACCI ne L’Occidentale del 06/12/2009, Di Pietro sogna un centro reazionario, a sua volta tratto da Filippo Facci, Di Pietro, pp. 460-464, Mondadori 2009).

Ora, non vi è chi non veda come un’eventuale rafforzamento elettorale di Di Pietro nelle fasce di elettorato medio tradizionalmente berlusconiane, decreterebbe contemporaneamente il declino di Berlusconi e  la fine della più importante e compiuta prospettiva di riforma liberale della politica, nel segno della governance, ovvero della più avanzata occasione di progresso e di maturazione etico-politica che sia mai stata offerta all’Italia: forse la morte definitiva della prospettiva di una politica liberale in Italia, ispirata a pragmatismo, prospettiva dei risultati, refrattaria a prospettive utopiche, ideologiche e populiste nelle scelte economiche e del Welfare.  

Ciò che è più preoccupante, però, è che non pare profilarsi in Di Pietro una chiara alternativa di governo rispetto a Berlusconi: attualmente, cioè, sembra che il principale interesse di Di Pietro sia manterenere una posizione di semplice “regressione” rispetto ai progetti berlusconiani, interpretando, così, il ruolo di mera contestazione del premier, con netta propensione al filybustering politico: in altre parole, Di Pietro sembra proporsi esclusivamente come semplice  “parassita” degli (eventuali) insuccessi del centro-destra.

In effetti, è conclamata nell’ IDV la totale assenza di una vera progettualità politica: questa assenza di progettualità, allo stato attuale, dipende prevalentemente dal fatto che IDV non dispone di una collocazione politico-ideologica definita, almeno all’interno delle classiche “famiglie politiche europee” (liberali, socialisti, popolari). Se, cioè, dietro Berlusconi c’è sempre stato un partito ideologicamente composito e vivace, ma con forte tensione progettuale nel segno del liberalismo pragmatico, viceversa, dietro Di Pietro c’è solo … Di Pietro (e, pare, la sua famiglia!).

Evidentemente tale carattere ideologicamente amorfo dell’IDV, se, da un lato, garantisce a Di Pietro un’utenza elettorale potenzialmente enorme, dall’altro, è anche verosimilmente alla base di quella mancanza di democrazia interna e di tensione programmatica, tanto lamentata dai militanti, i quali accusano il partito di essere una struttura organizzativa del tutto inconsistente (se non un “comitato d’affari”) e priva di quadri intermedi veramente credibili. Come denuncia MicroMega,  il Partito dell’Italia dei Valori viene accusato di essere un meccanismo esclusivamente asservito al più esasperato “culto della personalità” del leader Di Pietro e asservito ad una pratica organizzativa ispirata a “doppia morale”: in particolare, la rivista fa presente che a tanta polemica politica sui “parlamentari”  inquisiti e collusi del PDL, fa riscontro una strana e non spiegata tendenza dell’IDV di affidare cariche dirigenziali locali ad esponenti politici di dubbia moralità, per lo più provenienti dal “sottogoverno” di area ex-DC (UDEUR, UDC, Margherita, talora Forza Italia) con precedenti penali seri e addirittura patenti ascendenze massoniche (non male per chi deplora la “nuova P2″ al Governo!). Inoltre, all’interno del Partito di Di Pietro ormai non si contano le sezioni falcidiate dai commissariamenti, anche se da poco insediate da congressi del tutto regolari: il che disincentiva gli onesti, la società civile, proprio quegli esponenti a cui pure il partito tanto ostentatamente si rivolge (due sono gli articoli appositamente dedicati all’evoluzione dell’IDV. Da un lato, l’articolo di MARCO ZERBINO, C’è del marcio in Danimarca- l’Italia dei valori, regione per regione; dall’altro, l’intervista a LUIGI DE MAGISTRIS da parte del Direttore FLORES D’ARCAIS Italia dei Valori Partito Uno e bino in Micromega, 05/20/09).

In tutta questa debolezza programmatica e in tutta questa instabilità organizzativa, è comprensibile, quindi, che l’IDV attualmente non possa vivere senza additare il “nemico” (Berlusconi) e i suoi complici (l’area non intransigente del PD, forse Napolitano) ! In altre parole, il filybustering politico per l’IDV è l’unico vero surrogato all’assenza totale di progettualità politica, l’unica “coperta di fico” di un grave vuoto politico ed organizzativo del Partito stesso.

Non è un caso, pertanto, che Di Pietro, pure pronto al confronto anche più aggressivo con Berlusconi ed il centro-destra, non abbia mai proposto chiaramente la sua leadership come possibile candidatura al Governo del Paese; il che è tanto più contraddittorio, se si pensa che è proprio il leader di Montenero di Bisaccia la figura di punta del “fronte anti-berlusconiano”! Allo stesso modo, si deve valutare la circostanza (abbondantemente denunciata da Micromega nell’ottobre scorso) che l’IDV, se ormai si aggira sul 10% a livello nazionale, stenti a superare una media del 4% a livello locale, dove le implicazioni di gestione amministrativa sono più forti. Una simile circostanza appare molto eloquente, perchè è conseguenza inevitabile e coerente  dell’opzione antipolitica del leader IDV: la quale, per essere elettoralmente redditizia, (a livello operativo)  non può che sfociare in una “politica della mani nette”, evidentemente insostenibile da posizioni di Governo, dove ti devi “sporcare le mani” e dove la tua “purezza” è evidentemente più discutibile ed opinabile. A questo punto, non può stupire più di tanto che la posizione dipietrista finisca inevitabilmente per risolversi in una mera posizione negativa, non costruttiva (Un assunto, quest’ultimo, che risulta avvallato, nemmeno troppo indirettamente, dallo stesso Flores d’Arcais Micromega, 05/20/09, quando descrive l’espressione nazionale del voto ad IDV come “opposizione radicale a Berlusconi, anzi di un’opposizione e basta, l’unica che oggi sia tale. Senza tentazioni di inciucio e di sconti” in convergenza con FACCI citato). 

Sarebbe comunque colpevole sottovalutare Di Pietro, solo per queste abbastanza manifeste carenze. In altre parole, se la forza dell’IDV è poca e trascurabile come organizzazione di partito, deve considerarsi che la sua forza vera risiede in altri fattori: in primo luogo, nell’estrema personalizzazione della proposta politica attorno al Carisma-Di Pietro (una sorta di “berlusconismo rovesciato” molto astuto per invadere il bacino elettorale berlusconiano, con una tecnica che ricorda da vicino quella piratesca degli hacker di clonare password, siti internet …, ma che è tanto più necessitata tanto più il partito è instabile ed ideologicamente amorfo); in secondo luogo, nelle sue “quinte colonne” nella Magistratura e nella stampa (almeno quelle “zone grigie” dove i due ambiti comunicano, grazie ad una consuetudine di rapporti sviluppatasi almeno dagli anni del terrorismo in avanti (vedi VIOLANTE, I cittadini, la legge e il Giudice, ne Storia d’Italia, Annali 14, legge Diritto Gistizia, Giulio Einaudi Editori, 1998); in terzo luogo, nel “giustizialismo”: il quale, costituisce a tutta evidenza una via obbligata per un partito, che non pare pronto all’assunzione diretta di responsabilità di governo e trova a sua volta una facile ”rendita di posizione” nell’eventuale appannamento della figura politica di Silvio Berlusconi.

Alla fine, con queste premesse, il risultato del filybustering dipietrista non porterebbe al governo un’opposizione responsabile e una reale alternativa politico-sociale al blocco berlusconiano, ma un’ indistinta “antipolitica”, alimentata, senza prospettive costruttive, da poteri anonimi (stampa e magistratura) e che non potrebbe trovare altra fonte di legittimazione, se non nell’ evocare lo spettro di una nuova Tangentopoli (come fosse un Diluvio Universale eternamente incomente sulla Penisola!).

La presenza politica di Di Pietro dimostra, senza possibilità di equivoco, che si è avverata la profezia di Giulio Tremonti, il quale, nel 1997, aveva preannunciato che il fantasma di Tangentopoli avrebbe continuato ad aggirarsi sulla scena politica italiana, ben oltre la fine della Prima Repubblica: “Tangentopoli tornerà- aveva ammonito nel 1997 il Ministro dell’Economia-  se il sistema non produrrà un sostanziale e giusto risanamento dei conti pubblici e una nuova legislazione economica“ (Lo Stato criminogeno, cit.).

Dipende solo dal centro-destra fare da argine alla diffusione del ”virus-Di-Pietro” sul sistema politico italiano. Al dipietrismo inteso come “sindrome negativa/regressiva” (tesa a giovarsi parassitariamente dei mali del sistema politico, senza proporre nulla in alternativa) si risponde soltanto riscoprendo una sana progettualità politica che sappia guardare al futuro e porsi da avanguardia per il futuro: finora, solo il centro-destra ha saputo storicamente recepire ed interpretare con coerenza questa istanza di riforma della politica; per questo, solo il centro-destra oggi è in grado di essere la vera avanguardia nella modernizzazione della democrazia italiana. In particolare, il centro-destra allo stato attuale dispone della cultura politica più avanzata che oggi si possa ritrovare nel sistema politico italiano e che è del tutto carente in IDV. Pertanto, se il centro-destra saprà mantenere questo “primato politico di avanguardia” nel sistema politico italiano, potrà assorbire agevolmente il filybustering dipietrista; altrimenti, se si defilerà in un ruolo di mera retroguardia,  ne resterà impantanato.

(Foto: Presidenza della Repubblica)

 

 

 

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