9 gen, 2010
La minaccia sull’Europa e sul Mondo della rinascita del nazionalismo arabo
di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai Gli eventi di Natale 2009, che hanno visto un attentato in danno agli USA sventato per poco hanno attirato l’attenzione dei commentatori circa le vere prospettive e i risultati conseguibili dal movimento arabo con questi gesti (01). Ora, andando alle sorgenti del fenomeno, che, del resto, si è prevalentemente sviluppato nel XX Secolo, deve prima di tutto dirsi che l’espressione “nazionalismo” riferita al mondo arabo è qualcosa di estremamente ambiguo, perché storicamente appare connesso con l’altra sua ombra, il cd “panarabismo” (02), che, per altro, porta a sviluppo e compimento il cd “movimento salafita”, che, dopo il lungo “magistero” di personaggi carismatici, come Jamal al-Din Afgani (1839-1897) e da Muhamad Adduh (1849-1905), porterà, sotto gli auspici di Hasan al-Banna (1906-1949) e di Mawlana Sayyd Abu l-A’la Mawdudi (1903-1979), alla formazione del “movimento dei Fratelli Musulmani nel 1928, che sarà il primo nucleo di quello che successivamente verrà chiamato “fondamentalismo islamico” (03). In realtà, tra “nazionalismo” e “fondamentalismo” ci sarà, negli anni, una certa quale dialettica: mentre le matrici religiose e gli obiettivi ideologici sono più o meno gli stessi (liberazione del mondo islamico dalla “cattività” del colonialismo …), il “nazionalismo” ha incarnato nel tempo la real-politik (04) del movimento arabista (espressasi principalmente nella politica estera dei principali Stati arabi) ed è apparsa, proprio per questa sua proiezione “geopolitica”, più possibilista e propensa al compromesso: di compromesso in compromesso (specie a seguito delle concessioni allo Stato di Israele), però, l’anima più “pura” ed ideologica del “fondamentalismo” ha accentuato via via il suo populismo, ovvero la sua insofferenza per i “professionisti del sacro” (es. la Scuola di Alessandria) e per il “bizantinismo” degli Stati (in nome della purezza delle origini, degli antenati, salafi, da cui la denominazione “salafita”!) e che storicamente è stato il brodo di coltura del “terrorismo”, specie quello suicida (esploso specie negli anni ’90 in Palestina(05)). E’ certo, comunque, che è con il cd “nazionalismo arabo” che la composita ed instabile compagine degli Stati arabi conquista un peso geopolitico negli equilibri mondiali (e, in questo si deve riconoscere un certo quale primato a Egitto e Siria, Stati di più recente indipendenza e più adusi al “gioco politico-diplomatico”). Fin dalla loro formazione, i movimenti nazionalisti arabi hanno individuato i loro nemici nei colonizzatori europei, in speciale modo nelle Gran Bretagna e nella Francia, accusate di opprimere le popolazioni arabe e di perseguire una politica filosionista. Furono subito consapevoli che per contrastare le potenze europee avevano bisogno di assicurarsi degli aiuti e delle alleanze con altri stati. Dopo le deludenti esperienze fatte sopratutto negli anni venti con l’Urss, l’alleato migliore non poteva non apparire loro che l’Italia fascista. Mussolini infatti grazie alla sua sensibilità di vecchio rivoluzionario e al suo fiuto politico, già negli anni del primo dopoguerra aveva intuito le potenzialità del risveglio nazionale arabo e l’importanza di stabilire con essi rapporti di collaborazione che si sarebbero rivelati utili allorquando ci sarebbe stata una grave crisi internazionale (e in questa ottica va inserita la politica mediterranea mussoliniana tesa a fare dell’Italia una potenza che costituisse un “ponte” tra l’Oriente e l’Occidente). Rapporti che si sarebbero intensificati con la conclusione vittoriosa della guerra d’Etiopia che aveva accresciuto le speranze degli arabi nell’aiuto dell’Italia contro l’Inghilterra e gli ebrei, specialmente in un’autorità importante come il Mufti di Gerusalemme che desiderava far scatenare la rivolta e far fallire il progetto Peel per la divisione della Palestina. Tutto ciò avveniva non per una presunta affinità ideologica esistente tra il nazionalismo arabo e i regimi nazista e fascista, ma in forza della logica tutta politica, che vede nei nemici dei propri nemici i propri amici. Fu solo però con il 10 Giugno del 1940, cioè con l’entrata in guerra da parte dell’Italia a fianco della Germania, che la politica araba di Mussolini cambiò carattere, perse la strumentalità che sino allora l’aveva contraddistinta (06) e assunse un posto centrale nella strategia politico-militare del Duce, in quella presente e ancor più in quella futura, del dopoguerra cioè. Se l’incidenza militare del nazionalismo arabo sul corso della guerra era infatti considerata assai limitata e modesta, assai più importante era considerata quella politica i cui frutti sarebbero stati però raccolti essenzialmente dopo la conclusione della guerra. A fine guerra i nazionalisti arabi chiedevano all’Asse la completa indipendenza di vari paesi: Irak, Egitto, Sudan, Arabia Saudita, Yemen, Palestina, Transgiordania, Kuwait, Dubay, Oman, Hadramout, Siria e Libano. L’Italia avrebbe avuto assicurate, d’accordo con il governo egiziano, solo le comunicazioni imperiali attraverso il Sudan. L’Asse, secondo i leader dei movimenti nazionalisti arabi, doveva altresì riconoscere il diritto dei popoli arabi a unirsi in una o più federazioni e a risolvere il problema della “Jewish National Home” in Palestina, di cui doveva riconoscere anche l’illegalità. Nella guerra i nazionalisti arabi avevano intravisto la possibilità di ottenere l’indipendenza dalla Gran Bretagna e dalla Francia, mentre le potenze dell’Asse cercavano il loro aiuto per organizzare, attraverso l’impiego di forze militari arabe, attacchi contro l’impero Britannico. Le alterne vicende della guerra offrirono la possibilità di mettere in pratica vari attacchi contro l’Inghilterra, anche se a dire il vero, in concreto furono scarse e praticamente irrilevanti le iniziative in questo senso, sia perché Hitler in fondo non attribuiva grande importanza alla carta araba e di conseguenza Mussolini (anche se a malincuore), che dopo i rovesci militari subiti dall’Italia in Grecia e in Africa era succube della strategia militare tedesca, sia perché gli stessi nazionalisti attendevano prima delle rassicurazioni precise sulle intenzioni dell’Asse a guerra conclusa. In pratica il testo della dichiarazione dell’accordo raggiunto tra l’asse e il Mufti fu approvato e pubblicato mentre gli Alleati erano sul punto di sbarcare in Sicilia. Anche se il Mufti doveva ormai nutrire poche speranze circa una sconfitta degli Alleati, la dichiarazione gli era necessaria per la propria immagine, per giustificare presso “la nazione araba” anni di lotta contro gli inglesi e gli ebrei e la propria scelta di campo a fianco dell’Asse e per uscire da tutta la vicenda vincitore anche se sconfitto: anche se gli arabi avessero ottenuto dagli Alleati l’indipendenza e l’unità nazionale, mai avrebbero ottenuto da essi la fine della presenza ebraica in Palestina; da qui la giustificazione storica della sua lotta, e, appunto il suo legato alla “nazione araba” (07). Infatti la guerra, nonostante avesse visto la sconfitta dell’Asse, che i nazionalisti arabi avevano appoggiato, aveva logorato tutte le principali potenze mondiali, dando così la possibilità ai vari paesi arabi (e non solo) di ottenere l’indipendenza tanto agognata, seppure ancora in questi Stati la classe dirigente fosse impreparata politicamente a gestire e governare i vari paesi. La grande battaglia del dopoguerra che, per i nazionalisti doveva essere affrontata, era quella della presenza ebraica in Palestina, che la vittoria degli Alleati aveva accentuato. Fu infatti con la proclamazione dello Stato di Israele, che il nazionalismo arabo dette al mondo sfoggio e prova della sua aggressività sullo scacchiere geopolitico mondiale, frutto di un’accresciuta consapevolezza del “peso determinante” che il mondo arabo acquisiva automaticamente per la forte domanda di petrolio da parte del mondo occidentale (una conferma, post eventu, della lucidità geopolitica del “Duce”!): non a caso, il teatro principale degli scontri fu l’area geografia vicina o adiacente al Canale di Suez, meta commerciale essenziale dei commerci, specie petroliferi: pertanto, motivi religiosi (si veda la giurisdizione su Gerusalemme: se degli arabi o degli israeliani) e motivi economici si mischiano inscindibilmente a motivi di potenza (08) nel tragico “pendolo” delle guerre arabo-israeliane, dove le parti reciprocamente temono un assedio ed un accerchiamento che li tagli fuori anche dalle rotte del commercio navale e del petrolio, in particolare. Anche in questo spirito, il 15 maggio 1948 gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania, attaccarono l’appena nato Stato di Israele. L’offensiva venne bloccata dall’esercito israeliano e le forze arabe vennero costrette ad arretrare e a firmare un primo armistizio nel 1949; successivamente, si contò su un’altra grande prova di forza con la chiusura/nazionalizzazione del Canale di Suez (1956) con il principale obiettivo di bloccare il passaggio delle navi commerciali israeliane: questo gesto, che ai tempi, rischiò di mettere in ginocchio il mondo intero, da un lato, costrinse Israele ad intervenire militarmente contro l’Egitto, dall’altro, fu l’occasione di un’esperienza, politicamente effimera, ma di grande portata simbolica per la politica araba, ovvero la fusione tra Egitto e Siria, nucleo di una futura “unione panaraba” del Medioriente, cui avrebbe dovuto unirsi anche l’Iraq, grande potenza petrolifera, ma che poi andò “a monte” per il Colpo di Stato irakeno del 1958. Ancora successivamente, negli anni ‘60 Giordania, Egitto e Siria, cercano di “accerchiare” Israele (09), ma questi, grazie ad un’opera di contro-spionaggio di eccezionale portata ed efficienza, riesce a sgominare gli avversari con la Guerra dei Sei giorni del 1967 (che costò all’Egitto l’occupazione del Sinai). Con il tempo, stabilizzata l’area di Suez, il confronto arabo-israeliano è degenerato nel terrorismo fine a sé stesso: sintomo evidente di una sorta di modus operandi classico del “nazionalismo arabo”: la tendenza a favorire la degenerazione del mondo arabo nel “fondamentalismo islamico” : si comincia l’08 dicembre 1987 con l’Intifada (la “rivola delle pietre”), e si prosegue con la degenerazione del “terrorismo suicida” a seguito degli Accordi di Oslo del 1993 (che tracciano una prima base per la connivenza di un nucleo di Stato palestinese con lo Stato di Israele) e con la passeggiata di Sharon nella spianata del tempio in Gerusalemme nel settembre 2000. Con gli accordi di Oslo, infatti, si consuma il prestigio di una delle figure più controverse della politica palestinese, oggetto di grandi speranze del mondo arabo negli anni ’60-’70: Yasser Arafat: uomo indubbiamente cinico e spregiudicato nel giocare contemporaneamente i tavoli dell’estremismo e del “legalitario” (non ricorda un po’ la politica del “doppio petto” di Mussolini del 1921-22?), ma che, accondiscendendo, con gli accordi di Oslo del 1993, di fatto a mettere sullo stesso piano Stato di Israele con il costituendo Stato di Palestina, viene visto come un traditore dagli islamici intransigenti. Non a caso, negli ultimi anni, il potere negoziale di Arafat per una pacificazione dell’area palestinese (nel solco del Trattato di Pace del 1993) si indebolisce enormemente (10) e gli ultimi anni vedono un poco convinto Arafat sposare la causa dei “martiri suicidi” (senza contare la controversa vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 2007 dalla prospettiva ancora del tutto incerta (11)!): ma è una mossa (quest’ultima) solo tattica e di facciata, perché frattanto il mondo arabo “politicista” di Arafat è tallonato da vicino da Osama-Bin-Laden (12), che è il capofila dell’integralismo islamico più puro e più ambizioso (la costituzione di un umma, unità mondiale degli islamici) che, non solo si giova della propaganda di adepti reclutati, spesso via Internet, negli arabi trapiantati nell’Occidente (e scontenti della vita che lì conducono), ma che, complice del clamore degli attentati (in primis Nairobi, ma soprattutto le Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001) tende a spostare l’attenzione dell’Occidente (e degli Usa in specie) su altre aree geografiche: l’Arabia Saudita, l’Afghanista, l’Irak, l’Iran e recentemente la Siria (sospettata di covare un nuovo rilancio del progetto della cd “Grande Siria”). E’ un pericolo il nazionalismo arabo per il mondo? La risposta non è semplice, perché l’islamismo è una realtà “a doppia faccia”: se si guarda al lato “politicista”, il pericolo è relativo e può sempre essere domato dall’Occidente con una sapiente “politica di sicurezza” contro il terrorismo internazionale e con un’accorta politica del divide et impera tra gli Stati arabi che contrasti la formazione di Stati-guida, egemoni nel mondo arabo. Purtroppo, però, il mondo islamico ed estremista in particolare, non riduce la sua influenza nefasta sull’Occidente solo agli strumenti di hard power, ma anche con soft power, attraverso un fortissimo reticolo associativo di Centri Studi, Scuole (13) che conta da un alto su una fedeltà granitica degli adepti e sulla simpatia di alcuni occidentali (specie di origine marxista), portati a vedervi solo una manifestazione etnico-culturale, sottovalutando, così, la portata operativa e politica di dottrine iniziatiche come la Jihad. Non vorremmo, cioè, che i Nostri Governanti cadessero nello stesso errore di Israele, quando, fidando nel carattere para-scoutistico dei Fratelli Musulmani, pensò che l’organizzazione collaterale e semi-militare dei “guerrieri della Palestina”, (creata nel 1980 attorno al Centro Islamico, fondato da Yasin nel 1973) fosse solo una “banda” creata per dare lezioni ai “pubblici peccatori” che vendevano film e riviste pornografiche o alcolici e simili in nome della sharia, salvo poi accorgersi successivamente che l’organizzazione era effettivamente sovversiva perché, tra i “pubblici peccatori”, includeva anche gli “arabi collaborazionisti con Israele”! Il fatto, cioè, che in un Paese, la presenza islamica sia limitata solo alla dimensione associativa non deve trarre in inganno e far credere che tale Islam sia moderato: i padri del “fondamentalismo”, infatti, hanno sempre teorizzato e praticato la “gradualità” della presenza islamica nell’Occidente, ammettendo sì una fase associativa, ma sempre in preparazione della conquista islamica finale! Evidentemente, giocano a favore della conquista islamica dell’Europa la denatalità europea e la perdita delle radici religiose-culturale dell’Occidente (14).
Note:
(01)Enorme il successo sotto il profilo della “guerra psicologica” del gesto, anche se poi l’attentato non si è consumato, secondo LOQUENZI, L’attentato di Natale è riuscito anche se la bomba non è esplosa, del 31 dicembre 2009: “gli effetti che Umar Farouk Abdulmutajab e i suoi mandanti volevano ottenere non sono molto diversi da quelli che si sarebbero prodotti con il pieno successo dell’attentato. Un giovane musulmano era pronto e addestrato per farsi esplodere in volo il giorno di Natale assieme a circa trecento cristiani su mandato di quel che resta di Al Qaeda. Già all’indomani gli aeroporti di mezzo mondo erano semiparalizzati dalle nuove (e probabilmente inutili) misure di sicurezza introdotte in fretta e furia. Passeggeri in fila per ore, voli cancellati, ritardi, forze di sicurezza sotto pressione: questo solo per dare un quadro delle 48 ore successive al mancato attentato”.
(02) Sulle connessioni tra “nazionalismo arabo” e “pan-arabismo”, vedi Charles Smith, “The Arab-Israeli Conflict” , in: International Relations in the Middle East by Louise Fawcett, p. 22O
(03) Sulle origini del movimento “fondamentalista” e sulle redici “salafiste” vedi MASSIMO INTROVIGNE, Hamas, Fondamentalismo religioso e terrorismo suicida in Palestina, Ed. Elledici, 2003, cap. I p. 12.
(04) L’Egitto, specie nella fase del cd “nasserismo” ha dato la dimostrazione di come la causa “arabista” abbia dato la stura a conformazioni di potere (per lo più dittatoriali-personalistiche) del tutto spregiudicate e talora eccentriche e spregiudicate, che denotano la tendenza alla strumentalizzazione della causa araba, all’interno dello stesso mondo arabo.
(05) Sul tema del “terrorismo suicida” vedi le lucide pagine di INTROVIGNE, cit., p. 53-54, laddove situa l’inizio della fase suicida di Hamas, negli scontri di Hebron del 25 febbraio 1994 e nel particolare contesto politico: da un lato, l’Intifada era finita, dall’altro Hamas doveva subire lo scacco degli attentati di Oslo che avevano portato l’allora referente politico di Hamas, l’OLP al sostanziale riconoscimento dello Stato di Israele, sull’onda per altro fi un grande consenso dell’opinione pubblica palestinese. In particolare, si consideri il passo dove INTROVIGNE dice: “A ogni passo in avanti dell’OLP nella trattativa di pace, hamas risponde con gli attentati, cui fanno seguito una repressione israeliana, una fragile moratoria concordata Hamas-OLP nel tentativo di allentare la morsa della repressione, una ripresa delle trattative di pace OLP-Israele e nuovi attentati di Hamas che riprendono il ciclo”.
(06 Sul punto, vedi DE FELICE, Mussolini l’alleato Tomo I Dalle “guerra breve” alla guerra lunga.
(07) Sul punto, vedi DE FELICE, cit.
(08) Il sogno della “grande Siria” è risalente addirittura alla fine della Prima Guerra mondiale e al crollo dell’Impero Ottomano, quando l’effimero regno di Faysal, che apparve unificare il mondo arabo; esperienza poi rivelatasi effimera per le mene franco-inglesi.
(09) Constatato che Egitto, Siria e Giordania stavano ammassando truppe a ridosso dei propri confini, Israele decise nuovamente di optare per un attacco. Sotto il comando dei generali Ytzhak Rabin (Capo di Stato Maggiore) e Moshe Dayan (Ministro della Difesa), in soli sei giorni, a partire dal 5 giugno 1967, Israele sconfisse gli eserciti dei tre paesi arabi, conquistando la Cisgiordania con Gerusalemme Est (che erano sotto l’amministrazione giordana), la Penisola del Sinai, le Alture del Golan, la Striscia di Gaza,la Cisgiordania (Giudea e Samaria) occupando così vaste aree di territorio al di fuori dei propri confini originari.
(10) Sull’appannamento del prestigio morale e politico di Arafat si leggano, si leggano le parole di MAGDI ALLAM nel suo Viva Israele, Mondadori, 2007 cap. III p. 121: “Quando il 12 novembre 2004 si svolse la cerimonia funebre ufficiale di Arafat al Cairo … fu chiaro l’atteggiamento collettivo di distanza se non di imbarazzo. L’amara verità è che Arafat era formalmente tollerato, ma in realtà osteggiato dagli altri leader arabi. Basti pensare al fatto che i palestinesi massacrati in Giordania, Libano e Siria sono molto più numerosi di quelli uccisi dagli israeliani. L’amara verità è che, a dispetto delle apparenze, con Arafat la causa palestinese si è trasformata in uno strumento di conservazione del potere dei regimi arabi, che hanno mobilitato le masse contro l’eterno nemico sionista per celare ed aggirare la realtà di tirannia e sottosviluppo interno. Anche se, poi, in definitiva, aldilà della demagogia,i palestinesi hanno scoperto di non essere poi così amati nel mondo arabo”.
(11) Vedi ABU TOAMEH, Perché Abbas non vuole riprendere i colloqui di pace con Israele, ne L’Occidentale del 09/01/2010.
(12) Sulla concorrenza movimento palestinese-Al Quaeda, attira l’attenzione INTROVIGNE, cit. p. 62, che esprime le seguenti interessanti, valutazioni: “Sempre più le evoluzioni della situazione palestinese fanno apparire i dirigenti di Hamas i sostenitori di una linea “leninista” di “rivoluzione in un solo Paese”, contro la posizione “trozkista” di Al-Qaeda che predia la “rivoluzione (islamica) mondiale”.
(13) Sul “gradualismo” vedi le eloquenti parole di INTROVIGNE, cap. I p. 12. In altre parole, il “fondamentalismo”, però, è essenzialmente (e pragmaticamente) improntato a “gradualismo”, nel senso che il conseguimento degli obiettivi di restaurazione è concepito di solito in tre fasi sequenziali essenzialmente enumerate in questo modo: a) applicazione della legge islamica in ogni comunità islamica; b) unificazione/coordinamento dei Paesi a maggioranza islamica in un unico Califfato; c) Islamizzazione del mondo intero. Questo significa che, in talune realtà (a islamizzazione recente o iniziale), la presenza musulmana è limitata alla dimensione associativo, ad una rete di circoli culturali, senza conclamate finalità aggressive o militari; sarebbe, però, un errore interpretare questa presenza come segno di “moderatismo islamico”. Converge, altresì, la testimonianza drammatica di MAGDI ALLAM cit. p. 150 sul concetto auto-referenziale che l’Islam ha dei suoi rapporti con gli “altri”: “Per gli estremisti [islamici, NdA] il rapporto tra i musulmani e gli “altri” deve obbligatoriamente essere definito sulla base della loro concezione della sharia, non dalle leggi secolari dello Stato”.
(14) Sul punto, vedi le lucide parole di CARLO JEAN in Geopolitica del XXI Secolo (Edizioni Laterza, 2006): Le difficoltà maggiori nella lotta al terrorismo di matrice islamica consistono nel fatto che esso è allo stesso tempo hitec e suicida. I popoli che non hanno paura della morte e che trovano giovani disposti al supremo sacrificio per un ideale, quale esso sia, hanno sempre prevalso. Al riguardo dell’uso della forza, il pensiero occidentale è ancora condizionato dalle teorie calusewitziane secondo cui la guerra è uno strumento … della politica degli Stati. Tuttavia, contro le reti terroristiche internazionali presenti anche sui nostri territori, la guerra è divenuta una necessità per garantirne la sopravvivenza. Per questo, l’Occidente continua a combattere guerre, sebbene la forza militare sia sempre più costosa e i benefici che ne possono trarre sempre minori. Nessuno Stato verrà mai rovesciato dagli attacchi terroristici. Il vero rischio è che il terrorismo diventi endemico … La lotta antiterroristica, allora, imporrebbe nuove restrizioni alle libertà … in senso xenofobo … L’Occidente non sarebbe più lo stesso”- cap. VII par. 13 (il futuro dell’Islam), p. 169-170.
