3 gen, 2010
Il Presidente Napolitano in mezzo alla “grande muraglia”
di Giorgio Frabetti- Non avrebbe potuto essere più esplicito e chiaro di così: «I cittadini italiani in tempi difficili come quelli attuali – ha detto il Presidente Giorgio Napolitano in chiusa del suo discorso - hanno bisogno di maggiore serenità e a questo bisogno devono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società. Serenità e speranza che sento di potervi trasmettere oggi con il mio augurio per il 2010». Senza possibilità di equivoco, la più alta Carica dello Stato deplora la “grande muraglia” (così recitava un efficace titolo di un libro di Bruno Vespa nel 2002) che, in questi anni, si è formata tra la maggioranza, guidata da Silvio Berlusconi, e l’opposizione e che, nell’ultimo scorcio del 2009, si è aggravata con l’aggressione a Berlusconi da parte dello squilibrato Tartaglia. Su questa scia, il Presidente ha incoraggiato maggioranza e opposizione a realizzare «una maggiore unità della nazione: un impegno che richiede ancora tempo e pazienza», anzitutto nella riforma della seconda parte della Costituzione: per «un più efficace funzionamento dello Stato e non possono essere bloccate da un clima di sospetto fra le forze politiche e da opposte pregiudiziali». In questa chiave, il Presidente ha richiamato le forze politiche a seguire le procedure previste dalla stessa Costituzione, auspicando, come «essenziale», un «rinnovato ancoraggio» ai principi nazionali e raccomandando che «siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento , tra potere esecutivo e legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione». Insomma, riforme largamente condivise.
Ovvio che il più del dibattito politico si incentrasse sull’esegesi di questi passaggi, evidentemente caldissimi, per l’estrema attualità delle polemiche sulle riforme costituzionali (vedi il No pasaran della Presidente PD Bindi, i timori di Scalfari per un “diciotto Brumaio” Berlusconiano) e sulla giustizia (processo breve, in primis).
Altrettanto prevedibilmente, le dichiarazioni del Capo dello Stato sono state messe “in mora” da parte di Antonio Di Pietro, il quale nel suo blog tuona: “Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica ha messo “il vento in poppa alla barca dei pirati” che utilizzerà strumentalmente le dichiarazioni di chi rappresenta le istituzioni per distruggere e mortificare le stesse. La riprova l’abbiamo già perchè, al di là di insistenti richieste di dialogo con l’opposizione, questa maggioranza non ha fatto, né farà, un solo passo indietro dal proposito di ottenere, nel più breve tempo possibile, l’approvazione di leggi ad personam che assicurino l’impunità del Presidente del Consiglio”.
Personalmente, riteniamo che i citati passaggi del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica vadano valutati sotto due versanti (tra loro connessi): 01) Quale sia il tipo di convergenza/auspicato dal Presidente della Repubblica tra maggioranza e opposizione; 02) Se tale convergenza trovi l’effettiva disponibilità nelle forze politiche.
01) Quale tipo di convergenza: Il Presidente non si è “sbottonato” rispetto ad indicazioni “operative” (nè poteva farlo nel Discorso di fine anno) : ha però significativamente auspicato un assetto del sistema politico improntato a “riconoscimento” tra le Parti in gioco: in altre parole, centro-destra e centro-sinistra, pur avversari, devono considerarsi avversari “legittimi”. Evidente, quindi, l’insofferenza di Di Pietro, il quale, nella sua battaglia politica, essenzialmente incentrata sul filybustering politico, ha sempre cavalcato l’ “illegittimità” di Berlusconi come avversario politico. Senza ulteriori esegesi, Napolitano ha auspicato un consolidamento del bipolarismo, contro l’intransigentismo politico. In ogni caso, Napolitano è uno di quei Presidenti che, in fatto di equilibri e garanzie tra maggioranza ed opposizione, ha sempre dato ampie lezioni al sistema politico, senza pervenire alle ingerenze (si direbbe da Prefetto Sabaudo-piemontese!) di Scalfaro (vedi il rapporto con il primo governo Berlusconi nel 1994), nè all’incerto atteggiamento notarile di un Ciampi, che, dopo un settennato defilato ed oscuro, oggi si scopre “antiberlusconiano” (vedi dichiarazioni recenti sul ”processo breve”). Una grande lezione di equilibrio, Napolitano l’ha offerta nel luglio 2008 in occasione della promulgazione del “lodo Alfano”, quando ha raccomandato alla maggioranza di centro-destra, di accogliere la giurisprudenza costituzionale (sent. 24/2004) che aveva bocciato il precedente omologo “lodo Schifani”. Se non fosse intervenuta la Consulta a “sparigliare” il gioco, si sarebbe delineato un quadro politico, per quanto aspro, nel quale il dibattito sul “lodo Alfano” si sarebbe incanalato nell’orbita del referendum richiesto da Di Pietro e da IDV e lì, nella “conta” dei voti, si sarebbe decisa la sorte della legge. Un canale che certo avrebbe aperto una fase di pesante ed aspro confronto politico, ma certamente si sarebbe avuto un assetto più normale e trasparente della dialettica politica tra maggioranza ed opposizione; certo, più normale rispetto all’irrigidimento indotto sul sistema politico dalla Consulta con la sentenza sul medesimo “lodo” nell’ottobre scorso. Tale sentenza, cioè, ha prefigurato un anomalo ed inquietante commissariamento legislativo sulle riforme penali (ma in prospettiva anche costituzionali) decise dell’attuale maggioranza, non dissimile dal “commissariamento” di fatto esercitato dalla Consulta negli anni ‘90 sul Codice di Procedura Penale riformato del 1988. Un “commissariamento” tanto più sconcertante, perchè un simile condizionamento sull’attività legislativa verrebbe realizzato sotto il segno della tecnica giuridica e non sotto il segno della libera discussione parlamentare (avvallando, quindi, a livello istituzionale il filybustering di Di Pietro). Non è da escludere, quindi, che il Presidente auspichi un ritorno sui binari da lui indicati al tempo della promulgazione del “lodo Alfano”. Nè è da escludere che, se le cose stanno effettivamente così, la Consulta possa arrivare a rivedere la propria rigidità.
02)L’effettiva disponibilità nelle forze politiche: Da un primo “florilegio” delle dichiarazioni politiche, uscite a commento delle dichiarazioni del Presidente della Repubblica, non pare riscontrarsi alcuna vera disponibilità dei partiti a recepire le indicazioni del Capo dello Stato. Di Pietro, nel suo blog, dichiara il “dialogo” un ”buon proposito”, ma frustrato -dice Di Pietro- dalla giacenza in Parlamento di molti disegni di legge per favorire gli interessi giudiziari e patrimoniali del Presidente del Consiglio: collaborare con una simile maggioranza significa, per il leader dell’IDV, “concorso in correità”, “inciucio”. In questo quadro, paiono non “fare storia” le dichiarazioni espresse dal PD tramite la Capogruppo Anna Finocchiaro: «Siamo pronti al confronto e disposti a discutere di tutto. Ma in Parlamento, alla luce del sole, nella sede più trasparente»: dichiarazioni di buona volontà moderata, ma destinate all’infertilità politica, almeno fino a quando il PD non riuscirà ad avere la meglio sull’IDV e a contenerne la concorrenza come forza egemone del centro-sinistra. Ma non è che sul versante del centro-destra si nutrano grandi aspettative ed illusioni sulle possibilità di dialogo con l’opposizione. Se Paolo Bonaiuti lascia aperto un generico spiraglio («c’è in tutti l’idea che la molla dell’odio debba finire e cedere il posto al dialogo e a un abbassamento dei toni») e se Maurizio Gasparri abbozza anche alcune linee operative possibili di collaborazione con l’Opposizione (”si può ripartire dalla bozza Violante”), le dichiarazioni di Brunetta, tese a prefigurare anche una riforma della prima parte della Costituzione e le dichiarazioni di Bossi tese a configurare una “Convenzione” (sorta di terza Camera del parlamento, dove discutere di riforme istituzionali) equivalgono ad una chiusura netta ad una prospettiva di dialogo. Nulla di strano che sia proprio il centro-destra il più scettico rispetto all’ipotesi di “dialogo”: come dialogare dopo che il filybustering prefigurato da Di Pietro ha trovato un avvallo nella Consulta? Come dialogare dopo la “virata giacobina” di Bindi e Di Pietro, a seguito dell’aggressione di Tartaglia? Difficile, quindi, pensare che le condizioni per un effettivo dialogo ci siano.
Personalmente, ci riconosciamo pienamente nelle parole del Presidente e nei suoi auspici riformatori; personalmente, riteniamo che le sue parole debbano essere sommamente ascoltate e rispettate come l’unica fonte (istituzionale) di argine e di moderazione contro l’attuale degenerazione del confronto politico all’insegna del filybustering e dell’intransigenza. Le dichiarazioni di Di Pietro ci preoccupano perchè, come tali, nel loro disconoscere non solo Berlusconi (ridotto a “criminale”, anzichè “avversario legittimo”), ma anche tutti gli sforzi di “opposizione costruttiva” (inciucio, concorso in correità), possono in fondo delegittimare la stessa funzione arbitrale del Presidente della Repubblica. Ora, noi non abbiamo gli elementi per attribuire a Di Pietro questa effettiva intenzione, che aprirebbe una crisi istituzionale dagli effetti devastanti in un momento tanto delicato. Ci permettiamo comunque di dire che precedenti in questo senso ce ne sono: non possiamo dimenticare, ad esempio, il precedente delle dimissioni del Presidente Leone nel 1978 sotto l’effetto della campagna di denuncia della giornalista Cederna: quando, cioè, si intende perseguire una strategia politica all’insegna del filybustering, non si arretra nemmeno dal delegittimare la più alta carica dello Stato. Non vorremmo, quindi, che il 2010 fosse davvero l’ “anno del Dragone”: dopo, cioè, un 2009 dominato dalle campagne su Noemi, d’Addario e soci contro il Presidente del Consiglio Berlusconi, non vorremo (per il bene dell’Italia) una stagione di attacchi giornalistici e di scandali contro il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Diciamo questo, consci che la “torsione” del sistema politico su Berlusconi ha già contagiato i livelli istituzionali, almeno la Corte Costituzionale con il “lodo Alfano”: non vorremmo che la stessa “torsione” coinvolgesse anche il Capo dello Stato.
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