22 dic, 2009
I giorni dell’odio: le radici della campagna antiberlusconiana
di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai L’aggressione subita domenica 13 Dicembre dall’attuale Presidente del Consiglio rappresenta la punta di un iceberg, cioè di una lenta ma costante accumulazione di passioni forti e contrastanti nei confronti di Berlusconi, sfociate nel deprecabile e vile gesto di Massimo Tartaglia. Da 15 anni Berlusconi è idolatrato o detestato; il suo carisma, il suo modo diretto e spontaneo di porsi al popolo ha da sempre suscitato grandi emozioni sia nei suoi ammiratori, sia nei suoi denigratori. Nell’ultimo anno queste passioni si sono moltiplicate per diverse ragioni. Berlusconi, scendendo in campo, è diventato l’uomo che incarna quasi tutte le sfaccettature dell’Italia, ovunque presente, ovunque citato. L’antiberlusconismo trova nuovo vigore, mentre a destra, più che a rafforzare il nuovo partito del Pdl, la gran maggioranza dei simpatizzanti o dei dirigenti manifesta con ancor più energia il proprio sostegno a Berlusconi; in questo senso, quindi, la dialettica/scontro tra le forze politiche contrapposte (fisiologica specie in un sistema bipolare dell’alternanza) passa del tutto in secondo piano, mentre la competizione si concentra nel giudizio su un uomo: Silvio Berlusconi. Avviene così la berlusconizzazione totale della politica italiana, che allontana alcuni moderati dalla politica e dà nuove speranze soprattutto ai delusi della sinistra per sconfiggere Berlusconi. Poco importa se non si ha un progetto per il dopo Berlusconi; la sinistra vuole nascondere la sua debolezza politica attaccando con tutti i modi possibili l’acerrimo avversario da 15 anni, mentre il popolo veste gli abiti del cortigiano o del ribelle a seconda dei casi: Berlusconi diviene per alcuni la vittima di un sistema che lo attacca ininterrottamente da parecchi anni; per gli altri il monarca, il nuovo “duce” da spodestare subito, per il preteso “culto della personalità” che conculca nei seguaci. In ogni caso, già in altri tempi, l’Italia aveva conosciuto movimenti “anti”: il più importante è stato certamente l’anti-giolittismo, il quale, però, era motivato da ragioni di opposizione o frustrazione rispetto alla politica programmatica dello statista di Dronero (pensiamo alla controversia con Sturzo e Nitti sulla “questione meridionale”), ovvero rispetto alla politica estera (il mitico scontro tra neutralisti giolittiani e interventisti, al momento dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra). Mai nessuno, però, si era mai sognato di attaccare, più che il politico, l’uomo, il marito, il padre, l’imprenditore, etc … Viceversa, ciò si verifica con Berlusconi (una parziale eccezione, comunque, fu l’esperienza di Mussolini Primo Ministro, specialmente nei primi anni del suo governo dal 1922 al 1925 (01) ). L’aggressione di Tartaglia ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica su un quesito: questo nuovo clima è frutto della campagna d’odio contro Berlusconi oppure è stato lo stesso Presidente del Consiglio a creare questa tensione? La domanda è sorta soprattutto in relazione al quesito di Rosy Bindi, secondo cui gesti come quello di Tartaglia sono “inqualificabili”, ma “spiegabili” in relazione all’esasperazione dei toni indotta da Berlusconi; ovvero di Di Pietro, che ha addebitato l’aggressione al clima di intolleranza creato dallo stesso ‘premier’ (secondo il quale Berlusconi “si sarebbe andato a cercare l’aggressione). E poi di questi giorni, l’incredibile favola (propalata radiofonicamente, poi su ‘youtube’) secondo cui l’aggressione di domenica scorsa sarebbe una messinscena architettata da Berlusconi e dal suo ‘staff’, per prendere ‘di mira’ l’opposizione. In ogni caso, ci pare che il nodo del problema non sia chiedersi chi tra Berlusconi o l’opposizione abbia alimentato per primo la campagna di odio sfociata (fortuitamente!) nell’aggressione di Tartaglia di domenica 13; il nodo del problema sta nell’evoluzione “carismatica” della lotta politica in Italia e nella strisciante riforma costituzionale che, dalla fine della I Repubblica, è andata nel senso di orientare la competizione politica sull’investitura diretta del ‘premier’. In questo, Berlusconi è stato chi tra i politici italiani ha intuito per primo (complice l’esperienza televisiva) le potenzialità di orientare il gioco politico sul “carisma” del leader (esperienze in questo senso ce ne erano state negli anni ’80, specie nelle figure di Spadolini, Pannella, De Mita, ma soprattutto Craxi (02)), facendo del suo carisma una carta vincente; così vinse nel 1994 quando sbaragliò la “gioiosa macchina da guerra” dei Progressisti di Occhetto, del tutto divisi su un futuro candidato alla Presidenza del Consiglio; allo stesso modo, costringe nel 1996, la Sinistra ad imporre un suo candidato, Romano Prodi, capace di giocare sullo stesso livello di personalizzazione politica imposta da Berlusconi. Indubbiamente, questa evoluzione in senso “carismatico” della lotta politica, secondo un paradigma di analisi già anticipato da Max Weber, è in fondo la vera causa remota del motivo di gesti come quelli di Tartaglia domenica scorsa: il “carisma”, in sé ha un che di viscerale e di non razionale, legato a simpatia o antipatia, che può mobilitare reazioni … poco consone: come talora succede alle pop star (vedi John Lennon). Oggi, poi, esiste una situazione particolare che alimenta grandemente la campagna di odio contro il premier e che oggettivamente rende Berlusconi un personaggio politico particolarmente esposto: Berlusconi, infatti, oggi è l’unico vero attore politico del momento; gli altri, non riescono ancora ad insidiargli il carisma e a farne perno per un’alternativa aggregazione politica. In questo senso, l’odio contro il premier deve anche leggersi come riflesso di una “torsione” del sistema politico complessivo (non solo la Sinistra), il quale, in questo modo, crede di trovare nell’antiberlusconismo la chiave per reagire adeguatamente e per controbilanciare la (ritenuta eccessiva) centralità di Berlusconi sullo scenario politico. Sta in questo, in particolare, la spiegazione secondo cui il “carisma” di Berlusconi, dopo essere stato il principale fattore di forza per la vittoria alle elezioni politiche del 2008 e della sua grande popolarità per tutto il 2008, è stato anche il fattore di difficoltà e “torsione” non solo all’interno dell’Opposizione di Sinistra, ma anche all’interno del PDL stesso e negli organi istituzionali (vedi Corte Costituzionale). Che il centro-Sinistra (PD e IDV) abbia voluto passare alla massima offensiva contro Berlusconi specie nel 2009 è cosa che non può stupire più di tanto: sconfitto il PD in Sardegna, si spezzava, infatti, la leadership di Veltroni, ritenuto l’unico uomo della Sinistra capace di competere, quanto a “carisma”, con Berlusconi, per la sua lunga esperienza in fatto di televisione e media. Non dobbiamo dimenticare che questa era la risorsa, decisiva e neanche troppo nascosta, sulla quale la Sinistra aveva preminentemente investito per lanciare la vocazione maggioritaria del PD (vedi il famoso discorso del Lingotto) e per un’opposizione a Berlusconi in chiave “light” (dopo la deludente esperienza di Prodi issato per pochi voti al Governo nel 2006 sulla piattaforma del più feroce antiberlusconismo, ma poi caduto per l’assenza di un chiaro baricentro politico all’interno dell’esecutivo). Chiusasi, quindi, l’era Veltroni e nominato segretario il Vice Dario Franceschini, era naturale e scontato che una sinistra, da anni a corto di idee, finisse per riappropriarsi della sacra campagna dell’anti-berlusconismo più violento e rozzo. In questa campagna, la Sinistra ha trovato un alleato molto agguerrito nel gruppo editoriale Repubblica-l’Espresso, il quale ha giocato la parte del leone: dapprima lanciando un’intervista alla moglie Veronica Lario che annunciava la separazione da Berlusconi, poi fornendo rivelazioni su presunte (ma mai provate!) frequentazioni da parte del Presidente del Consiglio di minorenni che suscitavano in tutta Italia profondo scalpore, in prossimità delle elezioni Europee e amministrative previste come trionfali per il PDL e per Berlusconi (e disastrose per il PD). Una campagna giornalistica di denigrazione peraltro condotta con criteri professionali discutibili, accreditando fonti e rivelazioni personaggi poco credibili (vedi le intercettazioni hard del 2008 sui presunti scambi di “poltrone ministeriali” e prestazioni sessuali, sulle quali anche un antiberlusconiano di ferro come D’Avanzo, nel luglio 2008, ebbe a esprimere dubbi e perplessità). Il resto (le polemiche sulle presunte rivelazioni del criminale e pentito Spatuzza che accusa il premier di essere addirittura il mandante delle stragi di mafia del 1992-1993) fa parte del vecchio copione paranoico comunista che accredita l’esistenza del cd “doppio Stato” (vedi casi P2 e Gladio, solo per citarne alcuni). Ciò che indubbiamente meraviglia di più sono le torsioni indotte dal “fattore Berlusconi” sia sullo schieramento stesso di centro-destra sia sul versante istituzionale (Corte Costituzionale). Sul fronte del centro-destra, non possono non colpire gli “affondi” su Berlusconi di Gianfranco Fini, cofondatore del Pdl, il quale, specie nel corso del 2009, non ha mai lesinato severe critiche a Berlusconi, definendolo monarca assoluto, con ciò creando, a tutta evidenza, una frattura all’interno del Pdl stesso e dal leader centrista Casini che pochi giorni prima dell’aggressione a Berlusconi dichiara di essere pronto a creare un fronte democratico di Liberazioni Nazionale per sconfiggere il Presidente del Consiglio. Se Fini con il suo fuori onda si smarca dal premier come mai aveva fatto in altre occasioni, le dichiarazioni di Casini (in genere moderato nei toni) stupiscono anch’esse e non poco, perché, sottintendendo in Berlusconi una specie di dittatore da sconfiggere, creano i presupposti per un inedito allineamento tra Casini e Di Pietro, del tutto atipico e potenzialmente “suicida” per il leader centrista medesimo (Casini, infatti, fino a poco tempo prima aveva definito Di Pietro, il vero “problema” dell’opposizione a Berlusconi!). Noi, però, riteniamo politicamente più interessante la posizione di Fini, perché più addentro all’attualità politica e più rivelatrice delle torsioni indotte sul PDL del fattore “Berlusconi” (le posizioni di Casini, in fondo, attingono ad un modo abbastanza consueto e tradizionale di concepire la politica). Non possiamo, al riguardo, dimenticare che proprio da una campagna d’opinione della Fondazione Fare Futuro (di Fini) sorse la polemica contro le cd “veline” in politica; non possiamo, poi, dimenticare le dichiarazioni dell’On. Alessandra Mussolini, la quale, in una puntata di Porta a porta del 06 agosto 2008, si lasciò andare ad un dichiarazione assai eloquente: “mio nonno era amante della Petacci, ma mai si sognò di nominarla Ministro!”; non possiamo poi dimenticare le polemiche di Guzzanti contro la presunta “mignottocrazia” imposta da Berlusconi. Tutte queste sortite hanno certamente favorito la copertura mediatica alle polemiche contro Berlusconi sorte all’indomani dei “fatti di Casoria”… Ma queste polemiche sono riconducibili ad un chiaro denominatore comune, abbastanza ben leggibile, sia pure tra le righe: se nel PDL, cioè, si pone all’ordine del giorno il problema che, per assumere cariche dirigenziali, occorre essere amanti del Capo Berlusconi, ciò significa che il vero nodo del contendere nel PDL sono i criteri di selezione dei nuovi quadri e della nuova classe dirigente; un tema ultra-sensibile, nella prospettiva di una fusione AN-FI e rispetto a cui è molto probabilmente si risente la paura in una parte degli ex-AN che il “carisma” di Berlusconi porti Forza Italia, partito recente e dal non sempre sicuro radicamento territoriale ed organizzativo, a prevalere sui quadri di provenienza AN (storicamente più radicati sul territorio e più capillarmente organizzati). Non è, comunque, pacifico che i soventi distinguo di Fini da Berlusconi preludano ad una dissidenza vera e propria e ad una fuoriuscita di Fini dal partito (è poco verosimile che Fini intenda mettersi sullo stesso piano di Casini e Di Pietro!); più verosimilmente, queste schermaglie, oggi appaiono molto accentuate all’interno del PDL, per la prossimità delle elezioni regionali e per la (verosimile) intenzione dei quadri ex-FI e di ex-AN di pesare il rispettivo apporto elettorale. Una vicenda, come ognuno può vedere, complessa, oltremodo aperta, ma in cui è evidente quanto il fattore “carisma Berlusconi” ricopra un ruolo di primario rilievo e se vogliamo di scontro all’interno del partito italiano numericamente più forte. Infine, non può non leggersi come ulteriore “torsione” indotta dall’attuale “forza carismatica” di Berlusconi la posizione della Corte Costituzionale sul “lodo Alfano”. In quella sede, la Consulta, smentendo per altro se stessa ed il suo precedente della sentenza nr. 24/2004, ha assunto una posizione di sostanziale supplenza sul sistema politico, aderendo ad una concezione delle più oltranziste del suo ruolo di “tutrice del patriottismo costituzionale”. Dietro, cioè, il dictum ultra-restrittivo della Consulta, secondo la quale ogni riforma del processo penale che devii dal principio di eguaglianza richiede una riforma costituzionale (alias la maggioranza dei 2/3 e il concorso con le opposizioni!), evidentemente si nasconde la valutazione politica che l’attuale “solitudine politica” di Berlusconi determini un “pericolo” per la democrazia; di qui, la tutela della Consulta ed il commissariamento del Parlamento sulle riforme processuali penali volute dal premier, in quanto ritenuto troppo co-interessato, a causa delle sue vicende processuali. Una posizione singolarissima, ma chè è significativa di come la “torsione” indotta dal “fattore Berlusconi” abbia accentuato in seno alla Consulta le componenti più “interventiste” e “militanti” (03), a scapito di quelle più tecniche e neutre. Di converso, si deve vedere l’estrema fatica del Presidente Napolitano di giocare un ruolo davvero “terzo” ed “imparziale” nel gioco politico, nello spirito del dettato costituzionale relativo alle funzioni e ai compiti della Presidenza della Repubblica. Noi siamo convinti che tanta violenza verbale contro Berlusconi (specie da parte della Sinistra) sorga anche da uno specifico travisamento interpretativo: il travisamento, cioè, indotto dall’interpretazione di questa “evoluzione carismatica” della politica in chiave di “estremismo”, di “propensione golpista-fascista” della Destra (04), ovvero di “culto della personalità”. Senza presupporre questa interpretazione del “fenomeno Berlusconi”, riteniamo non possano essere adeguatamente comprese dichiarazioni, come quelle rilasciate da Rosy Bindi, Presidente PD, su Repubblica (05), la quale ha diffidato Berlusconi affinchè, in nome del “carisma”, non pretenda una supremazia assoluta sul sistema costituzionale, travolgendo il sistema dei pesi e contrappesi creato dalla Costituzione (laddove determini esiti a lui sgraditi): su questo “patriottismo costituzionale”, poi, la Bindi ha diffidato il PD dal dialogare o trovare punti di intesa con il PDL. Queste dichiarazioni, poi, fanno il paio con quelle di Eugenio Scalfari (06), il quale, nel suo editoriale su Repubblica del 13 dicembre scorso, ha dichiarato Berlusconi pronto e disponibile ad un “colpo di mano” sulla Costituzione in chiave bonapartista (un “diciotto brumaio”). Ognuno può rendersi conto di come una simile preoccupazione sia del tutto speciosa e fuori dalla realtà: la vicenda del “lodo Alfano” insegna, infatti, come il sistema costituzionale dei “pesi e contrappesi” (almeno per quanto riguarda la Corte Costituzionale) non solo abbia funzionato benissimo, ma sia attualmente in perfetta efficienza, al punto che può interdire efficacemente ogni iniziativa riformatrice del centro-destra. E non solo sul versante della giustizia penale, perché la Consulta dispone dei pieni poteri giuridici per interdire qualsivoglia riforma della Costituzione che il centro-destra intendesse proporre (non dimentichiamo che, forte della sentenza nr. 1056/1988, la Corte ha il potere di giudicare anche le leggi di riforma costituzionale!). Temere, in questo senso, un “diciotto brumaio” da parte di Berlusconi è quanto mai temerario e non fa che rivelare la patetica propensione della Sinistra a valutare il fenomeno Berlusconi in chiave prettamente ideologica. Viceversa, una valutazione più realistica può sorgere da alcuni stralci dell’ultimo editoriale di Eugenio Scalfari (07), il quale invita a considerare come tale “personalizzazione” della politica sia cosa diffusissima negli altri Paesi. Citando, poi, l’esempio degli Stati Uniti, il Fondatore di Repubblica giustamente nota che qui “lo scontro personalizzato è una prassi durissima e assolutamente normale”. Al riguardo, il Giornalista ricorda “la polemica, senza esclusione di colpi, tra Obama e Hillary Clinton durante le primarie, quella tra Gore e Bush nella corsa alla casa Bianca, la campagna dei giornali che portò alle dimissioni di Nixon e Bill Clinton ad un passo dall’ impeachment all’epoca dello scandalo Lewinsky”. Queste parole di Scalfari esprimono un dato di realtà assolutamente importante a cui la Sinistra non si è rassegnata: la “personalizzazione” della politica, lungi dall’essere la patologia, lungi dall’integrare forme di “estremismo” in senso classico, sono una fisiologica tecnica della competizione politica nell’èra post-ideologica che attualmente stiamo vivendo (e come dimostra anche l’evoluzione degli altri Paesi Europei, oltre all’analisi di Max Weber). Sta nell’educazione civica dei cittadini elettori comprendere che se l’offerta politica oggi passa attraverso la “faccia” di un aspirante premier, che lotta con altri per accaparrarsi la … simpatia degli elettori, resta altrettanto vero che la simpatia e l’antipatia non esauriscono la dialettica politica: ogni “carisma”, infatti, veicola un programma, una scelta di campo, una progettualità politica: è lì che il dibattito si deve concentrare, almeno in una democrazia veramente matura. Il rischio, tanto a destra quanto a sinistra, ma per ragioni opposte è che si confondano le sorti e il futuro dell’Italia con quelle di Berlusconi, che è sicuramente un protagonista di primo ordine nello scenario politico italiano, ma che rappresenta pur sempre una delle tante e diverse sfaccettature del sistema Italia in perenne divenire e trasformazione. La nostra missione non sta nell’essere devoti ad un uomo o avversarlo con l’odio ed il rancore, ma nel pensare ed agire sempre per il bene comune, per la nostra Nazione, cioè per l’Italia.
Note:
(01) Il riferimento è soprattutto alla campagna antimussoliniana del direttore antifascista del ‘Corriere della sera’ Albertini (defenestrato poi da Mussolini), il quale, oltre a pubblicare interventi politici memorabili a difesa della Democrazia e della Libertà di Stampa contro il fascismo, arrivò (forse in un disperato tentativo di attirare l’attenzione) a scempiaggini inaudite come quella di dar corso all’inizio del 1925 ad una polemica sull’allora ‘duce’ per una presunta accusa di furto di un orologio (falsa, per altro) nel periodo giovanile. Sul punto, vedi DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario cap. II, p. 29 nota 1.
(02) Sui primordi della politica carismatica degli anni ’80 si trovano riferimenti interessanti e pertinenti in GINEVRA CERRINA FERRONI, Il Partito Carismatico e le Istituzioni, p. 55-56 in Popolo e leader, il tempo dei partiti nuovi, a cura di Denis Verdini, Fondazione Magna Carta. Sullo stesso argomento, è utile anche ripercorrere le penetranti pagine di GAETANO QUAGLIARIELLO, La rivoluzione carismatica p. 39 ss. nello stesso volume, che è assai pregevole per il tentativo di inquadrare (sul modello di analisi weberiano) il fenomeno della “personalizzazione della politica”.
(03) Sulle componenti oltranzistiche di difesa della Costituzione all’interno dell’universo dei Giuristi, si veda il seguente passo di UN LETTORE CI SPIEGA: L’APPELLO DI REPUBBLICA E’ UNA ROTTURA DELLA COSTITUZIONE da Il Blog del Direttore di Giancarlo Loquenzi, ne L’Occidentale del 25 settembre 2009:” l’ “ideologia della difesa della Costituzione”, quella posizione elaborata e portata avanti a suo tempo in ambito democristiano-progressista sotto Leopoldo Elia (che fu maestro di Zagrebelsky) e Oscar Luigi Scalfaro, ha mosso un altro dei suoi passi, forse il definitivo. La biografia intellettuale di Elia è, in tal senso, emblematica del rovesciamento delle relazioni tra iurisdictio e gubernaculum. Erede della scuola antiformalista degli anni Trenta, allievo di Mortati, Elia, a partire dagli anni ‘80, iniziò a ripensare alla centralità dell’elemento del “politico” come fondamento della Costituzione, sino a pervenire, nel biennio di crisi politica 1992-1993, a quella “scienza militante” di difesa della Costituzione che, di fronte alla scomparsa delle forze politiche fondatrici, doveva ora far perno sul ruolo della giurisprudenza costituzionale, con particolare riferimento alla sua attività creativa-dichiarativa dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale. La giurisdizionalizzazione morale della politica, attraverso l’interpretazione della Costituzione, non è, in tal senso, nuova: già nel 1992, Galli della Loggia e Leopoldo Elia duettarono in polemica su “Il corriere della sera”, e così anche nel 2008, anno della morte del giurista. Zagrebelsky ha raccolto la linea democratica di Elia, ma, questa volta, non vi sono stati scambi polemici (l’intelligente articolo di Dino Cofrancesco, Analizzare la retorica di Zagrebelsky e scoprire che è un po’ fascista, ha trovato spazio solo su “L’Occidentale”, 26 luglio 2008. Tempi già cambiati, in soli due mesi?). […] Il lascito di Leopoldo Elia sembra, qui, ritornare: patriottismo costituzionale fondato su un’etica laica di ispirazione cristiana, che fa perno sui diritti fondamentali della persona, la cui custodia è affidata alla giurisdizione”.
(04) L’identificazione “personalizzazione” della lotta politica/estremismo è lucidamente presente anche nello scritto di un moderato-garantista di Sinistra come GIOVANNI PELLEGRINO, il quale ne La Guerra Civile accredita una lettura secondo cui una parte non inconsistente dei quadri dirigenti di Forza Italia e Alleanza Nazionale, specie dopo le elezioni politiche del 27-28 marzo 1994, fossero composti da elementi legati all’ “oltranzismo atlantico” (collusi con il golpe Borghese, la Rosa dei Venti etc.), la quale sarebbe scesa in politica “per paura delle ritorsioni di un eventuale Governo Comunista”. E’ una affermazione assolutamente destituita di prove, se si pensa che i più dei quadri del centro-destra di allora pervenivano da Avvocati ed Ex-Funzionari Publitalia, ma che è eloquente nel proiettare sul centro-destra berlusconiano una sorta di “DNA golpista” sul centro-destra, che non può avere riflessi positivi nella “normalizzazione” del gioco politico (vedi PELLEGRINO-FASANELLA La guerra civile, Cap. XI, Il sogno infranto della Bicamerale, p. 152).
(05) Il riferimento è a GIOVANNA CASADIO, L’intervista- “Noi non abbiamo armati nessuno, pronti al dialogo ma senza baratti”, il lunedì di Repubblica, 21 dicembre 2009, dove la Presidente PD dichiara la sua ferma opposizione alle dichiarazioni di Denis Verdini, pubblicate ne Il Giornale, cit.
(06) Il riferimento è tratto da EUGENIO SCALFARI, La Grande Anomalia nell’Italia del Cavaliere, su Repubblica, nr. 294 del 13 dicembre 2009.
(07) Il riferimento è tratto da EUGENIO SCALFARI, L’inciucio è cosa non buona ed ingiusta, su Repubblica, nr. 301 del 20 dicembre 2009.
