13 dic, 2009
La Strage di Piazza Fontana 40 anni dopo
di Giorgio Frabetti- In questi giorni, ricorre il 40° anniversario della Strage di Piazza Fontana. Il 12 dicembre 1969 una bomba ad alto potenziale, collocata sotto un tavolo della ‘rotonda’ della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano falcia 17 vite innocenti e ferisce altre 88 persone; per lo più, coltivatori diretti, piccoli affittuari contadini lì convocati per piccole speculazioni della ‘borsa agricola’. Non è mia intenzione riepilogare in questa sede il tortuoso ‘iter’ delle polemiche, giornalistiche e politiche, di allora, nè le tortuose code giudiziarie, delle assoluzioni e condanne, perchè occorrerebbe scrivere un volume intero (01). Non intendo nemmeno entrare nel merito … dell’assassino, se gli anarchici o i neo-fascisti: credo che ormai, dopo 40 anni, anche se gli autori materiali della strage non sono stati chiaramente identificati, l’ascrizione (almeno generica) della strage all’universo dell’Estrema Destra si possa dare per pacifica.
In questo post, non interesserà la cronaca giudiziaria in senso stretto; in questo post, diversamente, si cercherà una prospettiva storico-politica, che metta in luce quelli che gli storici tecnicamente chiamano “effetti di durata” della Strage di Piazza Fontana; ovvero, quegli “effetti di durata” che hanno consentito a tale evento di strage di pesare sulla scena politica della Repubblica Italiana in due essenziali modi (tra loro interdipendenti): 01) La strage ha aperto il dibattito sull’esistenza di una ”strategia della tensione” poratata avanti da “settori deviati” dallo Stato (una prima variante della tesi dello Stato-criminale, oggi ripresa a proposito delle presunte accusa di Spatuzza su Berlusconi); 02) La strage ha aperto i cd “anni di piombo”.
La primogenitura del mito della “strategia della tensione” è della Sinistra: sia di stampo azionista (essenzialmente PSI: Nenni…), sia di stampo comunista (02). Non c’è dubbio, però, che la Sinistra Comunista marxista-leninista disponeva di apparati interpretativi forti che le consentirono subito una chiara reazione (almeno di alcuni suoi quadri) verso la lotta armata. Il passaggio teorico/dottrinale è ben attestato dal libro ‘la strage di Stato’ (poi pubblicato dalla Casa Editrice comunista, Editori Riuniti), in cui limpidamente il fatto di strage milanese viene interpretato come la “rivelazione storica” di un “salto qualitativo” della classe capitalistica nella lotta contro il proletariato: rivelatasi, cioè, incapace (nei fatti sindacali dell’autununno caldo del 1969) di reggere la pressione rivendicativa del mondo operaio in un quadro di vita democratica, con aperture sociali, la classe borghese-capitalistica, nella paura di perdere potere ed egemonia, tenta il colpo di forza della repressione e dell’intimidazione terroristica. In questa chiave, pertanto, la Sinistra marxista-leninista ortodossa giunse linearmente a giustificare quelle frange del proletariato, decise a scendere sul piano della lotta politica armata. Certo, non potrebbe darsi lettura più rigidamente ideologica e dottrinale: non può sfuggire, cioè, che tale interpretazione della Strage di Piazza Fontana è una palese derivazione delle tesi di Engels sui limiti della socialdemocrazia, fatte poi proprie dalla III Internazionale (03). Deve comunque dirsi che, se oggi in sede storiografica non è stata acquisita alcuna certezza relativamente all’esistenza di una “strategia golpista”, a quell’epoca la paura fu davvero tanta; al punto che contagiò settori più affini all’universo liberaldemocratico, rispetto a quello maxista-leninista tradizionale. A questo punto, non c’è da stupirsi più di tanto se solo dopo la strage di Piazza Fontana i gruppi della galassia estremistica della Sinistra, ancora in fase di incubazione teorica negli anni 1968-69 (salvo episodi di teppismo nella manifestazioni studentesche: vedi morte del poliziotto Annarumma), passeranno all’aperta violenza politica contro obiettivi mirati del mondo capitalista (si pensi che il primo attentato delle Br, l’incendio dell’auto del dirigente della Sit-Simens avverrà solo il 17 settembre 1970!).
Come noto, esiste una variante di questa tesi marxista-leninista sullo Stato Italiano, molto accreditata dalla Sinistra Comunista ufficiale per spiegare la strage di Piazza Fontana e le successive code terroristiche: sto parlando della teoria del “doppio Stato” (propalata specie negli anni 80-90 con molto zelo dallo storico Giuseppe De Lutiis (04), in coincidenza con lo scandalo P2 ma anche da Giorgio Galli in Affari di Stato, Kaos, 1991), che accredita l’esistenza di un livello “occulto” nei circuiti decisionali dello Stato, impermeabile al dibattito politico democratico, in cui potere finanziario, politico, criminale sono tra loro fortemente intrecciati. Questo “livello occulto” dello Stato sarebbe capace di avvalersi della forza e del terrorismo politico per non cedere ad altri (Sinistra) la propria egemonia sul sistema politico ed economico italiano. Questa teoria (che ha avuto grande risalto nella proposta di relazione della Commissione Stragi, Presidente Giovanni Pellegrino sulla stagione del terrorismo nel 1994 , non approvata per sciolgimento anticipato delle Camere) tende ad individuare in Gladio e nella P2 i principali veicoli del “doppio Stato” (lascio intendere la malizia di chi oggi richiama in causa questa teoria: siccome Berlusconi faceva parte della P2 e la P2 era eversiva e faceva le stragi … lascio chiudere il sillogismo al lettore!).
Queste due ricostruzioni, in fondo, presuppongono un dato comune: lo Stato italiano, dietro la sovrastruttura costituzionale, è ritenuto un “centro decisionale politico, economico, finanziario, militare, compatto ed impermeabile”. Sulle fattezze di questo “centro decisionale”, poi, le due toerie si diversificano: per le Br, questo “nucleo” duro (da distruggere: si ricordi lo slogan “colpire al cuore dello Stato”) era finalizzato all’egemonia di ”un sistema multinazionale rivolto al dominio del mondo, allo sfruttamento del proletariato e all’imperialismo finanziario”; per i teorici del “doppio Stato”, viceversa, il “nucleo duro” è costituito da un ceto politico (per lo più composto da Massoneria, Chiesa, Mafia, CIA) genericamente conservatore e oltranzista-atlantico, avente come finealità primaria, quella di impedire l’ascesa al potere dei Comunisti (05) (in questo quadro, si pretende che il “sacro testo” di questa strategia sia il “piano di rinascita nazionale” di Licio Gelli).
Ora, il tentativo di una riflessione più accurata e non partigiana deve passare, secondo me, attraverso l’analisi dell’autorevole riflessione espressa da un valente Magistrato, come il Dr. Carlo Nordio (che si è occupato anche di terrorismo brigatista). In un documento, elaborato nella sua veste di consulente della Commissioni Stragi nel 1997 (06), il Magistrato ha offerto il saggio di una limpida critica alla convinzione brigatista che nello Stato italiano esistesse un simile “nucleo duro” . Riferendosi, in particolare, alla strategia delle BR di “colpire al cuore dello Stato”, Nordio ne illustra la clamorosa ingenuità: lo Stato, cioè, ”non aveva affatto un cuore”, ovvero un livello di integrazione organica tra politica, economia, forze armate, assolutamente impermeabile, invulnerabile”. Al riguardo, cita eloquentemente il paragone con la Repubblica Federale Tedesca e con quanto lì avvenne durante la stagione del terrorismo: “Quando la Repubblica Federale Tedesca-dice il Dr. Nordio-fu attaccata dal terrorismo della banda Baader-Meinhof era palpabile in quel paese l’angoscia per una situazione di guerra non dichiarata. Furono sufficienti due o tre rapimenti ed un paio di omicidi per portarlo [lo Stato tedesco, NdA] alla soglia dello stato d’assedio e turbarne l’assetto politico”. Viceversa: “Lo Stato Italiano della metà degli anni ‘70 -dice il Dr. Nordio- poteva essere paragonato, quanto ad organizzazione, efficienza e determinazione più ad un fantoccio di gomma che non ad un solido guerriero. E questa è stata, negli anni del terrorismo, non la sua debolezza, ma la sua forza“.
Senza procedere più oltre, personalmente, ritengo che queste riflessioni del Dr. Nordio, siano molto utili per criticare anche le teorie del “doppio Stato” e per inquadrare più criticamente la lettura della cd ”strategia della tensione” di cui la Sinistra (brigatista e Comunista) vede l’inizio in Piazza Fontana (non a caso, definita “madre di tutte le stragi”): se è vero, infatti, che il sistema italiano non conosce un’integrazione “assolutamente impermeabile, invulnerabile” organica tra politica, economia, forze armate, automaticamente si deve escludere, per le stragi (come Piazza Fontana, ma anche per le successive) un “centro direzionale” (almeno così come preteso dai teorici del “doppio Stato” o della “Strage di Stato”). Una conclusione, per altro, conforme alle pur poche risultanze giudiziarie fin qui prodottesi: anche accettando, cioè, la “verità ufficiale” che vuole nell’Estrema Destra il “mandante” di riferimento delle stragi, non risulta assolutamente un chiaro coordinamento tra le loro azioni e le forze dell’Ordine o politiche (come noto, il pentito Vinciguerra, imputato per la strage di Peteano del maggio 1972, dichiara che la strage da lui effettuata era pensata come un’imboscata contro i Carabinieri, che prima avevano promesso coperture e poi le avevano tolte: trattasi, comunque, di eventi circoscritti localmente e non estensibili a tutti gli eventi di strage dal 1969 al 1980). Allo stesso modo, la P2: una loggia ’riservata’ che certamente ebbe una parte non irrilevante nel cd “sottogoverno” a cavallo tra gli anni 60/70, ma che, nelle rivalità e nella lotte intestine che la caratterizzarono (vedi Gelli e Pecorelli, ma anche Gelli e Massoneria ufficiale) appariva ben più vulnerabile e sfilacciata di quanto le apparenze facessero pensare; comunque, non avrebbe potuto rivestire il “cuore invulnerabile dello Stato” (07). In questo senso, quindi, è destinata a cadere anche la grottesca tesi del cd “oltranzismo atlantico” (08) che vedrebbero la classe dirigente italiana mera “fiduciaria” della CIA e della NATO (quasi l’Italia fosse uno ”Stato-fantoccio” degli USA). In ogni caso, nelle organizzazioni variamente additate come coinvolte in azioni terroristiche in quegli anni (”Ordine nero”, “Ordine nuovo”…) e sulle quali i Magistrati hanno potuto indagare, non risulta un assetto organizzativo consolidato capace di operare azioni terroristiche in grande stile, come la OSS per la guerra in Algeria ovvero le SS tedesche; il che è perfettamente plausibile, solo se si pensi allo scarso radicamento in Italia di tradizioni militari, a maggior ragione di tradizioni di guerra totale o di guerriglia (09).
Ma allora cosa fu Piazza Fontana?
Certo, fu un fatto di sangue molto tragico e funesto; ma fu anche un fatto politico di primaria rilevanza che fu reso incandescente per le particolari circostanze dell’epoca, molto propizie alle opzioni di politica estremista (per il radicamento della cultura marxista nella politica italiana). Una tale involuzione estremistica della politica italiana (e della Sinistra in particolare) fu per così dire aggravata dalla concomitante concorrenza che, in quell’epoca, si era creata nel sistema politico italiano tra PSI e PCI e che condizionò lo stesso investimento propagandistico sulla strage delle forze politiche di Sinistra .
Un episodio rivelatore è raccontato da Ugo Intini nel suo libro Le parole di piombo (nuova editrice Mondo Operaio, 2005), scritto a quattro mani con Paolo Franchi, relativo al travaglio e al tentennamento dell’ allora direttore dell’Avanti a trovare il titolo adatto per l’edizione dedicata a Piazza Fontana: “La sera stessa [della strage, NdA], Pietro Nenni disse a caldo, telefonando ai compagni milanesi: ‘è come il Diana’. Si riferiva alla bomba che nel 1922 gli anarchici posero nell’allora teatro Diana di Milano, provocando una carneficina ed inncescando la repressione fascista. Ma il Direttore dell’Avanti ci mandò per telescrivente un titolo di prima pagina che coglieva con una intuizione politica la sostanza: ‘Strage fascista’. Era come il ‘Diana’, infatti, perchè l’obiettivo era quello di innescare la spirale repressione-rivoluzione, ma gli organizzatori non erano anarchici o estremisti di Sinistra, bensì estremisti di destra o servizi segreti deviati, ben consapevoli del disegno da sviluppare”. In questa testimonianza, appare tutta l’ambiguità, con la quale l’evento di strage fu “gestito politicamente” dalla parte allora più attiva del cd. antifascismo militante, specie di quello espressione della borghesia “radicalchic” milanese (presso la quale l’Avanti era una testata allora molto ascolatata). Il racconto di Intini, cioè, è significativo di come il PSI di allora fosse spaccato nell’ interpretare la matrice della strage: se anarchica o fascista. E’ significativo, poi, che molti anni dopo, nel 1993, Craxi farà autocritica, riabilitando la tesi anarchica e additando polemicamente il PCI come orientato, ai tempi della strage, verso la tesi anarchica (si è molto parlato, ad esempio, di possibili incertezze dell’Avv. Calvi, difensore di Valpreda, poi Senatore DS). In altre parole, dopo la strage, prendere posizione tra “pista anarchica” o “pista fascista” divenne una frontiera di lotta politica; non solo, ma, tra le due, la “pista fascista” finì per apparire quella “politicamente” più “corretta”. Una tale disputa oggi ci appare ridicola, per non dire vergognosa davanti ai cadaveri caldi di Piazza Fontana; eppure una tale disputa si spiega alla luce della dialettica politica del tempo. Dopo i fatti di Genova del 1960, cioè, a seguito dei quali le Destre (missini e monarchici) erano state escluse dall’area di Governo, si era creato (col centro-sinistra) una sorta di monopolio dell’area di governo a favore delle forze anti-fasciste ex CLN (della serie, l’antifascismo, come garante di democraticità). In questo contesto, come acutamente documenta lo storico Silvio Pons nel suo ottimo Berlinguer e la fine del Comunismo (Einaudi, 2005), si apre naturalmente il problema dell’ ingresso del PCI al Governo: aperture caute in questo senso vengono fatte dalla cd Sinistra ‘migliorista’ del PCI, ma anche da frange della DC di Sinistra come De Mita o come Aldo Moro che inizia a parlare di “strategia dell’attenzione” verso il PCI. Tutti movimenti che il PSI vede come il “fumo negli occhi”: una simile manovra, infatti, ove andasse in porto, escluderebbe o ridimensionerebbe il PSI nell’area di governo, indebolendone il peso politico ed il potere di coalizione verso la DC. Già questo, pertanto, basta a far comprendere come all’epoca della strage di Piazza Fontana PSI e PCI facessero in qualche modo a gara in chi sostenesse con più zelo e anche con più chiasso mediatico e propagandistico (anche scavalcando organi inquirenti) la “pista fascista” della strage, poichè questa “pista”, allora, era quella più “politicamente corretta” e capace di dare la prova dei rispettivi ‘meriti antifascisti’ di PSI e PCI. Titoli, poi, ”da far pesare” in vista di alleanze di governo con la DC. Non dimentichiamo che questo stato di cose è, altresì, sincrono con la Segreteria De Martino, che si apre nel 1969 e si apre non a caso sulla teoria degli “equilibri più avanzati”, volta rivendicare a favore del PSI (in vista di un ingresso del PCI nell’area di governo, ritenuto sempre più prossimo ) un ruolo sostanzialmente di “garanzia” della democraticità dei Comunisti (sulla base degli indiscussi meriti democratici e antifascisti del PSI).
In questa fase, la Sinistra, nel suo zelo antifascista, se possibile, raggiunge lo ‘zenit’ di quel “razzismo politico” di cui parla De Felice nell’intervista al ‘Corriere’ l’ 08 settembre 1993. In particolare, questa carica di “razzismo politico” finisce per investire una persona, il Commissario Luigi Calabresi, onesto e capace funzionario responsabile dell’Ufficio Politico della Questura di Milano, ostracizzato e demonizzato per la sua convinzione sulla “pista anarchica”. La vicenda del Commissario Calabresi coagula, così, una vergognosa campagna di odio verso un uomo che, pur riconosciuto universalmente come onesto e capace, viene distrutto nella sua reputazione come assassino (presto assolto) di Giuseppe Pinelli (primo fermato per la strage di Piazza Fontana, anarchico), persecutore dell’anarchico Pietro Valpreda e complice di ‘golpisti’. A margine, ricordo che dalle campagne di denigrazione sulla stampa di allora non si sottraevano nemmeno i nomi illustri dello spettacolo e della borghesia ‘radicalchic’ specie milanese. Un tale corto circuito politico-ideologico culminerà nell’omicidio del Commissario il 21 maggio 1972 per mano di ‘killer’ di Lotta Continua.
In assenza di risultati storiografici chiari e leggibili aldilà della polemica politica contingente, credo che un contributo importante per iniziare almeno una riflessione non partigiana della strage di Piazza Fontana e della stagione stragista in Italia possa venire dal suggerimento dello storico Massimo Salvadori (10) che invita a non leggere le stragi come parte di un disegno unitario (”strategia della tensione”, “doppio Stato”), ma a leggerle nella loro specificità. Senza la pretesa di elaborare in questa sede valutazioni storiche definitive, crediamo che questo consiglio sia realistico e vada colto, valorizzando tutti gli spunti che, in questo senso, si riscontrano almeno nella pubblicistica indipendente e non ideologizzata. Un primo spunto di riflessione assolutamente importante arriva dalla considerazione, già riscontrata da Renzo De Felice, nell’ultimo, incompiuto contributo sulla storia di Mussolini, sulla scelta terroristica del CLN propalata da Ferruccio Parri e dal PCI ai tempi della Resistenza (11). Ora, non è stato chiarito come il CLN all’indomani della liberazione si sia liberato di questa “zavorra” terroristica; anche se si è parlato fino alla nausea di fascisti riciclati dai Servizi Segreti Italiani e USA in funzione anticomunista (12). Questo tema, quindi, esige in futuro una maggiore attenzione da parte degli storici, come uno dei motivi che può contribuire a spiegare lo strano radicamento in Italia dell’estremismo politico. In secondo luogo, non va trascurato che la Strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 avviene in contemporanea ad altre esplosioni quasi certamente dimostrative (13), che non lasciarono sul campo vittime; non solo, la strage avviene in un momento nel quale poteva prevedersi la chiusura della banca: di qui, il dubbio, più che la convinzione, che la deflagrazione di Piazza Fontana abbia creato vittime solo per una tragica fatalità (14). In terzo luogo, non può trascurarsi la lettura offerta da Ugo Intini che descrive, comunque, Piazza Fontana come un “luogo particolare”: “L’albergo Commercio di Piazza Fontana, al lato opposto della banca, vuoto in attesa di ristrutturazione, [nei giorni precedenti la strage NdA] fu occupato e divenne un centro ‘rivoluzionario’. Craxi, Consigliere Comunale, chiese che fosse sgomberato, e così il suo nome cominciò a comparire sui muri della città con la svastica al posto della ‘X’ “.
Speriamo che, dopo 40 anni, siano maturi i tempi per una riflessione più serena; non c’è, però, molto da sperare, se ancora oggi (vedi manifestazione No-B-Day del 05 dicembre scorso), frange politiche accreditano il centro-destra come espressione del “volto oscuro dello Stato”. Pare, cioè, che la sindrome del “doppio Stato”, nata in Italia con Piazza Fontana, sia dura a morire.
P.S. Mentre procedevo a pubblicare il post su Piazza Fontana, il ‘premier’ Berlusconi veniva aggredito da certo Tartaglia. Su ‘facebook’ gruppi e ‘link’ inneggiano alla violenza a Berlusconi come “dagli al tiranno”; questi i frutti avvelenati (o gli “effetti di durata” come dico nel post) della strage di Piazza Fontana e delle teorie ideologiche del “doppio Stato” e simili. Voltiamo pagina, per favore.
Note:
(01) Le indagini e i processi (sette) si susseguiranno nel corso degli anni, con imputazioni a carico di vari esponenti anarchici e di destra; tuttavia alla fine tutti gli accusati saranno sempre assolti in sede giudiziaria (peraltro alcuni vedranno condanne per altre stragi, e altri si gioveranno della prescrizione). Alcuni esponenti dei servizi segreti verranno condannati per depistaggi. In 38 anni, non è mai stata emessa una condanna definitiva per la strage. Il 03 maggio 2005 sono stati assolti definitivamente gli ultimi indagati. Attualmente non vi è alcun procedimento giudiziario aperto.Dopo 38 anni, la morte di Pinelli è ancora oggetto di discussione, sebbene la Magistratura si sia pronunciata in modo univoco, nel senso della morte accidentale dell’anarchico.
(02) Come noto, la strage di Piazza Fontana è passata alla ribalta della cronaca non solo giudiziaria, ma anche politica, come “rivelazione” di supposte verità sulle carenze etico-politico-sociali degli italiani: la Sinistra di derivazione azionista (Nenni, in primis) hanno visto nella strage l’estrema ”rivelazione” del ‘fascismo latente’ in certe frange della borghesia italiana che cercava la rivincita seminando il caos nella prospettiva di invocare uno ’stato d’assedio’ (sulla falsariga della repressione ordinata da Mussolini dopo il 03 gennaio 1925); la Sinistra Comunista estrema, invece, vide nella strage la riprova di un tentativo reazionario dello Stato borghese, dopo che il centro-sinistra e le campagne di rivendicazione salariale dell’autunno caldo avevano dimostrato la forza travolgente del movimento operaio. Queste sinteticamente i due grandi orizzonti ideologici che hanno filtrato la lettura politica della strage (rifluendo anche nell’opera di qualche storico successivo). Nel suo libro Il Partito Armato, Kaos edizioni, 1993 nel Cap. 01 Dal sessantotto alla lotta armata p. lo storico-politologo GIORGIO GALLI dichiara limpidamente: “Va ricordato che dopo Piazza Fontana non solo gli ‘estremisti’ marxisti-leninisti, ma la stessa Sinistra Ufficiale e perfino estesi settori della cultura liberaldemocratica paventassero apertamente la possibilità di una svolta autoritaria in Italia sul modello dei Colonnelli greci del 1967″. Il riferimento è alle polemiche sul “caso De Lorenzo” e al progetto di “enucleazione” di elementi ritenuti sovversivi.
(03) Sul punto, basterà ricordare le brevi, ma lucide ed intense espressioni usate da GIORGIO GALLI in Il Partito Armato, Kaos edizioni, 1993 nel Cap. 01 Dal sessantotto alla lotta armata p. 20: “Quanto alla ‘allucinazione del golpe’, a parte il fatto che l’espressione ‘golpe’ divenne di uso comune nel 1973 (dopo il Cile e dopo che Feltrinelli è già scomparso), va ricordato che la valutazione delle sue possibilità nel quadro della democrazia rappresentativa risale a molto prima di Lenin. Nel suo ultimo scritto del 1895 (la prefazione a una riedizione de Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850) di Marx), pur ritenuto un testo che valorizza la democrazia “borghese” come mai prima negli scritti dei padri fondatori del “socialismo scientifico”, Engels vi sosteneva che, come la borghesia non rinunciava alla possibilità di rispondere con un colpo di Stato alla conquista legale del potere da parte dei Socialisti, così i Socialisti non potevano rinunciare alla possibilità di ricorrere alla violenza rivoluzionaria”.In Italia, comunque, negli anni immediatamente precedenti a Piazza Fonatana, per quanto mal vista dai vertici ufficiali del PCI romano, esisteva tutta una letteratura che non solo teorizzava la lotta armata (vedi i racconti di Che Guevara propalati in Italia grazie all’opera propagandistica di Gian Giacomo Feltrinelli), ma addirittura ne illustrava tecniche e metodiche militari (vedi manuali di Piero Secchia). Così in GIORGIO GALLI cit. p. 16.
(04) Così in Storia dei servizi segreti in Italia,Giuseppe De Lutiis – (Editori Riuniti, Roma, 1991). In parte, per gli aspetti riguardanti la cd “massoneria deviata” vedi anche CIPRIANI, I mandanti, Editori Riuniti, 1991, FLAMIGNI, La tela del ragno, Kaos, 1996 (dedicato alla P2), GIANNULLI, Strategie della tensione Nuova Iniziativa Editoriale, 2005, gli stralci di relazione di GIANNULLI medesimo riportati inVINCENZO RUGGERO MANCA, La verità non voluta su eversione, terrorismo e stragismo in Italia,Koinè, 2001 Cap. VI, nonchè la Relazione di maggioranza della Commissione sulla P2, presieduta da Tina Anselmi che diffusamente adombra la cd “teoria del doppio Stato” (specie nella celebre espressione della P2 come “vertice della Piramide” e come “piramide rovesciata”).
(05) Sulla scarsa scientificità di questo filone di analisi, valgano le conclusive ed icastiche espressioni liquidatorie utilizzate da MASSIMO INTROVIGNE nello scritto Le teorie del complotto in IDIS (Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale)- Dizionario per un pensiero forte nel link http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/c_teorie_complotto.htm: “Un complotto universale di forze reazionarie per ostacolare il progresso, e ultimamente il comunismo, ha fatto spesso la sua comparsa nella letteratura sovietica. In Italia echi di questa letteratura si ritrovano in una pubblicistica antimassonica, che ipotizza un grande complotto – di origini antiche – della massoneria, della mafia, dei servizi segreti statunitensi e della Chiesa cattolica – che avrebbero avuto nel secondo dopoguerra gli stessi referenti, fra cui, per esempio, il sen. Giulio Andreotti – per ostacolare la marcia del progresso e in particolare l’accesso del Partito Comunista Italiano al potere. Anche le teorie relative a un universale “complotto delle sette” oggi, soprattutto in Francia, attribuiscono di frequente a esso una matrice politica “fascista”. È difficile dimostrare sul piano empirico che le teorie del macrocomplotto non sono vere. Spesso sono suggestive e presentano elementi interessanti. Tuttavia l’onere della prova del macrocomplotto incombe su chi sostiene che esiste, e il fatto che sia impossibile provare che non esiste non è un argomento a favore dei complottisti. Anche se le opere di chi crede al macrocomplotto qualche volta offrono informazioni utili su eventi specifici, in ultima analisi la loro tesi di fondo deve essere considerata inattendibile e tipicamente ideologica, perché semplifica la complessità della storia“.
(06) Il contributo del Dr. CARLO NORDIO si trova referenziato agli atti della Commissione Stragi Doc. XXIII nr. 64 volume terzo-Senato della Repubblica/Camera dei Deputati.
(07) Questo quadro riesce ad emergere anche da un testo ultra-partigiano come FLAMIGNI, La tela del ragno, Kaos, 1996 al quale, per queste parti, si rimanda.
(08) Sulla tematica dell’ “oltranzismo altantico”, periodicamente esplosa a cavallo della strage di Piazza Fontana e del (tentato) “golpe Borghese” del 07-08 dicembre 1970, e poi a cavallo del caso “Rosa dei Venti” (1973-74) e dello scandalo P2 (1981), volta ad accreditare un’alleanza CIA-massoneria deviata-mafia-malcostume (oggetto del libro dei fratelli CIPRIANI, Sovranità limitata, Editori Riuniti, 1990), valgano le penetranti critiche ad esso rivolte dallo storico militare VIRGNIO ILARI, in sede di consulenza per la Commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino (”Appunti a margine ai seminari della Commissione Stragi”, documento presentato alla citata Commissione in data 05 maggio 1998 prot. 2885) e riportata inVINCENZO RUGGERO MANCA, La verità non voluta su eversione, terrorismo e stragismo in Italia,Koinè, 2001 Cap. VI p. 121 ss.: ” ‘Oltranzismo atlantico’ … non ha alcun senso. Cosa significa? Che c’erano un atlantismo moderato (in effetti ci fu in Italia una famosa e ormai ben studiata tendenza “neoatlantista”) e uno “oltranzista” Che in nome dell’atltantismo si era disposti a violare la Costituzione e a commettere le stragi?”. Entrando poi nel cuore della tesi della “sovranità limitata”, che assume che, con la NATO, l’Italia fosse diventata una sorta di “Stato fantoccio” USA, il Prof. spiega quanto segue: “Le uniche effettive “limitazioni di sovranità’ che hanno riguardato la Repubblica italiana erano quelle previste in via transitoria, dal regime armistiziale “lungo”, dalla Carta delle Nazioni Unite e dal Trattato di Pace (e anche queste erano state formalmente accettate dall’Italia nel pieno esercizio della propria sovranità-coactus tamen voluit. Non eravamo la Germania, soggetta a debellatio!)”. Ad ulteriore dimostrazione di ciò, il Prof. ILARI precisa che “nessuna base militare italiana è mai stata assogettata a sovranità straniera, neppure La Maddalena, Capo Marrangiu e i depositi (”siti”) delle armi nucleari. Le uniche basi militari a sovranità limitata si trovano a Cipro, Guantanamo, Zona del Canale di Panama. Le nostre, ancorchè utilizzabili dalle forze alleate sulla base di specifici accordi, restano territorio italiano. Secondo il diritto internazionale, sono territorio estero gli areomobili, le navi e l’ambasciata, il resto no! Ammesso che non fosse così, universalmente chiaro, a spiegare come stavano, stanno e staranno le cose, dovrebbe essere bastato l’episodio di Sigonella“.
(09) In Italia mancava del tutto una tradizione paragonabile a quella prussiana, leninista o cinese, almeno nei termini descritti da CARL SCHMITT ne La teoria del partigiano, Adelphi, 2005), con relativo accentramento delle decisioni strategiche. Per avere un esempio di come, invece, la tradizione militare italiana fosse ispirata diversamente da fattori concorrenziali vedi i primi due volumi della serie Mussolini l’Alleato di RENZO DE FELICE, dove si riportano le differenze di atteggiamenti durante la guerra di Esercito e Marina, nonchè la concorrenza tra Stato Maggiore, Polizia e Arma dei Carabinieri nella gestione dell’arresto di Mussolini, della sua detenzione e, infine, la controversa gestione della prassi di “consegna agli Alleati” imposta dall’armistizio breve di Cassibile, che, alla fine, favorì la liberazione dell’Ex-Duce da parte dei tedeschi sul Gran Sasso.
(10) Vedi la trasmissione televisiva Correva l’anno del 23 novembre 2004 su Raitre.
(11) Al riguardo, basterà ripercorrere RENZO DE FELICE, Mussolini l’Alleato, II. La guerra civile, 1943-45, pp. 183 e ss. e in particolare la testimonianza di LEO VALIANI, in Tutte le strade portano a Roma.
(12) Al riguardo, basterà citare GIANNULLI cit. e PELLEGRINO-FASANELLA, La guerra civile, BUR, 2005.
(13) Nello stesso pomeriggio, si contarono cinque attentati concentrati in un lasso di tempo di soli 53 minuti a colpire le due maggiori città italiane, Roma e Milano. Dopo Piazza Fontana, fu rinvenuta una seconda bomba alla Banca Commerciale Italiana, in Piazza della Scala ceh fu fatta brillare. Una terza bomba esplose a Roma alle 16,55 dello stesso giorno in un passaggio sottterraneo che collegava l’entrata di Via Veneto con quella di Via S. Basilio della Banca Nazionale del Lavoro, facendo 13 feriti. Altre due bombe esplosero a Roma tra le 17, 20 e le 17,30, una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo del Risorgimento, in Piazza Venezia, facendo 04 feriti.
(14) Vedi Le parole di piombo cit.. e MONTANELLI-CERVI, L’Italia degli Anni di Piombo, Rizzoli, 1991.