5 dic, 2009
I nostalgici del ‘Ribaltone’: a volte ritornano!
di Giorgio Frabetti- Ci risiamo: andato al Governo il centro-destra, si ritorna a parlare di ‘ribaltone’. L’abbiamo capito da un pezzo che la politica italiana è monotona, ma ora la misura è colma, perchè, con le recenti polemiche Fini-Berlusconi, il livello di dietrologia e fantasia politica ha superato ogni possibile immaginazione, sconfinando nel “non senso” (politico!).
Una breve digressione storico-politico-culturale: il perchè dell’ “eterno ritorno” della sindrome del “Ribaltone” nella Sinistra è presto spiegato se si considera il retroterra politico-culturale della Sinistra medesima. Tra le “cause prossime” di questa voglia di ‘ribaltone’ troviamo certamente lo storico complesso di inferiorità politica e lo spirito di rivalsa contro Berlusconi che induce l’opposizione di Sinistra a cercare a tutti i costi di conquistare il potere, forzando l’esito negativo delle urne. Se poi, si vuole indagare sulle “cause remote” che stanno alla base del motivo per cui la Sinistra tenda a ritornare “eternamente” su questi passi nei rapporti con il centro-destra, queste cause sono presto spiegate, considerando il pedegree etico-politico elitista della classe politica azionista e comunista, portato agli estremi del “razzismo politico”(1), come ha limpidamente spiegato il grande storico Renzo De Felice, in una celebre intervista al Corriere della Sera nel 1993, dedicata cinquantesimo anniversario della proclamazione dell’Armistizio di Cassibile (08 settembre 1943): partendo dal presupposto (ideologico) che la borghesia moderata italiana, non riconoscendosi direttamente nella ”Resistenza”, sia costitutivamente immatura dal punto di vista etico-politico (2), la Sinistra è portata a ritenere parzialmente invalido il voto dato alle forze conservatrici e a ritenere, per converso, che tali espressioni di voto debbano essere, per così dire, educate, indirizzate, meglio “commissariate” dall’èlite azionista e comunista che, avendo “fatto la Resistenza” ha le carte in regola per guidare seriamente la società verso la democrazia. E’ presto spiegata, allora, la base dell’ “eterno ritorno” al “ribaltone”: nell’ottica “elitista” e “razzista” della Sinistra è perfettamente lecito e democratico pretendere il rovesciamento (anche per complotti giudiziari e mediatici) di una maggioranza di centro-destra, pure eletta regolarmente e democraticamente dal popolo (ecco, l’ “elitismo”). Comunque, la Sinistra, sconta la sua impreparazione alla competizione elettorale aperta, almeno nelle condizioni imposte da Silvio Berlusconi con la sua “discesa in campo”.
Nello stessa chiave di ”non senso politico”, nella stessa tendenza al “corto circuito” dell’antiberlusconismo di Sinistra, credo vadano inquadrate le polemiche (e le previsioni) che ravvisano la possibilità concreta che il Presidente della Camera sia pronto a dare una “spallata” all’attuale maggioranza di governo, divenendo punto di aggregazione di una maggioranza parlamentare anti-berlusconiana: in altre parole, Gianfranco Fini, il Presidente della Camera, sarebbe pronto a raccogliere lo scettro della successione alla Presidenza del Consiglio (e alla Presidenza della PDL), nel caso Berlusconi dovesse subire una grave condanna giudiziaria (si pensa, per lo più, al caso Mills e ai presunti coinvolgimenti in fatti di mafia adombrati dal pentito Spatuzza). Facile, quindi, che l’opposizione abbia interpretato in questo senso le polemiche scaturite tra il premier e Fini su molte questioni, sulle “veline” in politica, sui condizionamenti alla libertà della Camera derivanti dai continui voti di fiducia, la polemica sul voto agli immigrati e sul testamento biologico: della serie, “Fini sta facendo le scarpe a Berlusconi”. Dietrologia su dietrologia, poi, in questi giorni è subentrata un’altra polemica a causa delle dichiarazioni del Presidente della Camera Gianfranco Fini, che hanno mandato su tutte le furie un maggiorente di primo piano dell’ex-Forza Italia, come Claudio Scajola che il 02 dicembre scorso ha dichiarato: “con le sue dichiarazioni, Fini è fuori dalla PDL”. E tutto questo perchè Fini avrebbe detto che le dichiarazioni di Spatuzza sarebbero una “bomba” contro il premier e che, a fronte dei processi, il premier non può pretendere troppe immunità (questa ultima dichiarazione è stata captata in un “fuori onda”).
Con ciò, però, restano da interpretare e da comprendere le possibili implicazioni e i possibili sviluppi politici delle mosse del Presidente Fini: Ci sarà ribaltone o no? Ci sarà scissione sì o no?
Per quanto riguarda la concreta possibilità di un ‘ribaltone’, aldilà dei malumori personali di Berlusconi, aldilà delle reazioni negative del Giornale (vedi Marcello Veneziani, che, sul Giornale del 04 dicembre u.s. ci delizia con un gustoso gioco lingustico’: “Finì. Il sostantivo, rivelatosi senza sostanza, mutò in verbo”) ritengo un cambio di maggioranza da parte di Fini sia quantomai dubbio, se non impossibile.
La situazione deve essere valutata in modo molto più articolato di quanto comunemente si fa nella stampa.
Ora, la prima cosa da chiedersi è: cui prodest, a chi giovano questi ‘bisticci’ interni alla PDL? A prima vista, parrebbero non giovare alla PDL, per ragioni di evidente buon senso; in realtà, però, parrebbero poi non giovare nemmeno all’opposizione. Significativo, ad esempio, che un antiberlusconiano verace della prima ora come Antonio Padellaro non esulti per le dichiarazioni di Fini; le parole espresse dal Direttore de Il fatto Quotidiano nell’editoriale del 02 dicembre u.s. esprimono frustrazione, nervosismo più che soddisfazione per la sortita di Fini, vista come una sottrazione alla Sinistra della causa antiberlusconiana: in altre parole, la Sinistra antiberlusconiana, si sente scavalcata in punto di antiberlusconismo … da Fini! Il Direttore non si dilunga in analisi particolari, ma è facile e verosimile leggere tra le righe la consapevolezza che, se anche Fini esce dalla PDL e fonda un suo partito, alla fine non può che fondare l’ennesimo ‘partitino personale’, stile Casini e stile Di Pietro, capace alla fine solo di alimentare la frammentazione e la concorrenza tra le forze antiberlusconiane, aumentando i colonnelli e gli aspiranti ai … ‘galloni’: difficile, se non impossibile, che un politico esperto e navigato come Gianfranco Fini intenda davvero fare concorrenza a Di Pietro e scendere al suo livello (dopo la carriera che ha fatto!). Senza voler improvvisarmi nella (perigliosa) professione del “futurologo”, personalmente, rispetto al dibattito sulla prospettiva di divorzio Berlusconi-Fini, non escludo che in prospettiva Berlusconi possa anche acconsiscendere (ovvero possa anche esservi costretto!) ad adattarsi ad un simile modus vivendi con Fini come possibile ed utile diversivo politico per rimediare al possibile logoramento d’immagine derivante, presso la pubblica opinione, dai processi Mills e Dell’Utri (vedi le dichiarazioni di Spatuzza, che, pur non chiamando in causa Berlusconi per fatti penalmente rilevanti, certo … non giovano al profilo d’immagine del premier!). Dico questo, non per aggiungere dietrologia alla dietrologia, ma perchè in questa svolta “antiberlusconiana” di Fini è implicito un vantaggio politico-strategico di primo piano per Berlusconi: ovvero, la possibilità di logorare Di Pietro e Bersani sul loro stesso terreno, rendendone più difficile il radicamento presso l’elettorato: un argomento che, almeno in vista delle regionali 2010, ritengo finisca verosimilmente per pesare e per indirizzare i due ‘leader’ a non rompere e a soprassedere per il divorzio … almeno fino al post-elezioni. Si sa quanto Berlusconi tenga alle regionali 2010: come noto, l’esito favorevole, ma non trionfale delle elezioni europee del 2009 (che, a fronte del calo del PD ha visto l’esplosione della Lega, IDV, tutti sparati verso il 10%, senza contare il buon successo di Casini) ha interrotto la sequenza dei successi trionfali conseguiti prima alle elezioni regionali dell’Abruzzo (2008) e della Sardegna poi (febbraio 2009): è evidente che Berlusconi conta di avvantaggiarsi molto dello ’sbandamento’ della truppa di centro-sinistra (che nel febbraio 2009, dopo la sconfitta del PD, alle elezioni regionali sarde costarano addirittura la poltrona al neo-segretario Walter Veltroni). E’ chiaro che Berlusconi, per acquisire respiro dalle polemiche di questi ultimi mesi (e dall’indubbio schiaffo politico della bocciatura del “lodo Alfano”) sia disposto a tentarle tutte per “bissare” i risultati di Abruzzo e Sardegna, strappando alla Sinistra più Regioni possibile. E’ evidente, allora, che per Berlusconi “strappare più Regioni possibile” significa soprattutto conquistare le regioni del Sud, in primis, il Lazio, la Campania, la Puglia, la Calabria, la Basilicata: tutte Regioni in cui il radicamento di AN è forte. Basta questo argomento, per ritenere allo stato attuale impossibile una scissione tra Berlusconi e Fini, almeno in questa fase pre-elettorale: perchè se è vero che i sondaggi accreditano un possibile partito di Fini a non più del 05% a livello nazionale, è altrettanto evidente che una scissione di Fini (e verosimilmente di una parte non piccola anche se non totalitaria di ex-AN), in una fase come quella attuale in cui la fusione FI-AN non è ancora un fatto compiuto dal punto di vista organizzativo in molte località italiane, significherebbe molto probabilmente gettare allo sbando l’intera PDL. E questa è una prospettiva che pesa enormemente sulla delicata congiuntura delle elezioni amministrative, dove (specie nel Sud) è decisivo il radicamento delle forze politiche sul territorio e dove il ‘carisma’ del Capo conta meno; e dove, viceversa, i localismi e gli interessi particolari (più radicati sul territorio) possono più agevolmente spingere i partiti come la PDL verso spinte centrifughe, dando la stura a defezioni personali verso liste civiche e simili: un’eventualità che aprirebbe un serio problema al centro-destra nazionale. Certo, l’idillio tra Berlusconi e Fini è finito, ma questa congiuntura pre-elettorale delicatissima condanna i due leader alla “convivenza coatta”; un pò come Mimì e Rodolfo nella ‘Bohème’ di Puccini, che, finito il loro amore, si sono trovati costretti a rimandare alla primavera (alla “stagion de’ fior”) il loro addio. Di conseguenza, per Fini e Berlusconi, se divorzio ci sarà, ci sarà alla “stagion dei fior”: ovvero dopo le elezioni regionali della primavera 2010.
Comunque, ammesso e non concesso che quanto qui detto abbia fondamento, la mia conclusione è la seguente: allo stato attuale, non ci sono le condizioni politiche per parlare nè di ribaltone (ovvero di associazione di Fini e parte della PDL a Bersani, Di Pietro e Casini) nè di scissione tra Fini e Berlusconi.
Note: (1)La tesi di De Felice e’ che “nel settembre del ‘ 43 e’ la stessa nazione che sprofonda nella voragine e non si risolleva piu’. [Dice lo storico reatino, NdA] “Qui e’ il vizio d’ origine che poi la Repubblica non ha sanato, anche perche’ la guerra civile ‘ 43 45 ha coinvolto solo le minoranze, il grosso della popolazione ne e’ rimasto estraneo. Poi, nel dopoguerra, il paese non ha piu’ ritrovato una reale identita’ nazionale, si e’ diviso in varie famiglie politiche oppure si e’ racchiuso dentro le “piccole patrie” locali. (…) “Se l’ Italia rischia -scrive l’ autorevole storico- come suona il titolo di un recentissimo libro sulla sua crisi attuale, di cessare di essere una nazione, la causa prima, ma ancora operante, di cio’ va ricercata nella condizione morale evidenziata dall’ 8 settembre e nel rifiuto della classe dirigente postfascista di riconoscerlo e, peggio, nel tentativo di parte di essa di spiegarla “storicamente” con argomentazioni di un elitismo che, rifiutando di fare seriamente i conti col vissuto collettivo, ha in qualche caso sfiorato i confini di una sorta di razzismo moralistico”. Non pare siano scritte oggi queste parole del grande De Felice?
(2) Le teorie sull’immaturità etico-politica della borghesia italiana non sono state enunciate in un’opera specifica, ma sono enunciate a piene mani nella pubblicista di stampo laico-azionista (dall’Europeo degli anni ‘50 fino a ‘Repubblica’ nei giorni nostri). Sull’argomento, eistono lucidissime riflessioni dello storico Rosario Romeo e del giornalista Arnaldi (nell’articolo Dall’Unità d’Italia all ‘Europa Unita ne Il giornale nuovo del 17 marzo 1987) i quali evidenziano come, a differenza dei patrioti liberaldemocratici ottocenteschi, gli antifascisti liberali, insieme al regime del fascismo, disprezzarono il popolo italiano (qui, le radici del “razzismo politico” di cui parla De Felice). Per la spiegazione della sua genesi, si leggano comunque le illuminanti pagine di Renzo De Felice sull’evoluzione in questa direzione dei leader del mondo azionista e di ‘Giustizia e libertà’ (specie Calamandrei e Rosselli). Vedi, sul punto, DE FELICE, Mussolini l’Alleato, Tomo I L’Italia in guerra, nr. 2 Crisi e agonia del regime, Cap. IV, p. 913).
Bravo Giorgio. Il razzismo morale della sinistra nasce proprio in conseguenza della catastrofe nazionale dell’8 Settembre 1943.E’ però un sentimento già diffuso ben prima del 1943, che trae origine dal fascino che la rivoluzione bolscevica del 1917 ha esercitato su molti intellettuali ed esponenti politici della sinistra europea. La cultura antifascista, specie dopo il 1936 e lo scoppio dellla Guerra civile spagnola, si radica soprattutto in Francia dove il fronte popolare ha vinto le elezioni e sono rifugiati molti esponenti dell’antifascismo italiano. E’ in questo contesto che lo scontro fascismo/antifascismo subisce una rozza semplificazione in controrivoluzione/rivoluzione, come gli eventi di Spagna hanno mostrato. Il comunismo, grazie alla stategia di stalin in Spagna e alla debolezza della francia e dell’Inghilterra appare agli occhi dei più una forza democratica e rivoluzionaria (anche se in realtà è solo un’illusione!). E’ in questi anni quindi che matura la convinzioni che le forze reazionarie e conservatrici, rappresentate dalla borghesia e dai regimi fascisti (accomunati per combattere due nemici in uno!) siano incapaci a governare e siano perennemente condannati a subire la rivolta rivoluzionaria popolare. Queste teorie troveranno credito terreno fertile con la crisi e la successiva fine del fascismo e l’alleanza di Stalin con gli Alleati e sopravviveranno anche alla catastrofica implosione e fine del comunismo, perchè oramai radicate come fossero dogmi.