2 dic, 2009
Lo Stato e la mafia nell’annus horribilis 1992-93: un contributo di obiettività contro il “pensiero unico antiberlusconiano” (Il Fatto quotidiano, 21/11/2009)
di Giorgio Frabetti-
Come noto, il 05 dicembre prossimo, si terrà la manifestazione detta No-B(erlusconi)-Day, manifestazione di segno ferocemente anti-berlusconiano, nata dalla galassia dei movimenti anti-premier diffusi via Internet e nella Società Civile e puntualmente cavalcata dall’ineffabile Partito dell’Italia dei Valori. Di queste tendenze, è attivissimo interprete anche Il fatto quotidiano che, nel numero del 21 novembre u.s., ha dato spazio ad un articolo assolutamente incredibile dell’Ex-Magistrato (e ora eurodeputato IDV) Luigi De Magistris, su una tematica che, specie dopo le prime indiscrezioni sulle dichiarazioni del pentito Spatuzza, sta diventando una nuova calda frontiera della polemica politico-giudiziaria contro Berlusconi: la presunta cointeressenza nei piani della mafia a fermare la Magistratura e l’opera di moralizzazione antimafia (avviatasi dopo la conferma del ‘maxi-processo’ nel gennaio 1992). Perchè ho ritenuto giusto citare questo articolo, invece che ignorarlo come “ciarpame”, come “sottoprodotto” della politica? Perchè sono convinto che la polemica politica condotta sul limitare dell’odio non serve a nessuno; perchè sono fiducioso, in ultima istanza, nella razionalità delle persone, che, alla fine, non attendono altro che essere informate con pacatezza e obiettività. Inutile nascondere che la mia ambizione segreta è quella di far cambiare idea a chi stesse pensando a partecipare alla manifestazione di sabato prossimo: ma forse chiedo troppo …
Ma iniziamo dai fatti. Ora, l’articolo di De Magistris contiene una cronistoria della politica italiana degli ultimi anni (dal 1992 in poi), secondo la quale la Seconda Repubblica sarebbe stata il parto di un “patto scellerato” Stato-mafia. La trattativa Stato-mafia, in particolare, condotta a cavallo degli omicidi Falcone-Borsellino e delle stragi di mafia del 1993, non sarebbe che il “fatto fondativo” di una nuova configurazione costituzionale dello Stato, nel quale (stando all’On. De magistris) l’ordinamento statuale italiano si sarebbe finalmente adattato ai dettami del “piano di rinascita nazionale” di Licio Gelli, volti a “integrare” il potere criminale (mafioso e non) nel circuito legale del mercato della politica e dei capitali: in altre parole, con la “trattativa” è stata propiziata la nascita di una nuova classe dirigente italiana paragonabile a quella degli “Stati-mafia” dei Paesi dell’Est. Inutile dire che è questo il dato politico numero uno del discorso dell’On. De Magistris. Di questa mutazione della “costituzione materiale” dello Stato, Forza Italia e il centro-destra sarebbero l’avanguardia naturale, perchè proprio i partiti conservatori sarebbero ideologicamente più affini per giustificare in questa chiave i rapporti con la “criminalità organizzata” (come ai tempi della P2! Leggere la Relazione Anselmi, sul punto).
Scendendo poi nei dettagli della cronistoria, De Magistris accredita gli avvenimenti investigativi e stragistici del 1992-93 come espressione di un’unica “congiura” (sinarchia: pare il Codice Da Vinci!) volta a propiziare una strategia di compiacenza ed indulgenza dello Stato: tale indulgenza compiacente verso la mafia, secondo De Magistris, si sarebbe manifestata, addirittura in modo conclamato, nella circostanza che, catturato Riina, il “covo” del boss non fu sottoposto nell’immediatezza a persquisizione, ma fu lasciato libero in modo da consentire ai ‘picciotti’ rimasti fedeli di ripulirlo e di eliminarvi ogni traccia utile per gli inquirenti!In ogni modo, secondo De Magistris, il centro del “complotto” non sarebbe altro che l’iniziativa del Capitano De Donno e del Generale Mori (Carabinieri del ROS) che, all’insaputa dei vertici, nel giugno-luglio 1992 avvicinano Vito Ciancimino ufficiosamente per catturare qualche importante ’latitante’: ora, l’On. De Magistris aderisce alla tesi che ravvisa in questa iniziativa il “secondo fine (eversivo)” di far “venire a patti” lo Stato con la mafia, con la complicità oscura di qualche non ben precisato referente politico (in particolare, le recenti dichiarazioni del pentito Spatuzza hanno riaccreditato chiacchiere in auge dalla II metà degli anni ‘90 che vedrebbero soprattutto in Dell’Utri, il regista dell’iniziativa). Secondo De Magistris, questa strategia non disdegnava nemmeno di ‘rieditare’ la strategia della tensione e degli attentati dinamitardi (così interpreta le stragi della primavera-estate del 1993 alle ‘città d’arte’), pur di giungere ad una stabilizzazione compiacente del sistema politico, in modo da ‘normalizzarlo’, mettendo così in riga giudici e politici democratici che erano riusciti a scoperchiarne la corruzione e le complicità con la mafia. Nel suo racconto, poi, De Magistris conferisce un grande risalto all’omicidio Borsellino del 19 luglio 1992 (avvenuto in Via D’Amelio, in prossimità dell’abitazione della Madre del Magistrato), accreditando l’ipotesi che il Magistrato fosse venuto a conoscenza del disegno “eversivo” e si fosse “messo di traverso”. Si coglie l’occasione di precisare, però, che questa ricostruzione ha un precedente giudiziario-giornalistico nell’inchiesta e nel ‘teorema’ del Giudice Luca Tescaroli di Caltanissetta che indagò sugli stessi fatti negli anni ‘90, giungendo, però, ad un’archiviazione, ma che, tra i primi, sollevò l’attenzione dell’opinione pubblica su una possibile “alleanza Stato-mafia” volta a pilotare in modo compiacente la transizione politica degli anni ‘90 (confluita nel libro, scritto a quattro mani con Soveria Mannelli: Perchè fu ucciso Giovanni Falcone, Rubettino, 2000).
Lungi dalle facili polemiche, deve rimarcarsi come proprio la ricostruzione dei fatti operata da De Magistris appare ad un facile esame per quello che è: facile e vieta ‘dietrologia’; e questo, anche per le svariate e manifeste contraddizioni che il suo discorso rivela. Cominciamo con ordine:
LA PRESUNTA TRATTATIVA STATO-MAFIA CONDOTTA DAI ROS. Ora, nessuno allo stato ha chiarito la vera natura di questa operazione dei ROS: se tale iniziativa dei ROS fosse davvero una trattativa, un’operazione investigativa ordinaria, ovvero un ‘bluff’ per ’spaventare le passere’; certo, si deve riconoscere che questo aspetto è un passaggio assolutamente essenziale nella ricostruzione degli avvenimenti (e per verificare se “deviazione” ci fu o non ci fu). Ora, ha sicuramente suscitato molto scalpore la circostanza che l’operazione non risultasse formalmente autorizzata dai vertici competenti, cosa che naturalmente ha subito suscitato maliziose dispute … . Allo stato attuale, comunque, il comportamento dei ROS appare avvolto nella nebulosa e le certezze sono poche: in primo luogo, Massimo Ciancimino (il “supertestimone” dal quale il “popolo viola” si aspetta dichiarazioni sensazionali) avrebbe confermato ciò che già si sapeva da tempo, ovvero che il Capitano De Donno, nel giugno 1992, dopo la morte di Falcone, avvicinò il Padre Vito (allora prossimo a scontare un’altra pena pesante per associazione mafiosa) per acquisire informazioni per la cattura di qualche latitante; che il Padre non mostrò disinteresse per la proposta (anche perchè era schifato dall’esito terroristico imposto dai Corleonesi con gli attentati prima in danno a Salvo Lima, del marzo 1992, poi in danno a Falcone, nel maggio successivo); che Ciancimino-Padre, allo scopo, interpellò un interfaccia, certo Dr. Cinà, il quale fece pervenire ai Carabinieri del ROS (tramite Ciancimino) il famoso ‘papello’ (recuperato dal figlio di Ciancimino e consegnato agli inquirenti) contenente richieste di sconti di pena per i ‘boss’ condannati dal ‘maxi-processo’ con la richiesta al parlamento di abrogare la ‘legge sui pentiti’ e l’art. 41-bis; che i ROS rifiutarono la proposta e la ‘trattativa’ si arenò (salva la cattura di Riina). Ma basta questa ricostruzione per lanciare l’allarme dei soliti ”servizi segreti deviati”? Parrebbe di no, se si deve prestare fede all’inchiesta e all’apporto di “Anno zero”, da cui è risultato che dei contatti tra De Donno-Mori e Ciancimino fosse stata informata la Dr.ssa Ferraro, Dipendente dell’Ufficio Affari Penali del Ministero della Giustizia, già amica e collaboratrice di Giovanni Falcone (la Dr.ssa fu addirittura prima del Giudice Borsellino, il quale, per altro, con lo stesso reparto del ROS collaborava all’indagine su mafia e appalti che da qualche anno era arenata e non era approdata a nulla). Ora, verrebbe da dire, di contro alla ‘dietrologia’ propalata da De Magistris, che se l’operazione Mori-De Donno fosse stata un’operazione di “intelligence” seria, sarebbe stata mantenuta segreta e verosimilmente non sarebbe stata propalata alla Dr.ssa Ferraro: a maggior ragione, se l’iniziativa fosse stata “deviata”! Allo stato attuale, quindi, pare lecito escludere che l’operazione di De Donno-Mori potesse inquadrarsi in un quadro di ‘intelligence’ in senso tecnico: in ogni modo, per quanto l’operazione appaia tuttora non chiara e decisamente non classificabile (e tale da meritare effettivamente i dovuti approfondimenti anche in sede giudiziale per la delicatezza e la gravità delle circostanza), ce ne vuole per ravvisare in questi ‘passi’ … il nemico (come fa De Magistris) ! Anche perchè le chiavi di lettura del non chiaro comportamento di De Donno-Mori possono tranquillamente essere tante: es. nulla esclude che l’iniativa Mori-De Donno possa più agevolmente spiegarsi come operazione concorrenziale dell’Arma sulla Polizia, come ce ne furono anche altre in momenti delicati della storia d’Italia (si pensi alla concorrenza Carabinieri-Polizia ai tempi della cattura e della detenzione di Mussolini dopo il 25 luglio 1943).
LE STRAGI DEL 1993 ALLE CITTA’ D’ARTE: Ancora più incredibile appare l’affermazione di De Magistris, quando ritiene che la sollecitazione alle stragi del 1993 sia venuta alla mafia da settori ’infedeli’ dello Stato (esterni, quindi, alla mafia), quando ormai gran parte delle sentenze che si sono pronunciate in merito riconoscono con quasi assoluta certezza la circostanza che la ’strategia stragista’, invece, nacque per ragioni essenzialmente interne a ‘Cosa Nostra’. Ora, pur non potendosi negare che il quadro politico di allora, sfilacciato, era certamente propizio per una ’stagione stragista’ (eloquentemente, certo, il Sostituto Ingroia ha chiamato le bombe di Capaci, D’Amelio, ma soprattutto alle ‘città d’arte’ le ‘bombe del dialogo’: vedi l’intervista contenuta nel libro La Trattativa di Maurizio Torrealta, Editori Riuniti, 2002), il contributo di De Magistris ignora che la mafia, parallelamente alla classe politica del tempo (mutatis mutandis!), stava attraversando una crisi sistemica e di ‘leadership’ molto rilevante ed era dilaniata da un fortissimo dissidio interno tra i ‘corleonesi’ (sconfitti) e gli ‘agrigentini’, specie Matteo Messina Denaro, che, con i suoi, sarà tra i principali animatori delle stragi. E’ in nome di una “crisi di leadership” interna, quindi, che Cosa Nostra si avvenura sul terreno delle stragi, in cerca prevalentemente di una “prova muscolare” con lo Stato. Certo, in questo quadro, è innegabile che le bombe del 1993 di Milano, Firenze e Roma potessero rivestire per la mafia anche un’efficace funzione di intimidazione sociale e di interlocuzione politica; allo stato attuale, però, non possiamo sopravvalutare troppo la portata delle stragi, che, infine, caratterizzarono solo un breve tratto dei rapporti Stato-mafia, poco più di una ‘parentesi’ della strategia della lotta di ‘Cosa Nostra’ allo Stato, non un metodo strutturale e consolidato. Oggi, poi, che qualcosa di più sappiamo sui complicati assestamenti e sulle lotte di egemonia all’interno di Cosa Nostra seguiti alla cattura di Riina, siamo anche in grado di dire che le bombe finirono per volontà del nuovo ‘leader’ Provenzano, refrattario alle bombe perchè queste rendevano ‘Cosa Nostra’ antipatica alla gente a attiravano troppo l’attenzione sul suo malaffare; mentre quello che ‘Binu’ desiderava era una mafia che lavorasse in silenzio, commettesse meno omicidi possibili e soprattutto si dedicasse agli affari (i punti sono ben trattati in Limes nr. 02/2005, rivista del gruppo Espresso-Carracciolo, evidentemente fuori dall’orbita berlusconiana: vedi in particolare l’articolo di Bugea, Ad Agrigento si recluta l’esercito di Provenzano e Messina, Cos’è Cosa Nostra).
I PRESUNTI “MOVENTI POLITICI” DELL’OMICIDIO BORSELLINO: Proseguendo, il racconto di De Magistris sui “moventi politici” della trattativa Stato-mafia (destabilizzare, per stabilizzare il sistema politico in senso moderato) si inerpica in una serie di ardite e quantomeno discutibili affermazioni raccolte in ordine ad una supposta cointeressenza dei vertici politici alla “trattativa” prima attraverso il Ministro dell’Interno Nicola Mancino accreditato come uno che “non poteva non sapere della trattativa” (e che questa impressione diede, continua De Magistris, al Giudice Borsellino, il 01 luglio 1992, quando si trovava a Roma ad interrogare l’ancora non ufficiale pentito Gaspare Mutolo), poi attraverso Dell’Utri (come parrebbe secondo le dichiarazioni del pentito Spatuzza). In questo confusissimo quadro, Borsellino, ricevuta la rivelazione della ‘trattativa Stato-mafia’ sarebbe stato eliminato come “testimone scomodo” sia per lo Stato sia per la mafia che stavano trattando: di qui, la “convergenza di interessi” tra Stato e Mafia all’eliminazione del Magistrato. Ora, senza voler entrare nel merito della valutazione penale di fatti relativi alla morte del Giudice Borsellino, che attualmente sono al vaglio degli inquirenti di Palermo, basterà dire che è del tutto risibile la tesi di una possibile “funzione politica” del delitto Borsellino, ovvero di un “favore” che lo Stato avrebbe fatto alla mafia (o viceversa), lasciando morire il Giudice Borsellino (qualcuno ha detto che qualcuno voleva mettere per sempre a tacere il Giudice per le rivelazioni che si accingeva a fare su mafia e politica!) : e che sia tesi risibile, lo dimostra proprio l’eterogenesi dei fini che caratterizzò il Delitto Borsellino, a seguito del quale la mafia fu messa “con le spalle al muro” e fu impossibile dare corso a qualsiasi iniziativa politica o amministrativa volta propiziare un atteggiamento più indulgente verso la mafia. Non così all’indomani della morte di Giovanni Falcone: dopo la strage di Capaci, infatti, si era effettivamente creato un clima di paura e di intimidazione presso Magistrati e Forze dell’ordine, che aveva certo favorito la mafia e aveva contestualmente favorito il blocco o quantomeno il “congelamento” delle principali iniziative legislative e giudiziarie antimafia (fu bloccato il ‘Decreto Martelli’ del 07 giugno 1992 e fu molto contingentato il passaggio al 41-bis di molti capo-mafia: vedi sul punto, la testimonianza dell’allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli nella puntata di “Anno zero” del 29 ottobre 2009); dopo la strage di Via d’Amelio, nulla di tutto questo fu più possibile: lo Stato, fischiato e dileggiato ai funerali della scorta del magistrato il 21 luglio 1992, fu costretto a decretare il “carcere duro” per i mafiosi e a convertire in legge il contestatissimo “decreto Martelli”. Un pieno insuccesso per la mafia, sia dal punto di vista giudiziario, sia dal punto di vista politico e solo la dietrologia può far vedere “secondi fini” in questa disastrosa situazione. Se proprio si vuole cercare una spiegazione nel (non chiaro) comportamento della mafia, sembra più plausibile pensare che la mafia cercasse (forse in parallelo con le successsive bombe del 1993) una “prova muscolare” contro lo Stato, per misurare la sua forza, ma con lo spirito selvaggio di rivolta e reazione all’affronto del ‘maxi-processo’, che, per la prima volta dal dopoguerra, aveva segnato un punto significativo a vantaggio della repressione antimafia: una “prova di muscoli” che oggi risulta tanto più verosimile e convincente a causa della momentanea prevalenza, in seno a ‘Cosa Nostra’, ai tempi del ‘delitto Borsellino’ dei ‘facinorosi’ corleonesi ed agrigentini, non ancora “messi a freno” dall’egemonia di Bernardo Provenzano.
I RAPPORTI MAFIA-POLITICA: Di questo passo, l’articolo è del tutto debole nella rappresentazione dei rapporti mafia politica; in particolare, è del tutto impervio seguire l’On. De Magistris quando descrive la mafia come un soggetto che, insieme a settori deviati dello Stato, si impegna per un programma politico di stampo moderato/conservatore, nel quale si vuole forzatamente vedere i tratti golpistici del ‘piano di rinascita nazionale’ di gelliana memoria: un simile livello di coinvolgimento politico della mafia, tale da configurare una quasi-organicità della mafia con i partiti conservatori, presupporrebbe nella Cosa Nostra un rapporto di “collateralità” con i partiti di centro-destra molto simile alla “collateralità” che nei decenni scorsi ha legato le “cooperative rosse” al PCI! Una ricostruzione del tutto ’fantapolitica, e assolutamente non in linea con i riscontri giudiziari, i quali, viceversa, attestano un modus vivendi mafia-politica del tutto diverso. Non si deve, al riguardo, dimenticare il ruolo avuto dalla mafia nella cd. stagione del ‘milazzismo’ (1958-60), quando una scissione interna alla DC siciliana, facente capo sull’On. Silvio Milazzo, portò al potere in Giunta Regionale Monarchici, Missini e Comunisti! Allo stesso modo, vanno intesi i rapporti ambigui tra mafia e cooperative rosse (che sono sullo sfondo dell’omicidio di Pio la Torre del 30 aprile 1982) e i curiosi flussi di voto verso PSI e PR (Pannella) ai tempi delle elezioni politiche del 1987 (quando Craxi e Pannella si batterono per il ‘referendum’ per l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati). Inutile dire, comunque, che tutto il discorso di De Magistris è volto ad accreditare nei politici dell’epoca (e di quale parte politica è noto) una sorta di “concorso esterno in associazione mafiosa”: come a dire che la politica del 1992-93 avrebbe avuto un ruolo decisivo nell’aiutare la mafia a riprendersi e a stabilizzarsi, dopo una fase di sconfitta e di crisi. Nulla di più errato: allo stato attuale, l’unico vero perno della stabilizzazione di Cosa Nostra, dopo le turbolenze del periodo del 1992-93, è il carisma di ”Binu Provenzano” e la sua strategia di mediazione e compromesso seguita sia all’interno di Cosa Nostra sia al suo esterno, grazie alla quale Cosa Nostra è restata in piedi, senza dover più imporre fatti di sangue eclatanti e clamorosi. Ma a questo punto, cosa avrebbe potuto importare ad una mafia così fatta che al governo nazionale potesse andare il centro-destra, anzichè la Sinistra? Nulla: almeno questo è quanto io credo.
Alla fine dei conti, cosa resta dell’analisi di De Magistris? Ora, come già detto, l’On. De Magistris intendeva asserire che l’Italia sta diventando uno Stato-mafia come molti Paesi Ex-Sovietici. Padronissimo di farlo; quando, però, ci si addentra all’interno del suo discorso e nel merito, le sue affermazioni sono assolutamente fragili, labili e poco dimostrate (e dimostrabili): un’ operazione che certamente è poco definire dozzinale (per l’indelicatezza di coinvolgere fatti di sangue e oscuri come gli avvenimenti del 1992-92), ma che, crediamo, potrà giovare a riempire le piazze nel giorno del 05 dicembre prossimo per il noto Happening anti-berlusconiano. Ora, se c’è qualche cittadino ancora indeciso sul da farsi, ovvero se partecipare o no alla manifestazione di venerdì, ci auguriamo che cominci ad usare la propria testa: se ciò non basterà ad indurlo a desistere dal partecipare alla manifestazione, confidiamo che il maggiore senso critico possa ”aprire gli occhi” e fare quantomeno riflettere sul grado di disinformazione e di becero conformismo che si cela dietro l’antiberlusconismo apparentemente più austero e più moralista. In particolare, confidiamo nel “buon senso” perchè si comprenda l’enormità di ridurre un fatto come la nascita di Forza Italia e la “discesa in campo” di Berlusconi, uno dei fatti più rilevanti di rinnovamento prodotti dal sistema politico italiano degli ultimi decenni, ad un fatto criminale: si comprenda una buona volta che è stata la “bomba sociale” della minimum tax a produrre Berlusconi e non le bombe della mafia!
Dell’utri braccio destro di berlusconi trenta anni di Mafia si è fatto!!!