23 nov, 2009
I ‘Professionisti dell’Antimafia’ secondo Leonardo Sciascia. A vent’anni dalla morte
di Giorgio Frabetti- A vent’anni dalla scomparsa del grande Scrittore di Rocalmuto (20 novembre 1989), credo debbano ripercorrersi i passi di una delle sue più feroci polemiche, quella, cioè, da lui avviata nel 1987 sul Corriere della Sera contro i cd. “professionisti dell’Antimafia” (il termine non è usato da Sciascia). A chi legga oggi questi articoli, pubblicati sul Corriere dal 10 al 26 gennaio 1987 (poi ripresi nel volume A futura memoria-se la memoria ha un futuro, Bompiani, 1988), resta di primo acchito la sensazione di una lettura ostica ed ermetica, al punto che si è tentati di sospettare che Sciascia si sia impelagato in un viluppo dialettico contorto e artificioso; detto in altre parole, la prima sensazione è che Sciascia stia “pirandelleggiando” (così per Pansa, che, dalle colonne di ‘Repubblica’ dello stesso anno, fu uno dei critici più accesi delle sortite di Sciascia). Lungi dal ritenere le parole di Sciascia oscura e vuota dialettica, resta al lettore di oggi la grande testimonianza di un contributo assolutamente profetico ed anticipatore delle tendenze “giustizialiste” della politica dei giorni nostri. L’articolo del 10 gennaio 1987 (il più importante della serie, gli altri essendo repliche e precisazioni scritte da Sciascia per far fronte al vespaio di polemiche che frattanto erano insorte) prendeva le mosse dal commento ad un libro di Dugan (discepolo del noto storico d’Italia Dennis Mack Smith) La mafia durante il fascismo in cui veniva trattato del “caso Alfredo Cuoco”, arrestato nel 1927 nell’ambito della campagna antimafia commissionata da Mussolini al ‘Prefetto di ferro’ Mori; additando come mafioso Cuoco, cioè, il regime scaricava uno degli esponenti più progressisti del fascismo siciliano, che più di tutti si stava opponendo all’allineamento tra fascismo e agrari in Sicilia: allineamento, invece, cercato da Mussolini e dai fiancheggiatori del fascismo per stabilizzare il regime da possibili velleità rivoluzionarie. Dopo aver additato il ‘caso Cuoco’ come esempio conclamato di uso politico della lotta alla mafia, Sciascia giunge a denunciare le distorsioni di un movimento antimafia che diventa “strumento di potere” e “non ammette critiche, né dissensi”, in quanto facile dispositivo retorico per politici e funzionari in cerca di popolarità facile e di facile carriera: “Prendiamo- dice Sciascia- un Sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi –in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei- come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra […] si può considerare in una botte di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo: e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel Consiglio Comunale o nel suo Partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso e con lui quelli che lo seguiranno”. Chi non vede in queste parole, la coincidenza con l’avventura di Leoluca Orlando Sindaco della cd “primavera di Palermo” che, in nome della retorica antimafia, non solo si guadagnò l’inamovibilità dalla carica di Sindaco di Palermo per un lungo periodo, ma riuscì addirittura a portare la DC alla maggioranza assoluta dei voti alle elezioni comunali del 1990? Di quel Leoluca Orlando che tuttora impazza nell’Italia dei Valori di Di Pietro, con pari demagogia giustizialista? Successivamente, l’articolo di Sciascia prosegue con la sezione tuttora più controversa (e parzialmente smentita da Sciascia negli anni successivi) quella riguardante la promozione alla Procura di Marsala del Giudice Paolo Borsellino, ritenuto dal CSM più idoneo all’incarico del concorrente Alcamo (più anziano) per specifica “esperienza nella lotta al crimine organizzato”. Ma su quale fondamento, dice Sciascia, è stata valutata questa “esperienza”? “Sul numero dei mandati di cattura o sull’esito dei processi dibattimentali?” Lo Scrittore di Rocalmuto, a questo punto, denuncia la strumentalità e l’inconsistenza di questo criterio di “specializzazione”, facendo presente come le principali istruttorie contro la mafia fin lì istruite da Borsellino siano state sempre smentite in sede dibattimentale. Come si diceva sopra, questa sezione degli interventi di Sciascia è stata la più controversa, proprio perché riguardava un Magistrato di specchiata fama antimafia, come Borsellino: successivamente, Sciascia ebbe a chiedere personalmente scusa al Magistrato per aver riferito inesattezze. In effetti, il discorso di Sciascia va contestualizzato e riferito ad un periodo in cui il maxi-processo non era concluso ancora in primo grado (sarà concluso al 16 dicembre 1987 per essere confermato in Cassazione al 30 gennaio 1992) e non poteva dirsi consolidato tutto l’insieme di tecniche istruttorie ed investigative che renderanno questo processo (di cui Borsellino sarà uno dei mentori) un piccolo classico della ‘procedura penale antimafia’. Inesattezze a parte, però, il discorso di Sciascia resta molto lucido e profetico su certi usi politici della funzione giudiziaria. Certo, quello che Sciascia temeva di più era che uno Stato, rimasto sin lì assente, per non dire indifferente alla lotta contro la mafia, cominciando a distribuire facili “prebende antimafia” a questo o a quello per lavarsi la coscienza davanti all’opinione pubblica, finisse anche per avallare e accreditare iniziative (giudiziarie, investigative e simili) avventate, immature, capaci di fare clamore ma poco concludenti quanto a risultati (un po’ come la lotta alla mafia del fascismo negli anni ’20). In realtà, Sciascia, con i suoi articoli, paventava l’insorgere, in nome della retorica antimafia, di situazioni come quella creatasi alla Procura di Catanzaro con il giudice Luigi De Magistris con le code che sono note. Sfrondato, quindi, ciò che è caduco da ciò che è tuttora valido, dagli articoli di Sciascia resta la testimonianza di un pensatore estremamente lucido, profetico, il cui contributo è da rileggere a distanza di tempo per comprendere a fondo le radici e le sorgenti del “giustizialismo”, come patologia della politica e della società italiana. Come dire: lo Stato giustizialista è come quei cattivi padri che, dopo essersi disinteressati per un lungo periodo dei propri figli, quando sono “colti in fallo” nei loro errori e responsabilità, si ergono a esempi di virtù.

Non mi pare ci sia contraddizione. Sciascia dice che: “Sicché se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime – o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.” Si fa un torto a Sciascia uomo di grande cultura attribuendogli un concetto così errato e cioè di uomini come Terranova, Borsellino, Falcone, La Torre che fanno la lotta alla mafia anche per stabilire oggi un’alleanza organica con la borghesia mafiosa, cosa che, Sciascia sa benissimo e ce lo dice, avvenne nel periodo fasciasta. L’unica analogia dunque è solo questa: l’antimafia come strumento di potere. Giuseppina Ficarra
L’autore della nota non ha colto la contraddizione evidente fra il rapporto che Sciascia pone giustamente fra fascismo-agrari-mafia in Sicilia nel ventennio fascista, rapporto nel quale, all’interno del movimento fascista la lotta antimafia fu usata come usbergo per eliminare gli oppositori, anche definendoli “mafiosi”, e l’uso che di detta costruzione Sciascia compie erroneamente nel presente. Dove, chi lotta contro la mafia, si chiami Terranova, Borsellino, Falcone, La Torre, etc., non non lo fa certo, come avvenne nel periodo fascista e come ben spiegato, con riferimento a quel tempo dallo stesso Sciascia, per stabilire oggi un’alleanza organica con la borghesia mafiosa e con la classe politica dominante.
La contraddizione in cui incorre Sciascia è solare, di massima evidenza.
luigi ficarra (padova)