20 nov, 2009
L’Europa e i dilemmi della modernità
di Federico Mugnai e Giorgio Frabetti Una delle conseguenze più eclatanti, seguite alla caduta del Muro di Berlino, è stata la globalizzazione. Con la fine del comunismo (seguita al fallimento del fascismo prima e del nazismo dopo) si esaurisce in Europa la passione rivoluzionaria del XX secolo e appare evidente agli occhi di tutti la forza e la superiorità del regime capitalistico. Con ciò, però, l’affermazione della globalizzazione, dopo il crollo del Comunismo, ha coinciso con un inaridimento grave e senza precedenti della politica e della cultura europea. Il ceto politico europeo, cioè, di fronte al trionfo della globalizzazione, ha reagito con un atteggiamento prettamente passivo (si direbbe notarile), lasciando sviluppare un’informe “società dei supermercati” in cui l’unico fattore decisivo è il potere del denaro, in nome dell’ideologia del “mercatismo” (vedi Tremonti, Rischi fatali, 2005), senza nemmeno tentare di ritrovare le sorgenti stesse della sua identità cristiana ed umanistica. Quali le radici di questo “basso profilo” politico-culturale di fronte alla globalizzazione? Non è semplice rispondere. Indubbiamente, pesano 60 anni di “guerra fredda” e di esasperate competizioni ideologiche. Indubbiamente, poi, pesano decenni di decadimento dell’idea di Nazione e di Stato Nazionale, dopo che la figura statuale, non più declinata come Patria (oggetto di tanto furore romantico e anche fanatismo dal Romanticismo Ottocentesco e dal Nazionalismo dei primi del XX Secolo), si era degradata in un Welfare (benedetto dalla Socialdemocrazia) il cui ‘totem’ dominante era il materialismo consumistico e l’egoismo del godimento privato (aggravati dalla crisi del ’68). Certo, nessuno può negare che la forma Stato, per come era stata conosciuta fino alla metà del XX secolo in Europa, andava aggiornata e rinnovata, anche per le enormi trasformazioni indotte dalla modernizzazione delle comunicazioni mondiali: in questo senso, non può più di tanto stupire che lo Stato Nazionale fosse la prima e forse la più mirata e designata vittima della globalizzazione. In realtà, ciò che non è accettabile è il modo con cui il riduzionismo economico della politica del post-Comunismo abbia così degradato e svalutato l’Idea-Nazione, come categoria esistenziale ed etico-politica, assolutamente peculiare e centrale in Europa. Una svalutazione che, nelle sue cause prossime (se si eccettuano le Guerre Mondiali), è ben più risalente la caduta del Muro e affonda nella crisi petrolifera degli anni ‘70, quando, per la prima volta, fu posto all’ordine del giorno delle Cancellerie europee il problema del razionamento dello Stato Sociale e quando la trionfale ascesa economica dei neo-liberisti aggressivi Margaret Thacher e Ronald Regan parve un antidoto valido per ridare opportunità di benessere dell’Occidente. E’ noto che il nuovo dinamismo regagiano/thacheriano accentuò la crisi dei regimi di “socialismo reale” (aggravandone la depressione e la stagnazione economica); in questo senso, quindi, la fine del Comunismo, parve la dimostrazione più concreta ed evidente delle “magnifiche sorti e progressive” del Capitalismo selvaggio neoliberista: ragion per cui, nell’Europa Continentale (e dell’Est appena libero), si determinò una sfrenata corsa all’emulazione del tacherismo e del liberismo, del tutto acritica e superficiale (anche se è vero che una parte della Sinistra degli anni ’90, Blair, Jospin, Schroeder cercò “cavalcare la tigre” del nuovo liberismo per “rifarsi l’immagine”: in fondo globalizzazione, con le sue ambizioni di unità mondiale, presenta più di un’affinità ideologica con il mito dell’universalismo materialista inseguito e idolatrato dalle sinistre europee e dal movimento socialista a partire dal 1789, anno della Rivoluzione francese). Un’ulteriore riprova del materialismo dominante che accompagna l’Europa all’appuntamento della globalizzazione economica è rappresentato dal fatto che, ai tempi della caduta del Muro di Berlino, in Europa, è quasi del tutto assente un’intellighenzia politica, che è il tratto più caratteristico della storia europea come comunità di valori e di cultura (prima che come “nazione” in senso etnico). Con questo, certo, non si vuole negare che, dai tempi della caduta del Muro di Berlino ad oggi, non ci siano stati uomini di cultura in Europa; si intende semplicemente dire che, alla caduta del Muro, se si eccettua il caso del dibattito tra monetaristi e neo-keynesiani, il dibattito culturale è stato molto povero, o comunque molto lontano dal livello di elaborazione culturale espresso in altre epoche dall’Europa stessa (come comunità di cultura e valori). In altre parole, alla caduta del Muro, l’Europa non ha nemmeno provato ad elaborare quelle proposte culturali di sintesi e onnicomprensive, con cui in altri tempi gli uomini di cultura hanno ambito a guidare la vita intera della loro epoca, creando finanche modelli di comportamento di vita quotidiana; un po’ come la filosofia scolastica ai tempi del maturo Medioevo, un po’ come l’Illuminismo e l’idealismo hegeliano a cavallo della Rivoluzione francese (senza contare l’esperienza idealistica gentiliana che accompagnò un intera generazione di nazionalisti e liberali risorgimentali alla svolta prima dell’interventismo e poi del fascismo). E in questo è da vedere un segnale evidente e inquietante di come il materialismo economicista abbia aggravato e per certi versi incancrenito quel processo di “crisi della coscienza europea” tanto acutamente descritto da Paul Hazard nel suo omonimo libro a proposito dello scientismo e del razionalismo tra il 600 e il 700. Tradotto in termini attuali, assenza di intellighenzia politica significa assenza di un ceto intellettuale che sappia portare al centro dell’attenzione politico-sociale i “problemi primi” della convivenza civile, i grandi valori, i grandi fondamenti: di questa carenza, poi, credo sia prova evidente e conclamata il fin-de-non-recevoir con cui la UE ha accolto l’invito di Giovanni Paolo II a inserire nella Costituzione Europea il riferimento alle radici cristiane dell’Europa.
Per questo, dopo la caduta del Muro, un’economia globale senza politica e valori, se è indubbiamente stata utile nel creare ricchezza e progresso tecnologico, e se ha altresì fatto emergere realtà nuove (aprendo barriere importanti soprattutto ad est Russia e Cina), ha altresì paradossalmente messo in evidenza tutta la debolezza politica e spirituale (in senso lato) dell’Europa. Ora, per quanto riguarda la crisi della politica, nessuno può utilmente negare come, indebolendosi la politica, a fronte di una tale svolta epocale, è venuto ad indebolirsi l’unico ruolo regolatore della mondializzazione dei mercati; con l’effetto (inevitabile) che un tale processo di globalizzazione dell’economia, lasciato a sé stesso, insieme a ricchezza e opportunità, sta creando esternalità pesanti (anche devastanti) per la società e i comuni cittadini (vediamo tutti i giorni la crisi, ad esempio, dell’occupazione, indotta dalla concorrenza spietata dei paesi asiatici e dalla recente crisi finanziaria). Allo stesso modo, la crisi della politica europea spiega anche la singolare debolezza (per non dire latitanza) del Continente rispetto a sfide cruciali come il pericolo attuale di vedersi schiacciata ad Ovest dall’attuale sistema economico-finanziario USA (e dal “Condominio” USA- Cina) e di dover subire ad Est l’influenza culturale dei paesi islamici, nonché la pesante prospettiva di dover farsi carico di un’immigrazione di massa dai paesi del Terzo Mondo che può minare le fondamenta dei sistemi sociali dei Suoi Stati; in tutto questo, finora, l’Europa non ha dato alcun segno di riuscire ad assumere un peso determinante in tali problematiche di carattere mondiale. Dal punto di vista, poi, della crisi culturale, l’Europa, inseguendo il mito del mercato, dell’onnipotenza dell’economia universale, e non riuscendo ad inserire tra le sue fondamenta il riferimento all’ebraismo, alla cultura greca, a quella romana e almeno un accenno alla religione cattolica, si sta avviando a perdere decisamente gran parte del primato spirituale e civile che l’aveva resa culla e faro di civiltà nei secoli precedenti. In particolare, gli anni Novanta e l’inizio del XXI secolo, dominati dall’idea deterministica del progresso, nell’enorme slancio conferito allo sviluppo della “trascendenza pratica” (del mondo tecnico) a discapito della “trascendenza teoretica” (che è la precondizione di tutte le tecniche), mentre hanno contribuito a fare del mondo e dell’Europa un grosso emporio e centro commerciale, hanno completamente de-spiritualizzato il continente, creando con tutta evidenza le pre-condizioni di un declino che si annuncia irreversibile per le sorti della civiltà non solo europea ma anche mondiale. Non si può comunque negare che la maggiore iattura per l’Europa sarebbe quella di dilapidare definitivamente la sua più eminente creatura etico-politica, l’Idea Nazionale, che non solo ha fermentato l’originalissima esperienza dello Stato di diritto, ma che, al momento, costituisce il modulo più compiuto e perfetto di integrazione etico-politica tra i cittadini come cerniera naturale, tra Società e Politica; e che di una tale risorsa (non solo politica, ma anche etica e morale) ci sia bisogno in un momento di crisi e di trasformazione come quello attuale nessuno può utilmente negarlo. Solo l’idea nazionale, nella sua declinazione europea, è riuscita a combinare in una sintesi specialissima ed originalissima i nessi dell’uomo/cittadino sia con la dimensione universale e mondale dei rapporti politico-economici-sociali-culturali-religiosi sia con la dimensione particolaristica e localistica (vedi Galasso), affondando la sua legittimazione in un dato antropologico, prima che politico: l’idea dell’uomo come essere che, pur destinato ad integrarsi in una dimensione più vasta (e … trascendente), resta sempre, come tale, un essere particolare, che ama la sua patria e che non vuole essere separato dalla sua terra. Nessuno può negare, come, nel corso di gran parte della Storia, il ruolo del ‘particolare’ è stato sicuramente essenziale, per mediare la più parte delle obbligazioni e dei sacrifici dei cittadini verso la collettività (gli uomini, cioè, si sacrificavano per la patria concreta e in questo era anche riconoscibile il contenuto delle grandi passioni dell’umanità. Chi oggi si sacrificherebbe per il mondo? Al massimo ci si può preoccupare per le sue sorti, ma non si sacrificherebbe per esso, perché non è una realtà che può appassionare. Ma è certo che, senza passione, un uomo non vive realmente e tutte le passioni sono legate a realtà particolari). Per questo motivo, la globalizzazione, se da un lato, ha apportato benessere materiale, ha anche alimentato un dilaniante sentimento di perdita delle radici di tradizioni che sembrano essere completamente annullate per i cittadini europei. Forse accecati dall’euforia per la fine del comunismo abbiamo creato un sistema che siamo incapaci di controllare; un sistema che tra l’altro ha dimostrato tutte le sue deficienze anche dal punto di vista economico e sociale (vedi la crisi che ancora imperversa in tutto il mondo). Il problema politico-culturale dell’Europa del prossimo futuro, comunque, non è il liberalismo, né la globalizzazione in sé (che è un bene), ma è quello di saper trovare dei contrappesi efficaci al sistema liberale e delle risposte concrete sul piano sociale, mantenendo vive e rafforzando se necessario il patrimonio storico-civile dell’Europa (come dell’Italia) e preparare la risposta concreta alla “tecnificazione” universale del mondo; che è forse il compito principale degli uomini del XXI secolo.
