19 nov, 2009
La Privacy dei Politici secondo Stefano Rodotà (Micromega). Tra Berlusconi e Marrazzo
di Giorgio Frabetti- Ad una (relativa) distanza dal ‘caso Marrazzo’ e dalle polemiche che hanno accompagnato la presenza ad ‘Anno zero’ di Patrizia D’addario (nota per le ‘rivelazioni intime’ sul ‘premier’), credo sia quantomai opportuno procedere ad una serena e pacata disamina di queste vicende (obiettivamente scabrose e di difficile classificabilità politica), che renda ragione agli aspetti di maggiore rilevanza politica (poco dibattuti), contro gli aspetti di gossip vacuo e caduco che, però, hanno maggiormente tenuto desta l’attenzione della Pubblica Opinione e della stampa . Trovo, al riguardo, particolarmente utile partire da un articolo scritto nell’ultimo numero di Micromega (05/20/09, in un momento in cui il ‘caso Marrazzo’ non era ancora alle porte), dal Prof. Stefano Rodotà (già esponente PCI e poi PDS, già Vice-Presidente della Camera, già Presidente dell’Autorità Garante della Privacy). Al riguardo, lo Stimatissimo Professore ha discettato su quale sia livello di tutela della Privacy accettabile per i Politici, senza con ciò ostacolare la libera informazione sui medesimi necessaria per la vita democratica (art. 21 Cost.). Sul punto, il Prof. Rodotà ha espresso il parere secondo cui non è permesso al politico invocare il diritto della privacy nei termini classici, “in presenza di una sfera pubblica nutrita di spettacolo, di personalizzazione crescente”, in cui “le figure pubbliche accettano questa logica che si presenta come una via obbligata per promuovere la propria immagine, … per guadagnare, consolidare e accrescere il consenso” (e qui Rodotà parla del libro “la storia italiana” con la quale Berlusconi intese promuovere la sua premiership alle elezioni 2001) . Secondo Rodotà, cioè, il politico che chieda “di essere accettato, legittimato e giudicato” sulla sua persona, non può più “tornare indietro”, perché non gli sarebbe più possibile “stabilire secondo convenienza fin dove può arrivare lo sguardo dei cittadini”. Da quel giurista di razza che è, l’Ex-Garante della Privacy ritiene, quindi, legittimo ostendere al pubblico le intercettazioni di Berlusconi sulle sue cd. ‘veline’, specie dopo che lui stesso ha ’venduto’ al pubblico le sue presunte prodezze di … latin lover come componente essenziale del suo personale ‘carisma’ di Capo. E’ da ritenere, poi, che il Professore avrebbe ritenuto altrettanto giusto ed opportuno ostendere al pubblico anche i ‘video bollenti’ di Marrazzo (se avesse avuto modo di conoscere la vicenda). Addirittura, l’Esimio Giurista fonda il suo parere sulla sentenza 07 giugno 2007 della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che ebbe a ritenere illegittima la condanna comminata dalla Magistratura francese a due giornalisti, rei di aver pubblicato un libro che riportava notizie relative al vicecapo di gabinetto dell’allora Presidente Mitterand tratte da intercettazioni telefoniche, allora disposte dalla magistratura e coperte da segreto istruttorio: nel caso di specie, cioè, in nome dell’art. 10 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, la Corte ha ritenuto prevalente il diritto di informazione dei cittadini sul segreto istruttorio, in quanto il servizio giornalistico, oggetto della contesa, atteneva ad una vicenda rispetto a cui l’attenzione della Pubblica Opinione si era già autonomamente avviata. Senza procedere oltre, comunque, credo che questi brevi, ma densi passaggi portino ad evidenziare i forti limiti dell’analisi di Rodotà. Certo, Rodotà non manca di acutezza, quando evidenzia i limiti e le fragilità di una competizione politica di tipo carismatico, come quella che si è imposta in Italia dal 1994 in poi. Come noto, nel sistema bipolare italiano, l’investitura diretta del Premier esiste solo in via di fatto e in modo virtuale, perchè nessuna legge di riforma costituzionale ha effettivamente previsto tale procedura elettiva. In assenza, quindi, di risorse istituzionali, tale investitura diretta è stata ‘creata’ dai media (e Berlusconi in questo ha effettivamente dettato legge!); ciò posto, quindi, è incontestabile che una politica tanto … ‘carismatica’ sia strutturalmente iper-sensibile e iper-ricettiva nei confronti di qualunque argomento, aspetto della vita dei politici, che possa ‘fare spettacolo’ e attirare l’attenzione: quindi, anche la vita privata; da qui, allora, è evidente che basta una minima scalfitura del ‘carisma’ (tratta anche dalla vita personale) per incidere assai negativamente sulla fortuna di un ‘leader’ politico. La vicenda Marrazzo, poi, se possibile, ha ampiamente dimostrato come un tale problema non riguardi solo Berlusconi: nella stessa situazione di difficoltà mediatica di Berlusconi (indotta da rivelazioni privatissime), l’altro ieri si è trovato Marrazzo, ma domani o dopodomani potrebbero trovarsi (in teoria) anche Bersani o Di Pietro, che, in fondo, ambiscono a competere sullo stesso piano ‘carismatico’; anche perchè la personalizzazione della politica, lungi dall’essere (come auspica Casini) un aspetto solo effimero del gioco politico, ormai fa parte della ‘costituzione materiale’ italiana (non è significativo, al riguardo, che il più grande partito d’opposizione, il PD, per eleggere il segretario abbia avuto bisogno della ‘primarie’, concepite in chiave di evidente democrazia diretta e ‘presidenzialista’?). E’ evidente, quindi, che l’esatta soluzione ai guasti della spettacolarizzazione della politica va colta non tanto sul piano della normativa della Privacy, quanto a livello di riforme istituzionali, ovvero consacrando anche a livello costituzionale l’elezione diretta del premier (anche con adeguate immunità). Allo stesso modo, è temerario (almeno questo è il mio giudizio) chiamare in causa i diritti dell’uomo per forme di comunicazione tanto ’spinte’ sulla vita privata dei politici. Pur dovendo esprimere qualche riserva sulla vicenda Marrazzo per la seria coda giudiziaria che l’ha accompagnata e per i sospetti sull’uso di coca, nessuna ragione può validamente legittimare la diffusione delle intercettazioni napoletane del 2008 su Berlusconi (come preteso da ‘micromega’, ‘l’unità’, ‘repubblica’), perchè oltremodo dubbie quanto ad autenticità delle fonti e perchè, rispetto ad esse, ogni giornalista (anche il più accesamente antiberlusconiano come D’Avanzo) ha sempre riconosciuto l’irrilevanza penale: se questa fosse davvero la libertà di informazione richiesta dalla Costituzione e dalla Convenzione sui diritti dell’Uomo, allora dovremmo considerare legittima ogni forma di vera e propria disinformazione (vedi sul tema della disinformazione come tecnica distorta di comunicazione, il bell’articolo di Vilfredo Pisano su L’Occidentale del 17 ottobre u.s.)! A conclusione, credo sia quantomai doveroso citare il celebre sociologo tedesco Zygmunt Bauman: “Il privato ha invaso la scena che avrebbe dovuto essere pubblica, ma non per interagire con il ‘pubblico’. Nemmeno quando viene trascinato alla pubblica vista il ‘privato’ acquisisce una nuova qualità … Questo è il nodo gordiano che lega mani e piedi il futuro della democrazia: la crescente impotenza pratica delle Istituzioni pubbliche rende meno attraenti le tematiche e le prese di posizione comuni” (la società individualizzata, Mulino, 2003). Riallacciandomi alle acute osservazioni del grande sociologo tedesco, sono fermamente dell’opinione che il voyerismo mediatico scagliato negli ultimi tempi contro il ‘premier’ prima e poi contro Marrazzo vada soprattutto colto come la dimostrazione della sindrome ‘sfascista’ che alligna in molti italiani (dagli anni ’90 in poi) nei confronti della politica. E’ buona norma, invece, reagire allo ‘sfascismo’, non assecondandolo, ma reagendo, in chiave propositiva, caricando i politici di responsabilità dirette e trasparenti verso il popolo.
