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La “destra del futuro” non dimentichi la lezione politica di Berlusconi

49c3d72847b79_zoomdi Giorgio Frabetti In questi giorni, si fa un gran discutere (dentro e fuori la PDL) del futuro politico del centro-destra; un’occasione certamente ghiotta per il dibattito politico è stata offerta dalla pubblicazione del libro del Presidente della Camera Gianfranco Fini “il futuro della libertà”, nel quale qualcuno ha creduto di leggervi la piattaforma politico-culturale-programmatica per una successione dello stesso Fini alla guida della PDL, a spese dell’attuale ‘premier’ Berlusconi. Un’opinione che è molto aderente, del resto, ad un libro da poco uscito nelle librerie di Maltese di pretta scuola-Repubblica, intitolato alla ‘fine del berlusconismo’. Ora, io non ho letto il libro di Fini; l’occasione, comunque, credo sia molto utile e opportuna per precisare un concetto politico essenziale: se c’è un contributo che negli ultimi decenni è stato effettivamente offerto allo scopo di dare un futuro alla politica in Italia, questo è la proposta politica di Berlusconi; realismo e opportunità politica, quindi, impongono di non ignorare ciò. In effetti, a quasi 20 anni di distanza, il berlusconismo, nato sulla scia delle ‘elezioni terremoto’ del 05 aprile 1992 (e dei ‘terremoti’ conseguenti:l’omicidio di Salvo Lima, le stragi di mafia del 1992-93, l’affermazione della Lega Nord e le inchieste sulle tangenti) costituì la più lucida e geniale risposta alla eccezionale crisi della politica di quegli ‘anni terribili’, attraverso una proposta forte e chiara di rilancio di una politica ‘di alto profilo’, contro il ‘pensiero debole’ della politica di allora, la quale, prima tramite il Governo Amato, poi tramite il Governo Ciampi, pensò di supplire alla crisi della politica, con un progressivo defilamento delle rappresentanze politiche dalle responsabilità di governo, accentuando contestualmente la presenza dei ‘tecnici’ (anche se l’acmè della stagione ‘tecnica’ con tutte le ambiguità connesse, la si ritroverà soltanto nel Governo Dini del 1995-96). Cosa fosse questo ‘pensiero debole’ della politica e su quali fatti si basasse la pessimistica diagnosi berlusconiana, lo ha spiegato magistralmente Giulio Tremonti ne ‘lo stato criminogeno’ (ed. Laterza, 1997): dopo che, nei tempi d’oro del Consociativismo tra Governo e PCI (dagli anni ’70 in poi), la classe politica aveva sempre ritardato una politica di rigore sui conti pubblici, la medesima classe dirigente nel febbraio 1992 pensò bene di delegare questo onere sull’Europa Unita, stipulando in tutta fretta il Trattato di Maastricht; in questo modo, la classe politica italiana pensò di ‘avere la meglio’, con l’alibi del ‘vincolo esterno’, su tutti i ‘veti incrociati’, che avevano fino ad allora fatto scudo contro questa politica. Come se fosse bastato un semplice ‘vincolo esterno’ per far acquisire automaticamente ai partiti la necessaria investitura politica per la sua esecuzione; come se fosse bastato il pallottoliere, come se fosse bastasto ai politici travestirsi da tecnici e da ragionieri per imporre al Paese decisioni tanto gravi, così incidenti sul razionamento delle risorse (e delle chanches di vita dei cittadini) disponibili: viceversa, sul ‘sistema consociativo’ si abbattè inesorabile la slavina della delegittimazione politica, non appena, con la Manovra Amato del luglio 1992, in Italia si intraprese l’esecuzione dei ‘diktat’ di Maastricht. In effetti, era duro accettare che potesse ergersi a custode del rigore monetario, una classe politica che, per lunghi decenni avevo tollerato a lungo sprechi e allegra finanza! La ‘minimum tax’, in particolare, segnò il divorzio del grosso del ceto medio (specie il grosso dei piccoli artigiani e commercianti) dai partiti moderati di allora (il pentapartito: DC-PSI-PSDI-PRI-PLI): in questo senso, quindi, il ‘voto di protesta’ finiva per assumere il vero e proprio significato di ‘voto fiscale’ contro la politica, rendendo sempre più attuale il pericolo di una secessione politica dei ceti produttivi sulla scia di quanto avvenuto di lì a poco in Slovenia e in Cecoslavacchia (come la Lega si accorse bene!). Certo, si potrà discutere di quanto Berlusconi sia stato poi capace di tradurre in pratica questa sua intuizione politica geniale; con tutto questo, però, è indubbio che le condizioni socio-economiche dell’Italia ai tempi della ‘discesa in campo’ di Berlusconi sono ancora le stesse di oggi, e così i contorni della ‘crisi della politica’: in particolare, la vicenda della ‘minimum tax’, almeno a mio modesto avviso, è la riprova di come sia inadeguata e anche pericolosa la pretesa di gestire con aride ‘politiche da gabinetto’ (da “ancième règime”) stagioni economiche e sociali (come l’attuale) caratterizzate dalla tendenza al razionamento delle risorse: viceversa, al razionamento delle risorse, che può effettivamente chiudere spazi e ‘chanches’ di vita ad un numero sempre maggiore di cittadini (specie giovani), si risponde efficacemente soltanto incrementando la democrazia e le opportunità di partecipazione politica e sociale; non fuggendo il confronto, trincerandosi dietro il rituale ‘lo vuole il Trattato Europeo’, ‘lo vuole la Commissione Europea’. Ai tempi di Berlusconi, questa aspirazione ad maggiore protagonismo collettivo (in un’epoca in cui il ‘media’ decisivo era ancora la TV) portò nel sistema politico italiano forti iniezioni di ‘democrazia diretta’, contribuendo a modificare in senso quasi-presidenziale la competizione politica. Nella mutata realtà di oggi, questa apertura ad un maggiore protagonismo politico collettivo, per il centro-destra, significa: 01) Aprirsi ai nuovi spazi di partecipazione e interazione offerti da ‘facebook’ e dal ‘pubblico attivo’ della rete, la più grande novità sociologica degli ultimi anni; 02) Portare a termine l’annosa battaglia del federalismo fiscale, coniato con il celebre brocardo di Tremonti: vedo, voto, pago; 03) Incentivare tutti gli spazi in cui la società civile riesce a produrre ‘bene pubblico’ (tutela della famiglia, volontariato, privato sociale…), in coerenza al richiamo, contenuto nell’ultimo libro di Tremonti ‘la paura e la speranza’, a valorizzare le ‘radici solidaristiche e cristiane’. Evidentemente, questa eredità di pensieri e di intuizioni, in un domani, può essere colta e sviluppata solo da una politica forte che abbia un alto concetto della propria missione, cioè da una politica che non si accontenta di essere amministrazione (’pensiero debole’), ma che vuole essere la sede decisionale più eminente e solenne per una vera Società Civile. In questi termini, quindi, il futuro del centro-destra appare in Italia legato, a doppio filo, al futuro della politica .

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