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Il crocifisso, l’Italia e l’incognita islamica

islam_streit_400q-mentecriticadi Giorgio Frabetti La vicenda della Corte di Strasburgo che, accogliendo un’istanza di una cittadina, ha dichiarato non conforme alla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo la normativa italiana che ammette il crocifisso negli ambienti degli uffici pubblici deve, a mio modesto avviso, diventare il pretesto affinchè l’Italia e la sua classe dirigente giunga ad una più matura e piena consapevolezza della questione del pluralismo religioso nella convivenza civile e politica, in quanto parte di una problematica complessiva del mondo occidentale. E’ evidente, poi, che, quando evochiamo il tema del pluralismo confessionale, l’Islam diventa il “convitato di pietra” numero uno, ovvero il riferimento necessario ed ineludibile (anche se la sentenza non lo nomina!). In effetti, dopo la caduta del Muro di Berlino, sia la prima guerra del Golfo (1991) sia gli scontri in Somalia e Bosnia (1992) hanno sufficientemente ammaestrato gli Occidentali circa il nuovo dinamismo e protagonismo che il mondo arabo ha inteso acquisire, una volta finita la ‘guerra fredda’ (e finito, così, il ‘divide et impera’ sul mondo arabo esercitato dalla pressione dei due ‘blocchi’ USA-URSS); non da ultimo, anche per la fortissima pressione demografica sull’Europa, a causa dei pesanti fenomeni migratori degli ultimi anni. Certo, la questione dei rapporti Islam e Occidente chiama in causa la geo-politica (vedi ad es. discussione sul possibile ‘scontro di civiltà’ occidente-Islam e simili!); ciononostante, io credo che la geopolitica (ovvero l’hard power) non esaurisca tutte le possibili opzioni di gestione della complessa questione. L’opzione prioritaria, almeno a mio modesto avviso, resta quella politico-culturale (soft power), rispetto a cui occorre la massima consapevolezza: ben vengano, quindi, sentenze come quelle di Strasburgo, quando servono a dare la stura ad un dibattito a 360° su un problema tanto serio, in un Paese, come l’Italia, piuttosto distratto. Ora, per impostare un rapporto Occidente- Islam non viziato nè da dottrinarismi né da demagogia, ci si deve domandare: “ma domani, quando i bambini islamici potranno votare, voteranno partiti ancora ispirati ai principi della democrazia pluralistica?” Ora, la democrazia, per reggere, postula un assetto di LIBERA DISCUSSIONE (Boudon, il relativismo, Il Mulino, 2009); il quale, a sua volta, ha bisogno almeno di altri due sovra-postulati: una razionalità scientifica aperta e una morale personalistica, secondo la quale la persona sia intesa sempre come fine, mai come mezzo (Kant). Dire (come diceva Maritain negli anni ’30) che un tale umanesimo non avrebbe potuto svilupparsi senza il ‘medium’ della sintesi tomistica tra filosofia classica e teologia biblico-cattolica è dire ormai un’ovvietà. In questi termini, cioè, grazie alla teologia tomistica, nell’Occidente la Sacra Scrittura non ha mai assunto, come nell’Islam, il valore di un ‘corano’, da intendere alla lettera e da mandare a memoria, con pesanti divieti, o limitazioni nell’esegesi. Una simile limitazione ha, in effetti, pesantemente limitato nel mondo islamico lo sviluppo di una riflessione teologica e filosofica autonoma (tranne Averroè e simili); ha limitato enormemente (rispetto all’Occidente) un vero sviluppo umanistico della religione; e ha favorito oggettivamente il successo (specie a livello di fedeli musulmani comuni) del fondamentalismo, specie nel rapporto con la Modernità (fa riflettere, però, l’inusitato sfruttamento di Internet da parte di Bin Laden per la propaganda della Jihad!). Personalmente, da cristiano-liberale, credo che sia Alexis de Tocqueville la vera ‘pietra di paragone’ per iniziare ad impostare correttamente, nel dibattito politico-culturale italiano, il rapporto Italia- Islam. Personalmente, cioè, ritengo che, per edificare con profitto i rapporti con l’Islam, l’Italia debba guardare agli USA come un vero modello di pluralismo e tolleranza, nel quale tutte le religioni sono ammesse, ma a tutte è richiesto (a controprestazione della tolleranza statale) sia il rispetto per le religioni diverse, sia un serio contributo all’edificazione del bene comune: dalle grandi emergenze nazionali (vedi in USA l’11 settembre 2001) alle questioni più modeste, quotidiane, ‘da condominio”, se si vuole, ma decisive per improntare una convivenza civile a canoni essenziali di capacità contributiva (art. 53 Cost.) e giustizia distributiva. In altre parole, l’accoglienza non può portare lo Stato Italiano ad assumere atteggiamenti più indulgenti, nei confronti degli immigrati, in ordine alle pretese tributarie; né in nome dell’ospitalità può giustificarsi, in capo agli Immigrati, il godimento ‘gratis’ di prestazioni sociali (asili nido …) senza contropartita contributiva, come succede purtroppo in molti Comuni Italiani. Né, in nome dell’ospitalità, si può tollerare che le imprese ‘etniche’, in nome di rapporti ancestrali di fedeltà familiare ed etnica, pretendano dai lavoratori propri connazionali, turni massacranti di lavoro, senza pagare il dovuto dazio alla Sicurezza Sociale, condannando così alla morte le altre aziende del Paese Ospitante. E ricordiamoci di una cosa: finchè il rispetto di questi fondamentali canoni di solidarietà (specie fiscale) non saranno consolidati nel rapporto con lo Stato Italiano, non si potrà mai parlare né di cittadinanza, né di diritto di voto agli immigrati; a meno di aprire l’Italia ad una catastrofe politica e sociale seconda solo a quella che patì lo Stato italiano all’indomani della Grande Guerra: con gli esiti che sono noti. Chiarito questo, il rapporto Islam-Italia potrà rasserenarsi.

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