9 nov, 2009
La caduta del Muro di Berlino: la fine del “mito” del comunismo
di Federico Mugnai Il comunismo è stato un fenomeno straordinario nella storia del XX secolo, perchè con la Rivoluzione dell’Ottobre 1917 ha posto per primo (in seguito sarà il fascismo con la Marcia su Roma dell’Ottobre 1922 e il nazionalsocialismo con l’avvento al potere di Hitler nel 1933) le basi per la nascita di una società alternativa rispetto a quella capitalista; desiderio che per tutto il XIX secolo aveva interessato molti intellettuali (tra tutti ovviamente Marx) e politici che sottolineavano le ingiustizie del regime liberl-democratico, auspicando, seguendo gli “immortali” principi della Rivoluzione francese, il sorgere di una società nuova. Una comunità che si ponesse come obiettivo quello di impedire tutte le guerre, di creare una società senza classi , senza Stati, senza Dio e di conseguenza senza conflitti, senza rivoluzioni, etc.. Una società idillica da raggiungere mediante un lungo percorso, ma al quale l’umanità sembrava essere predestinata. Era stato lo stesso marxismo a ribadire che la storia si muoveva lungo un crinale diretto e determinato che conduceva al socialismo e che quindi tutti gli impedimenti che si sarebbero frapposti rappresentavano il male. Convinzioni (o se preferite assiomi) che peraltro partivano dall’assunto che esistevano già tutte le condizioni necessarie per la vittoria del socialismo. Già da questi presupposti possiamo cogliere tutto il dramma che celava l’ideologia comunista. E’ stata un’ideologia che con “il senso della storia”, se vogliamo con la fede nello storicismo assoluto, aveva pensato di dare una garanzia scientifica all’ottimismo democratico. Se a ciò aggiungiamo le circostanze favorevoli che la Storia aveva loro offerto, ben si comprende la fascinazione ideologica esercitata sull’uomo del xx secolo dall’idea comunista. La sua diffusione e la sua durata hanno un segreto: l’idea si innesca sul tronco della tradizione rivoluzionaria occidentale (in special modo il razionalismo) sviluppandola ulteriormente; non appena ottenuta la vittoria, il bolscevismo ha fatto propria l’eredità giacobina, assumendone il compito di rigenerare l’umanità grazie agli effetti sommati dell’azione e della scienza. Ma per l’appunto il mito sovietico non sarebbe durato tutto il secolo, e non sarebbe stato accolto con una fede così cieca da tanti intellettuali, se le circostanze non avessero fornito conferma e alimento alle sue menzogne. Nato dalla prima guerra mondiale, il comunismo ha dato un volto al nichilismo dell’epoca, ha tratto profitto dalle ingiustizie del trattato di Versailles, si è arricchito grazie allo spettacolo offerto dalla grande depressione, è prosperato con l’antifascismo, ha toccato il punto più alto alla fine del secondo conflitto mondiale, grazie alla vittoria sul nazismo. E il comunismo si è affermato distruggendo in nome dell’ideologia marxista tutto il sistema sociale e civile di ogni nazione in cui si è instaurato: abolizione della proprietà privata, smantellamento dello Stato democratico- liberale, delle tradizioni, dei simboli e dei valori civili, negazione dei diritti dell’uomo e della libertà d’impresa. Ha dato vita ad un sistema totalitario e ad una società chiusa, collettiva, a partito unico, corrotta, burocratizzata, dove imperava il terrore e il mito del proletariato nascondeva in realtà orrori che nemmeno il tempo potrà mai cancellare. L’alienazione dell’individuo (il nichilismo collettivo) e lo sterminio del nemico di classe (o del dissidente) sono forse tra gli aspetti più vergognosi che il comunismo ci ha lasciato. La parziale liberalizzazione del regime da parte di Cruscev, se è servita a dare un’immagine più “benevole” del comunismo, ha messo in evidenza per la prima volta dinanzi al mondo tutte le disfunzioni del sistema sovietico; non dovute ad un fallimento di uomini, ma ad un fallimento totale di sistema. Un sistema che poteva vivere solamente alimentato dal terrore. Gorbacev si rese conto che l’agonia del comunismo doveva cessare. La caduta del Muro di Berlino segna il crollo definitivo di un mito che continuava ad illudere ancora gran parte dell’Occidente, ma che oramai viveva alimentato solamente da vecchie passioni, odio sociale, o come nel 68, dal semplice rifiuto della società capitalista e in special modo dal rancore nei confronti degli americani per la guerra in Vietnam. Il comunismo non ha mai concepito altro tribunale che la storia, e si è ritrovato condannato dalla storia ad una totale scomparsa. Se il comunismo ha esaurito il suo ciclo storico, lasciando dietro di sè immense rovine, ciò non vuol dire però che che scompaia l’idea di una società alternativa che è perennemente alimentata dalla stessa democrazia. Con la fine del comunismo si è chiusa un’epoca, ma non si è certo concluso il ciclo della storia.
