24 ott, 2009
L’Italia si ricordi di Giuseppe Bottai
di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai -
E’ amaro constatare come l’Italia si sia praticamente dimenticata di un uomo dello spessore intellettuale, culturale e politico come Giuseppe Bottai. In questa sede non vogliamo aprire una discussione sull’opportunità o meno di rendere omaggio a Bottai nonostante il suo credo fascista, perchè noi valutiamo dapprima l’operato dell’uomo, al di là e al di sopra del suo orientamento politico. E’ ovvio che il suo credo fascista e la sua fervente adesione e il suo impegno per la promulgazione delle leggi razziali, siano ”macchie” che una Repubblica, che fa dell’antifascismo (a volte militante) uno dei suoi valori fondativi, sia ostile e nutra pregiudizi anche solo ad avvicinarsi a comprendere figure complesse come quelle di Bottai. Se però facciamo questo sforzo, scopriamo come il pensiero e il modo di operare di questo figlio della piccola e media borhesia italiana, che fin da giovanissimo si legò al movimento futurista e agli arditi (vivendo l’esperienza della I Guerra Mondiale), appaia ai giorni d’oggi attuale. Di Bottai potremmo disquisire all’infinito, perchè tantissimi sono i filoni di discussione che possiamo trovare. In questa sede, preferiamo solo dare un abbozzo della figura di Bottai. Una cosa, anzitutto, va dichiarata in primissima battuta:Bottai fu un’altissima personalità di riformatore, forse la più grande che l’Italia abbia avuto nel XX Secolo (per questo, occorre che politici e Sindaci coraggiosi gli dedichino una strada o una via, come aveva tentato di fare Rutelli, Sindaco di Roma nel 1995).
A Bottai si deve una grande lungimiranza relativamente alla normativa urbanistica, alla legge (tuttora vigente) che impone che una percentuale fissa di fondi statali sia da destinarsi alla decorazione dei palazzi pubblici; per arrivare, infine, al Bottai della Carta della Scuola, che fu il tentativo più lucido e coraggioso di riforma della scuola mai ipotizzato in Italia. Superando, cioè, l’impianto idealistico della riforma Gentile, Bottai intendeva eliminare il primato dell’istruzione intellettuale a vantaggio delle materie tecniche e dei lavori manuali; non certo per disconoscere il valore della preparazione umanistica, ma per rendere la scuola una comunità di lavoro nell’accezione corporativa che lui intendeva, ovvero come sistema politico-sociale-culturale di integrazione di conoscenze teoriche e pratiche.
A questo punto, la personalità di Bottai non si può più comprendere, prescindendo dalla ‘sua’ principale creatura: il corporativismo. Questa concezione, aldilà dei problemi interpretativi e di definizione dottrinale che ha sollevato, documenta in Bottai un dato di assoluta rilevanza: Bottai, cioè, aveva il non comune ‘dono’ di vedere i problemi dell’Italia e del fascismo “in prospettiva”, ovvero in una dimensione di “durata” che si proiettava oltre il regime carismatico di Mussolini. In un fascismo che, in parte era vissuto “alla giornata” e senza un disegno coerente, ma tendendo ad adattarsi alle varie circostanze, per un momento,in Bottai (caduto in disgrazia Gentile, dopo il Concordato) sembrerà realizzarsi un programma unificante dell’azione fascista; il che contribuirà a fugare la diffidenza verso il fascismo diffusa nella società italiana, indotta dal cinico opportunismo di Mussolini, contribuirà a rendere il fascismo così anche oggetto di interesse presso gli intellettuali e contribuirà all’indubbio allargamento della base di consenso e di insediamento del fascismo nella società italiana e di curiosità e ammirazione all’estero (specie tra il 1929 e il 1935).
Certo, il corporativismo bottaiano non fu solo lavorismo. Ad esempio, con l’emanazione della Carta del Lavoro del 1927, il fascismo, con Bottai, apre l’Italia alla via della costruzione del Welfare e alla definitiva codificazione della legislazione lavoristica (che inizierà con l’ istituzione nel 1926 del Giudice del Lavoro, tuttora operante e finirà con l’emanazione del Codice Civile del 1942), con ciò sanando anche una storica ferita fiscale: essendo fino allora incentrato prevalentemente sulle rendite fondiarie di case e terreni e sui redditi da affitti e pigioni, il fisco italiano penalizzava gravemente la piccola borghesia proprietaria (che aveva fatto la Grande Guerra) rispetto agli operai che, privi sì di contributi previdenziali, avevano l’indubbio vantaggio, quando lavoravano, di sottrarre parte dei loro redditi dall’ imposizione fiscale (per questo motivo, la nascita di un moderno sistema previdenziale decretò un passo non indifferente, anche sul piano della trasparenza e dell’equità fiscale, oltreché della giustizia sociale). Indubbiamente il corporativismo fu qualcosa di più: fu, sopratutto, un dato politico di prima importanza, anche se prevalentemente espressione della persona di Giuseppe Bottai, più che del fascismo globalmente inteso.
E’ interessante constatare come nel corporativismo bottaiano fosse ritenuto cruciale il disciplinamento nel lavoro, trasferendo questo concetto ispirato alla “disciplina delle trincee”, sul terreno della organizzazione del lavoro , inteso nel senso lato di praxis sociale (in tutte le sue forme. arte, attività produttive, intellettuali, finanche politiche). Come pochi del suo tempo, Bottai era all’avanguardia quanto a consapevolezza dell’importanza della programmazione e della razionalizzazione in una società in mutamento; e più di altri, operò per trasfondere questa consapevolezza a livello pubblico e legislativo (in ambito urbanistico …), nella costante ed inquieta ricerca di una nuova sintesi tra pubblico e privato. Ognuno può rendersi conto di quanto questi assunti fossero lungimiranti, oltreché del tutto attuali oggi, in una società globalizzata come la nostra, che ha raggiunto il culmine sia nelle possibilità di libera realizzazione economica sia nelle possibilità di realizzazione assistenziali in termini (Welfare e dintorni).
Ciò che sorprende, però, è la tensione di Bottai nel cercare di dare sbocco a questa sua visione politico-culturale-sociale anche in politica estera.
In nome del corporativismo, Bottai fu forse l’unico gerarca che si pose con realismo e senza servilismo, ma senza nemmeno velleità e megalomanie, il problema delle prospettive della II Guerra Mondiale: temuta, ma vista anche come prezzo inevitabile da pagare per il rinnovamento del fascismo e dell’Italia. Solo per questo motivo, Bottai, tra il 1938 e il 1940, bevve al “calice amaro” dell’alleanza con la Germania. Contrariamente ai luoghi comuni che vedono in Bottai una sorta di gerarca pre-democratico (se non antifascista ‘in pectore’), Bottai fu uno dei gerarchi più in sintonia con la politica di Mussolini dopo il 10 giugno 1940, vista dai pubblicisti antifascisti come il culmine criminale del fascismo. Di questa poco fortunata stagione politica, Bottai condivise (con sincerità e senza servilismo ipocrita) gran parte degli orientamenti del ‘duce’, fiancheggiandolo, in particolare, nella “guerra parallela”, nell’intento di fare dell’Italia il biglietto da visita politico della Germania: l’alleato capace, cioè, di garantire un nuovo ordine credibile europeo;credibile, evidentemente egemonizzato da Hitler, capace di superare democrazia e militarismo classico in una più profonda sintesi (che per Bottai non poteva che venire se non dalla missione italiana al fascismo e al corporativismo). Quando nel 1943 ogni illusione possibile cadde, Bottai fu tra i principali animatori del redde rationem del 25 luglio. Dopo l’08 settembre 1943, Bottai si arruolerà nella Legione Straniera e nel dopoguerra si convertirà al centrismo (dopo la conversione al cattolicesimo).
In breve non possiamo dimenticare lo sforzo intellettuale di Bottai, dapprima con la fondazione della rivista “Critica fascista”, nata nel 1923 e successivamente nel 1940 con “Primato” che seppero dar voce a non pochi giovani intellettuali, animati da quella volontà creatrice e rinnovatrice, in una prospettiva non solo fascista, ma anche post-fascista. Non sorprenderà infatti notare come alla rivista “Primato” collaborassero le più grandi e promettenti intelligenze italiane che sarebbero dopo la caduta del regime fascista passate in larga parte all’antifascismo.
Ciò che rende Bottai uomo di gran valore è, non solo la sua lungimiranza e la sua volontà di rinnovare e riformare l’Italia in special modo sotto l’aspetto sociale, ma soprattutto la sua capacità di essere personalità tesa verso il futuro, legata profondamente agli ideali del Risorgimento italiano e sognatore di uno Sato che si facesse promotore di determinati vaolri (alcuni dei quali oggi non possiamo condividere), ma che non trascurasse la sua “spinta vitale”, tesa a dare sempre una concreta prospettiva in divenire.
Buonasera. Quali che siano le mie opinioni politiche, concordo in tutto e per tutto con il Vs. articolo.
Cordiali saluti
A distanza di oltre 65 anni impressiona per esempio l’attualità di queste parole di Giuseppe Bottai scritte nei suoi diari, per la precisione l’11 Giugno 1944:
“Mi sono accinto a buttar giù delle note, brevissime, che valgono a illustrare la mia qualità e attività di fascista, in questa specie di processo a posteriori, che si vuol fare a tutto il fascismo. E qui proprio sta la difficoltà: di parlare a uomini, gli accusatori di oggi, che applicano a un fenomeno che volle dirsi totalitario una critica non meno totalitaria…Oggi subiamo la legge del taglione. Siamo cioè trattati “fascisticamente”: con la medesima totale incomprensione. Vi furono nel nostro movimento vene genuine, il cui sangue potrebbe essere immesso utilmente nel nuovo sistema circolatorio. Ma i veleni da noi stessi con tanta compiacenza preparati, agiscono contro di noi.” Queste bellissime parole sottolineano il carattere e la mentalità fascista assunta dagli stessi antifascisti, che si sarebbe instaurata in buona parte del popolo italiano; quell’incapacità da parte italiana di analizzare il fascismo in modo sereno, critico e senza pregiudizi. L’Italia non ne è stata ancora capace. Sono pochi quelli che hanno fanno questo sforzo per poter comprendere un periodo importante e allo stesso temp drammatico della nostra storia nazionale.