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Canone RAI: quella maledetta tassa voluta da Mussolini….

Dscf2469

di Federico Mugnai.

Regio decreto-legge 21 febbraio 1938, n. 246 (in Gazz. Uff., 5 aprile, n. 78). – Decreto convertito in l. 4 giugno 1938, n. 880 (in Gazz. Uff., 5 luglio 1938, n. 150). — Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni.

E’ con tale decreto, di oltre 70 anni fa, che viene “concepita” la Rai. All’epoca si chiamava EIAR e l’abbonamento per poter ascoltare le radioaudizioni costava pochi centesimi di lire; seppur simbolica, era pur sempre una tassa. Pensavamo francamente che questo decreto legge voluto dal regime fascista non fosse stato un errore: anzi c’è stato un periodo in cui la Rai, attraverso varietà, trasmissioni per bambini e quiz televisivi ha contribuito a dare un volto all’Italia uscita dilaniata dalla Seconda Guerra Mondiale. La Rai era proprio di tutti, perchè ognuno, al di là e al di sopra delle origini, della posizione sociale e dell’orientamento politico riusciva ad immedesimarsi in quel clima, in quell’atmosfera e in quei valori che la televisione pubblica riusciva  atrasmettere. Ogni italiano vi ritrovava una parte di sè. Non va trascurata nemmeno la funzione educativa e a volte culturale esercitata da certi programmi della Rai a cavallo tra la fine degli anni ‘50 e la fine degli anni 60. E’ con l’inutile e dannosa ribellione del 68 e con i successivi anni di piombo che inizia la parabola discendente della Rai. E’ da li che la televisione pubblica inizia ad inseguire certi “falsi miti” che le nuove generazioni sono riuscite ad imporre alla società. Si spezza l’incantesimo. Cosa inizia ad importare la Rai? La liberazione sessuale, il linguaggio volgare, il nichilismo, e soprattutto il pensiero unico e l’ipocrisia. E’ un processo lento che arriva fino ai giorni d’oggi. La Rai cessa di rappresentare l’Italia e i valori civili che la tengono unita, per diventare schiava di una minoranza che ha la presunzione di voler essere portavoce del pensiero e degli ideali di tutti gli italiani.  La trasmissione di Santoro (non a caso un sessantottino) è un tragico emblema delle condizioni in cui versa la Rai.  Oggi pare esagerata la protesta di coloro che vogliono disdire il canone; riflettendo bene non si trova però più un solo motivo per cui dover versare più di 100 euro (la Rai ha fatto passi da gigante anche sull’abbonamento, dato che 70 anni fa costava pochi centesimi di lire!!!) per un servizio che non è pubblico. Per dover assistere a cosa? Ad una tv pubblica, dove ci sono programmi che con rancore invitano a disprezare ed infamare coloro che hanno un pensiero diverso, attraverso calunnie, tesi precostituite? No la Rai oggi è solo un peso per i cittadini. Non è capace più ad essere uno dei collanti del popolo italiano; anzi è parte disgregratrice della flebile identità nazionale.

Se ieri potevamo essere grati a Mussolini almeno per aver ”concepito” la Rai, oggi non possiamo far altro che maledirlo.

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3 commenti

  1. Antonino Armao scrive:

    Ciao Anonimo,
    grazie per il commento. Ma chi è Armando?

  2. Anonimo scrive:

    Caro Armando,

    quando le tasse sono state giuste, soprattutto nel nostro Paese, per i comuni lavoratori? Certo pagare il canone per una tv generalista, grazie ad una legge generata dal fascio può incutere. Ma dibattere sul canone verso la tv di Stato – a prescindere dalla qualità o meno del servizio – quando molte tv di stato hanno un canone, quando in Italia ancora si parla di comunismo come il male dei tempi ed un medioevo culturale o si reputa la Rai ancora mussoliniano o di destra…. insomma da noi rai e c….. per la carta stampata cambiano con i governi…. Il problema non é se pagare il canone. Il problema vero é innanzitutto cambiare una cultura e rendere un servizio di stato adeguato e educativo, dove il lato politico (alla faccia del bipartisan…. iiih iiih)non sia cosi influente e catastrofico….. poi parliamo della legge scandalo che dura da 70 anni… Viviamo i tempi per andare alla radice del problema….

  3. Antonino Armao scrive:

    Ovvero… quando le tasse non sono “belle” e nemmeno “giuste”. Bravo Federico.

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