15 set, 2009
Evasori, ultima chiamata: al via lo scudo fiscale
Roma, 15 set (Velino) – Da oggi e fino al 15 dicembre 2009, sarà possibile aderire allo scudo fiscale. Si potranno far rientrare in Italia, o regolarizzare, attività finanziarie e capitali detenuti all’estero e mai dichiarati al fisco italiano in violazione delle norme sul monitoraggio. Nel caso della sola regolarizzazione gli intermediari dovranno comunicare al Fisco sia il patrimonio che il nome dell’intestatario, mentre nel caso di rimpatrio si potrà conservare l’anonimato, in quanto ciascun intermediario è tenuto a comunicare unicamente il totale dei patrimoni fatti rientrare nel complesso da tutti i suoi clienti. Per gli intermediari inoltre – banche, società di gestione del risparmio, fiduciarie, o professionisti – vige l’obbligo di segnalazione antiriciclaggio. Non potrà in ogni caso aderire allo scudo chi è già oggetto di un accertamento fiscale, o nei cui confronti è già stata accertata una violazione di obblighi tributari o contributivi. L’Agenzia delle Entrate ha diffuso una circolare “provvisoria” (non ancora firmata dal direttore, Attilio Befera), in modo da poter tener conto, in quella definitiva, dei problemi che saranno riscontrati e segnalati nei prossimi giorni dagli intermediari e dai professionisti alle prese con l’operazione “scudo”.
Chi deciderà volontariamente di avvalersi della sanatoria verrà “scudato” per quanto riguarda i reati tributari di omessa dichiarazione o dichiarazione infedele, risparmiandosi quindi le multe che il Dl 78/2009 ha alzato rispettivamente al 480 e al 400 per cento dell’imposta dovuta. Sarà tenuto unicamente al rientro effettivo dei capitali “scudati” in Italia. Questa volta, infatti, non basterà dichiararli lasciandoli all’estero, a meno che non si trovino in Paesi dell’Unione europea, i quali “garantiscono un effettivo scambio di informazioni fiscali in via amministrativa”, oppure in altri Paesi extra-Ue (la Norvegia, per esempio), purché sia previsto con essi un sufficiente scambio di informazioni, i quali comunque saranno presumibilmente indicati nell’apposita circolare dell’Agenzia delle Entrate.
L’imposta da versare allo Stato per attivare lo scudo è del 5 per cento delle attività dichiarate. In teoria, dovrebbe essere calcolata non sui capitali, ma sui rendimenti annui. Tuttavia, poiché è prevista un’aliquota del 50 per cento su un rendimento annuo presunto dal governo del 2 per cento per cinque anni, si tratta in pratica di un’aliquota del 5 per cento sui capitali emersi. Siccome è molto difficile e costoso ricostruire un quinquennio di movimentazioni su conti detenuti nei “paradisi fiscali”, e calcolare con esattezza i capitali rimasti all’estero per periodi inferiori a cinque anni, l’aliquota sui rendimenti è poco più che una “finzione giuridica” e all’atto pratico al contribuente basterà pagare il 5 per cento del capitale emerso, rimpatriato o regolarizzato. “L’aliquota è del 5 per cento a meno che non venga fornita una prova contraria”, spiegava lo scorso luglio il viceministro dell’Economia Giuseppe Vegas, chiarendo che per vedersi applicare un’aliquota minore “occorrerà dimostrare che si è fatto meno dei 5 anni”. Secondo le stime elaborate dal Sole 24 Ore, le entrate potrebbero oscillare tra 3 e 4,5 miliardi di euro, di cui il 62 per cento si prevede dalla sola Lombardia.
Contestualmente al varo del nuovo scudo, il governo si è dotato di un nuovo strumento per colpire gli evasori che esportano i loro capitali nei “paradisi fiscali”: l’inversione dell’onere della prova. Non sarà più lo Stato a dover provare che i capitali detenuti all’estero e non dichiarati sono frutto di evasione fiscale, ma il contribuente a dover provare che non lo sono. L’articolo 12 del decreto anticrisi stabilisce infatti che investimenti e attività finanziarie detenute in stati o in territori a regime fiscale privilegiato in violazione degli obblighi di dichiarazione nel quadro RW si presumono costituite ai soli fini fiscali, e salva prova contraria a carico del contribuente, con redditi sottratti a tassazione. Norme, quelle volute dal governo e contenute nel decreto anticrisi, grazie alle quali la lotta ai “paradisi fiscali” si è molto rafforzata, ha riconosciuto il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, rivelando che ben 170mila nominativi sono “in questo momento sotto indagine”.
(Federico Punzi) 15 set 2009 11:20
