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La precarietà dell’identità italiana

di Federico Mugnai

L’Italia come realtà storica e culturale esiste da millenni. Come Stato unitario, come realtà politica e sociale soltanto dal 17 marzo 1861, ovvero  da nemmeno 150 anni. Hanno inciso molto nella storia d’Italia la civiltà romana e il cattolicesimo, che si sono intrecciati e hanno saputo mettere radici profonde nel territorio italiano (e non solo),  trovando punti di contatto. Con le invasioni e le varie occupazioni subite dall’Italia a partire dal 476 d.C fino al XIX secolo, la nostra identità si è frammentata, divenendo realtà territoriale o al massimo regionale. Il Risorgimento ha rappresentato  un movimento di liberazione ed unità, anche se con tonalità fortemente anticlericali, che hanno alla fine danneggiato quella tradizione comune che poteva servire da filo per unire moralmente Nord e Sud. La Prima Guerra Mondiale e il fascismo hanno sicuramente rafforzato il senso nazionale, ma, speciealmente il fascismo, ha teso ad esasperarlo, a renderlo ossessivo ed eccessivamente retorico. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale l’identità italiana si basava essenzialmente sull’antifascismo, perchè tutti i partiti dell’arco costituzionale avevano, chi più chi meno combattuto il fascismo, soprattutto dal 1943 in poi. Con l’inizio della Guerra Fredda, al binomio fascismo-antifascismo, si aggiungerà quello tra comunismo-anticomunismo che dividerà ulteriormente gli italiani e sarà la logica causa, insieme alla rivolta studentesca del 68′, degli anni 70′, cioè degli anni di piombo. La caduta del muro di Berlino, la fine dell’illusione comunista, potevano servire ad unire gli italiani a trovare una solida identità. Il Pci, per oltre quaranta anni, aveva infatti portato avanti una furiosa campagna di odio sociale, di lotta allo Stato e alle istituzioni, riuscendo a coinvolgere molti giovani,  affascinati dal mito dell’Urss e dall’utopia marxista. La fase successiva, l’era della globalizzazione e dell’ascesa di forze politiche a carattere territoriale (la Lega Nord), hanno però semmai lacerato ulteriormente l’identità nazionale,  indebolito il senso dello Stato e diviso il binomio Stato-Nazione. La globalizzazione, il grande sogno dei liberisti e di una parte consistente della sinistra, ha reso l’uomo meno umano e più materiale, più propenso all’egoismo, inebriato dal mito del profitto e dal cosmopolitismo, lo ha sradicato dal proprio territorio e dalle proprie origini. Tutto è stato trasferito dal locale al globale, senza passaggi intermedi, senza il controllo dei vari Stati e senza quindi la presenza delle nazioni. I devastanti effetti si sono purtroppo avvertiti, perchè il mercato senza regole e senza controllo (non gestione!) da parte dei singoli stati, è stata l’origine deill’attuale crisi econmica. A livello interno la solida realtà politica e sociale della Lega Nord, se è servita a dare maggiore voce all’Italia settentrionale, attraverso la sua costante ed importante presenza all’interno dell’attuale governo di centrodestra, ha anche ulteriormente reso teso il debole filo che tiene unito Nord e Sud. E’ giusto rivendicare i diritti del Nord e il suo essere il principale volano dell’economia italiana; è invece deleterio considerare il Sud l’origine di tutti i mali. Se è vero che il Sud fa di tutto per non farsi amare (maggior evasione fiscale, massiccia presenza della mafia, clientelismo e nepotismo diffusi), bisognerebbe considerare la nazione una famiglia in cui non esistano figli privilegiati e figli derelitti. Credo sia necessario dire basta all’assistenzialismo coatto così come al “razzismo” tra italiani. Insomma, bisognerebbe dare maggiori responsabilità al Sud, evitando inutili polemiche che apportano soltanto dissidi e non permettono di creare quel carattere profondamente unitario che non deve risultare piatto e monolitico, ma dare anche conto della straordinaria varietà del nostro paese. Perchè gridare “Roma ladrona” serve solo ad indebolire la fiducia verso lo Stato, a creare miti storicamente inesistenti (la Padania) e a rendere priva di importanza l’Unità italiana del 1861. E senza Stato, o comunque con uno Stato debole, non c’è Nazione e non c’è unità; quindi viene a mancare tutta quella forza morale, quella ricerca dei valori, quella solidarietà unitaria caratterizzante l’identità nazionale; ossia quello spirito comunitario, quella ”religione civile” che spinge i popoli ad aver fiducia nel futuro e a raggiungere i più alti traguardi.

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