7 mag, 2009
Appuntamenti con la storia: il fascismo secondo Hanna Arendt
L’idea politica centrale del fascismo è quella dello stato corporativo. Mussolini la interpretò come il tentativo di eliminare con un’organizzazione sociale integrata i pericoli incombenti sullo stato nazionale a causa delle divisioni di classe, di risolvere l’antagonismo tra stato e società mediante la “statalizzazione” di questa. La differenza tra il fascismo e i movimenti totalitari è bene illustrata dall’atteggiamento verso l’esercito, cioè verso l’istituzione nazionale per eccellenza. Al contrario dei nazisti e dei comunisti, che distrussero lo spirito delle forze armate subordinandole a formazioni totalitarie di elitè o a commissari politici, i fascisti poterono usare uno strumento intensamente nazionalistico come l’esercito, con cui cercarono di identificarsi come con lo stato. Essi volevano uno stato fascista e un esercito fascista, ma pur sempre uno stato e un esercito; questi diventarono funzioni subordinate del movimento soltanto nella Germania nazista e nella Russia sovietica. Il dittatore fascista (ma non Hitler, nè Stalin) fu il vero usurpatore nel senso della dottrina politica classica, e il suo regime del partito unico rimase in certo qual modo legato al multipartitismo. Qui giunse ad attuazione quel che le leghe imperialistiche e i “partiti al di sopra dei partiti” avevano vagheggiato; di modo che il fascismo italiano divenne l’unico esempio di un moderno movimento di massa che, organizzato entro la cornice già esistente dello Stato e ispirato da un nazionalismo estremo, trasformasse in modo permanente i cittadini in “Staatsburger” o “patriotes”, come lo stato nazionale era riuscito a fare soltanto in momenti di emergenza e di “union sacrée”.
Hanna Arendt- Le origini del totalitarismo, pag. 360 e segg.

