13 apr, 2009
Quale cultura per il Popolo della Libertà
di Angelo Crespi (www.ildomenicale.it)
Nonostante i pregiudizi di molti commentatori, incapaci di cogliere la portata del fatto, la nascita de Il Popolo della Libertà muta radicalmente quello che viene definito “berlusconismo”. E questa mutazione avviene con l’approvazione dello stesso Silvio Berlusconi.
Il Pdl infatti che si configura come un partito tradizionale, pur a forte connotazione presidenzialista, nega l’esistenza di un problema di democrazia interna. Il rischio del “cesarismo” è stato infatti superato con il varo di uno statuto in cui ad alcuni organi allargati viene affidata la definizione delle linee programmatiche e la scelta dei dirigenti. Lo stesso triunvirato garantisce nell’unità la duplicità, anzi la triplicità, delle linee culturali espresse dai coordinatori che per esperienze e sensibilità rappresentano mondi diversi.
Dai molti, l’uno.
Se ciò non bastasse, il discorso di Gianfranco Fini soprattutto nel passaggio relativo al testamento biologico, applauditissimo al congresso, ha di fatto evidenziato l’esistenza di una seconda linea di pensiero all’interno del Pdl, mettendo un punto perfino su una futura propria candidatura alla leadership, di cui Berlusconi dovrà tener conto.
Più in generale, l’amalgama tra Forza Italia e An a tutti i livelli territoriali impone meccanismi di decisione e selezione della classe dirigenti che non possono non essere improntati alla democrazia. Se da una parte, infatti, Forza Italia è nata ed è stata gestita come un movimento a forte connotazione carismatica, in cui ogni relazione con il centro si configurava spesso in forma stellare come relazione personale con Berlusconi, dall’altra An si è sempre caratterizzata come un partito vecchio stampo, radicato sul territorio e forte di gerarchie piramidali, in cui si confrontano uomini, idee, blocchi di interessi, correnti.
Non è un caso che proprio Berlusconi in un passaggio del suo discorso abbia sottolineato l’esigenza di dare vita a un dibattito all’interno del partito, chiedendo solo che le culture espresse non si radicalizzino in correnti, al contrario siano feconde e mirate a trovare una posizione unitaria. Appunto come ha titolato il Domenicale settimana scorsa, e pluribus unum.
Non è la vecchia DC.
L’idea vincente per non ripetere lo schema della Democrazia Cristiana è infatti quella di non radicalizzare le sfumature e le diversità in correnti che sono l’espressione peggiore della democrazia in un partito, poiché esprimono blocchi di interesse, talvolta misere vanità di leadership, e non piuttosto molteplicità di culture. Semmai, come accade negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, bisogna trovare nelle fondazioni culturali e politiche, nei think tank, nelle associazioni, nei circoli, il luogo giusto addirittura per fecondare ed esaltare il dibattito tra sensibilità diverse che naturaliter esistono quando si vuole rappresentare il 50% degli elettori.
Per loro natura infatti le fondazioni esterne ai partiti e i think tank sono luoghi deputati alla risoluzione dei problemi e non alla radicalizzazione dei conflitti. È scontato dirlo ma l’unità tra i due partiti, che già esiste nell’elettorato ma non ancora nella nomenklatura, non può che avvenire mediante un processo di tipo culturale, attraverso il quale alla fine si trovano e si preferiscono i tratti unitari a quelli distintivi. La cultura è infatti lo strumento di riconoscimento dell’altra parte, di condivisione con l’altra parte.
Certo, in questo senso molte cose vanno fatte e velocemente.
An porta in dote nel Pdl non solo numerose fondazioni culturali e riviste, ma anche una cultura di fondo in cui queste anime si riconoscono. In sostanza An aveva già trovato il modo per far condividere la diversità esistenti al proprio interno. Mentre in Forza Italia, se si esclude l’anima legata a Cl forte di una identità prepolitica, le altre culture hanno raggiunto un’unità solo nella forza e nella lungimiranza del leader in cui si stemperano e trovano risoluzione le diversità.
Da settimana scorsa, anche per espresso desiderio di Berlusconi, la cosa non dovrà più essere sufficiente. Un Berlusconi che, contrariamente a quanto indicano i detrattori, esprime con forza l’idea che il Pdl deve sopravvivere e sopravviverà al proprio fondatore. E lo potrà fare solo se il meccanismo di fusione culturale comincerà a produrre quei valori e quei simboli di appartenenza nei quali al di là delle lecite sfumature gli elettori potranno trovare un’identità comune.
La novità, grande.
La scommessa non è piccola. Soprattutto perché il Pdl è certamente il primo partito postideologico e in quanto tale non può rifarsi a precedenti ideologie o categorie politiche. Essendo il primo partito post-ideologico, come spiegavo nell’editoriale di settimana scorsa, è anche il primo partito a-culturale. Nel senso che la cultura da sola non è sufficiente per generare identità e spiegare le ragioni dell’esistenza di un blocco sociale che vota compatto da 15 anni il Centrodestra, e che percepisce la propria identità pur restando escluso e lontano dal vecchio dibattito culturale ed egemonico.
Credo si dovrà partire, come ha sottolineato Berlusconi, da una riflessione sul termine “popolo”. Poi da un’analisi del termine “libertà”. Tenendo presente che il Pdl esprime anzitutto la cultura del buon senso e del fare. Due categorie estranee alla riflessione politologica degli ultimi cinquant’anni. Due categorie con le quali bisognerà però fare i conti, perché in tempi di crisi serve un approccio al reale basato sulla certezza del reale e non contro il reale basato sulla certezza delle proprie idee.