22 mar, 2009
Nelle radici del PdL il futuro dell’Italia
Con la celebrazione dell’ultimo congresso di AN, tutto si è compiuto. Accordo su tutta linea tra FI e An per il congresso fondativo del PdL che si celebrerà a Roma dal 27 al 29 marzo. A cominciare dal simbolo, su fondo azzurro con tanto di tricolore. Sul palco del congresso, che simboleggerà un ponte che conduce al soggetto unico, campeggerà la scritta “nasce il partito degli italiani”.
Tutto è pronto per costruire un partito che nella storia politica di questo Paese, presumibilmente avrà più forza della Dc.
Il punto di partenza: due forme partito differenti tra Fi e An. L’obiettivo: costruirne una nuova facendo sintesi. La rotta da seguire è quella del bipartitismo e del presidenzialismo. Un partito presidenzialista, fondato sulla leadership di Berlusconi, secondo canoni simili a molti partiti dell’Occidente che nel contempo sarà un partito che avrà le sue sedi di confronto e di dibattito, sarà organizzato sul territorio, sarà un partito interclassista e pluriculturale. Il radicamento territoriale dovrà essere il punto di forza del nuovo partito non solo per allargare la base del consenso ma anche per consolidare l’azione politica al sud e rilanciare quella al nord.
Il partito nuovo che sta nascendo non può non essere un partito presidenziale fondato sulla indiscussa leadership di Berlusconi. L’esperienza degli altri paesi occidentali ci mostra l’importanza della leadership. Ma d’altro canto la leadership forte, deve avere alle spalle formazioni politiche radicate sul territorio. Avrà la complessità dei partiti democratici e repubblicani: lobby, associazionismo, think tank, centri culturali, fondazioni, interessi sociali. Leader, sedi di confronto, coordinatori nazionali, esecutivo, direzione, consiglio nazionale, combinare insieme questi elementi, radicarsi nel territorio e quindi avere capacità di essere presente al nord, dove il PdL ha una partita concorrenziale con la Lega, e nel Mezzogiorno dove come abbiamo visto negli anni, si passa da un equilibrio politico all’altro.
In Europa, l’adesione al Ppe conferirà al Pdl un retroterra politico-culturale per affrontare anche le sfide internazionali. Tra il liberalismo fine a se stesso ed il collettivismo, il PdL cercherà nell’economia sociale di mercato le soluzioni per fuoriuscire dalla crisi e per modernizzazione il paese.
Il Pdl fonde in sé, e per certi aspetti supera in una forma politica innovativa cattolici e laici; è un partito non confessionale che tiene conto di ciò che afferma la Chiesa ma che su ogni tema decide sulla base delle proprie scelte autonome.
Le sue radici culturali sono riconducibili a quattro filoni che rappresentano sostanzialmente quelle componenti che sono state messe ai margini negli anni della Prima Repubblica. Parlo della componente liberale della Dc, dei socialisti riformisti di stampo craxiano, dei laico liberali e non ultima quello della destra nazionale cattolica.
Sta qui la grande novità del quadro politico che trae la sua forza da un retroterra storico-culturale che risale agli “eretici”: i cattolici sociali e anticomunisti come Forze nuove di Donat Cattin, Comunione e Liberazione, Arnaldo Forlani, i socialisti riformisti di Craxi, i liberali e i repubblicani, la destra nazionale.
Ma le questioni che terranno banco nei capannelli del Congresso saranno legate anche all’organigramma del nuovo partito. A cominciare dal coordinamento nazionale e, a cascata, i criteri di selezione della classe dirigente, dai coordinatori regionali a quelli provinciali e comunali.
Il Pdl non sarà un partito leggero o liquido, sarà un partito moderno che si adegua alle esigenze della politica. Una grande forza che trae la sua vitalità dalle tradizioni culturali e politiche che la caratterizzano ma che ha saputo anche introdurre novità importanti quali la modernizzazione e la semplificazione della politica.
Ma intanto, aspettando il Congresso, che cosa dicono di noi “gli altri”?
Arriva da un’intellettuale sopra le parti, ovviamente straniero, la spiegazione indiretta di ciò che ci dicono oggi i sondaggi sugli orientamenti di voto verso il popolo della libertà e sul vistoso calo di consensi nei confronti del Pd e di una sinistra divisa e faziosa.
Mario Vargas Llosa, in una lunga intervista al Corriere della Sera lo definisce come l’ultimo caudillo, ma si affretta a precisarne il carattere ‘democratico’ e la sua eccezionale sensibilità popolare “che viene comunemente sottovalutata all’estero”.
E infine, dal Riformista, un editoriale dal titolo “Perché l’egemonia dei moderati è solo all’inizio”, a firma del filosofo Biagio De Giovanni, già esponente del Pci, del Pds, dei Ds . “Anzitutto uno sguardo all’indietro alla storia d’Italia. Non si sta ricostituendo la Dc, partito di centro che guarda a sinistra, e nemmeno (non varrebbe la pena di dirlo, ma meglio essere chiari: Eugenio Scalfari non parla da tempo di puzza di fascismo?) assistiamo a una riedizione in chiave XXI secolo del partito fascista. E’ il partito dei moderati italiani quello che si va formando, con una forza che non ha precedenti nella nostra storia politica. E’ il partito della borghesia italiana, e questa espressione oggi ha rotto i suoi vecchi confini e in essi può entrare anche una parte del popolo. Ma sono i moderati a tenere il filo nelle mani, e moderatismo non coincide né con conservatorismo né con radicalismo. La ragione della sua formazione è profonda, non congiunturale, e se riuscirà contribuirà ad un cambiamento di lungo respiro del sistema italiano. La cosa, insomma, va presa molto sul serio, e tutti quelli che hanno a cuore l’Italia dovrebbero auspicarne il successo, perché potrebbe essere la premessa per una normalizzazione in forma inedita della dialettica politica, e Dio sa quanto il Paese ne ha bisogno”.
