21 mar, 2009
Bioetica e libertà della persona
Lettera al quotidiano “Europa”, del ministro per i Beni e le Attività Culturali, senatore Sandro Bondi
Gentile Direttore,
il dibattito che segna e definisce la dimensione bioetica – e, con essa, bio-politica – è la cifra del nostro tempo. Domandiamoci: è possibile formulare un giudizio politico retto ed equilibrato su questa materia senza interpellare attivamente la coscienza? Sia la tradizione cristiana – con la Gaudium et spes, in maniera luminosa -, sia la cultura laica ed agnostica premettono sempre un impegno della coscienza, la quale problematizza e fa sintesi dei dati della realtà, cioè, in qualche modo, interpreta la realtà e ne fissa le coordinate, orientando, così, le scelte degli uomini e delle donne. Convergenze etiche e tutte qualificanti la materia del dibattito politico in corso.
Ma, a questo dato preliminare, se ne aggiunge un altro, che riapre la partita politica e il dialogo tra laici e credenti oppure a livello politico tra il Pdl e il Pd e all’interno di ciascun partito politico: è dalle coscienze vive e consapevoli che ripartirà la possibilità di costruire un ponte civile, culturale e politico tra le due grandi forze democratiche di questo Paese. Si costruiscono ponti attraverso convergenze etiche e culturali. La civiltà occidentale è il nostro comune perimetro, e la dignità della persona appartiene alla tradizione cristiana, in ogni sua declinazione, si pensi soltanto ad Erasmo da Rotterdam. La comune fede riconosciuta dai laici e dai cattolici è questa e si fonda sulla dignità oggettiva, ontologica della persona, sulla libertà di scelta in un rigoroso discernimento delle cause storiche di certi eventi, riguardanti la vita e la fine della vita. Una buona base è la cosiddetta legge francese, che proibisce di praticare l’eutanasia, ma consente la sospensione delle cure “sproporzionate” o “inutili”. Sospendere l’alimentazione è un atto gravido di responsabilità soggettive ed oggettive, ed è cosa diversa a seconda dei singoli casi. Ferma restando la proibizione assoluta dell’eutanasia, quando, tuttavia, l’alimentazione significhi, di fatto, accanimento terapeutico nei confronti della persona, allora – e solo allora – deve scattare un atto di libera volontà, espressa anche attraverso il testamento biologico, in comunione con i familiari e con i medici curanti.
Così si tiene insieme la libertà e la responsabilità: la cifra del discernimento etico e il rispetto della libertà individuale. Non potrà mai essere una legge a “mettere a posto le cose” attraverso una normativa ritenuta “perfetta”. Questa pretesa del diritto limiterebbe la sfera di azione dell’individuo, libero e sempre responsabile delle proprie azioni, oltre a determinare arbitrariamente chi possa decidere quando e se la vita sia degna di essere vissuta.
Ciò che deve essere evitata è, dunque, da un lato, l’eutanasia come tale, e, dall’altro, l’“ostinazione irragionevole” di trattamenti che non abbiano altro effetto che quello di mantenere artificialmente in vita un malato, senza tuttavia offrirgli alcuna possibilità di guarigione.
In questi casi, peraltro limitati, è la libertà della persona, unitamente al consulto tra i familiari del malato e i medici curanti, che, nell’ambito di questi principi ricordati e dei protocolli ancora più dettagliati che dovranno stilati dagli organismi medici e scientifici riconosciuti, deve consentire di assumere decisioni rispettose dell’inviolabilità della vita e della dignità della persona.
Con viva cordialità,
Sandro Bondi.