13 mar, 2009
Perchè snellire le istituzioni
Il Pd la butta sullo scandalo, sulle “pulsioni autoritarie di Berlusconi” che riemergerebbero “ciclicamente, come un fiume carsico”. Parla di volontà “sopprimere la funzione parlamentare”, di “incontenibile fastidio per le regole delle democrazia, inossidabile visione proprietaria delle istituzioni”.
Questo, ed altro, recita una nota (congiunta, per sottolinearne la drammaticità) dei capigruppo Antonello Soro e Anna Finocchiaro.
Eppure che problema ha posto Berlusconi? Quello di un migliore e più rapido funzionamento di Camera e Senato. Dell’eccessivo numero dei parlamentari: ne abbiamo 945 tra palazzo Madama e Montecitorio senza contare i senatori a vita, contro 535 degli Usa, 898 del parlamento francese, i 738 effettivi di quello inglese, i 598 del Bundestag tedesco, i 609 delle camere spagnole. Il nostro è dunque il record assoluto tra i paesi evoluti.
Berlusconi ha annunciato una proposta di legge di iniziativa popolare per dimezzare il numero degli onorevoli. Nel metodo è una sua prerogativa costituzionale, non un atto eversivo: la proposta farebbe tra l’altro il suo iter (parlamentare); mentre nel merito sicuramente andrebbe incontro al favore e soprattutto alle necessità dell’opinione pubblica.
La riduzione del numero dei parlamentari era già prevista dalla riforma istituzionale approvata dal precedente governo di centrodestra. Peccato che la sinistra abbia deciso di cancellarla scatenando contro di essa un referendum popolare con comitato presieduto dal solito Scalfaro.
Oggi la sinistra, girotondina e non, grida contro la casta, andando al rimorchio delle piazze di Beppe Grillo. E con rara impudenza reclama la riduzione dei parlamentari. Perché quando è stata fatta una riforma seria e a norma di Costituzione è insorta?
E veniamo alle frasi che hanno sollevato più scandalo (e non solo a sinistra). Berlusconi non ha proposto di privare i parlamentari della loro funzione legislativa, ma al contrario di consentire loro di lavorare più e meglio sulle leggi, soprattutto in commissione, consentendo in aula in voto per delega ai capigruppo sulle decine e centinaia di articoli che spesso compongono i nostri provvedimenti, e convocando la sessione plenaria per il voto finale sulle leggi. Anche qui se ne può discutere, ma dov’è lo scandalo? Dove l’attentato alla Costituzione, visto che già da oggi è previsto in base ai regolamenti parlamentari che molte norme vengano esaminate solamente in commissione, e si vada in aula per il voto finale?
Il premier ha citato l’Assemblea nazionale francese, dove da 40 anni per i parlamentari in missione autorizzata, o assenti per altri giustificati motivi, è possibile il voto per delega ai capigruppo. Se importato anche in Italia questo sistema permetterebbe di eliminare il problema dei “pianisti” in modo chiaro e trasparente, senza dover ricorrere a costose tecnologie che magari rischiano di essere aggirate dopo poco tempo. Perché è vero che la maggioranza dispone di un margine molto ampio, ma è altrettanto vero che il mandato parlamentare non consiste solo nella presenza al voto ma è fatto soprattutto di lavoro in commissione, di governo, di missioni e di presenza sul territorio.
Ovviamente ognuno fa la propria parte, ed anche il presidente della Camera fa la sua, e così l’opposizione. Gianfranco Fini difende le prerogative dell’istituzione che presiede, la Camera: ma queste prerogative non sono eterne, scritte sul marmo. Si attende per esempio da anni una riforma dei regolamenti parlamentari, secondo tutti i crismi della democrazia. A quando? Come da anni si discute di introdurre le sessioni di bilancio e dell’inemendabilità della legge Finanziaria: ma quando Tremonti, per la prima volta nella storia, è riuscito nel 2008 a farla approvare entro l’estate, come nel resto del mondo occidentale, l’opposizione ha quasi gridato al golpe.
La sinistra insorge con le consuete accuse di regime e di autoritarismo. È solo politica, ed il Pd lo sa benissimo. I parlamenti più numerosi e dove si vota più spesso e con compatte maggioranze sono quelli delle dittature. Il Congresso dei deputati del Popolo sul finire del regime sovietico era arrivato a contare 2.250 membri. Sotto il fascismo, la Camera dei fasci e delle corporazioni ed il Senato regio avevano oltre mille parlamentari, ma notoriamente non contavano nulla.
O si pensa che la democrazia rappresentativa consista nella moltiplicazione senza limiti non del numero degli elettori, ma di quello degli eletti? Di questi ne abbiamo in abbondanza, dal Senato ai consigli regionali, provinciali e comunali, fino alle comunità montane e alle circoscrizioni di quartiere, pomposamente ribattezzate municipi. Che questo modello funzioni non si può certo dire. Che goda della fiducia dell’opinione pubblica, meno che meno. Eppure è ciò che difende la sinistra. Avanti così ed il suo già scarso consenso si ridurrà al lumicino.
