27 feb, 2009
C’è una casa comune per i riformisti: il Popolo della Libertà
Ci sarebbero da fare molte considerazioni su ciò che avverrà il 27 marzo 2009 a Roma, quando sarà ufficialmente proclamata la nascita del Popolo delle Libertà. Ci sono, ovviamente, sentimenti di gioia, di soddisfazione per il percorso portato avanti in questi anni, di emozione per essere partecipi di un avvenimento che segnerà indelebilmente la storia della politica italiana. In attesa di iniziare le celebrazioni dell’evento che si andrà a consumare, però, è doveroso mettere bene in luce un aspetto che è stato sinora un po’ sottovalutato nelle analisi, nei discorsi e negli articoli che su questo tema sono stati pronunciati o pubblicati in questi mesi.
La nascita del partito dei moderati-riformisti, infatti, costituisce oggi più che mai una profonda svolta culturale e di linguaggio non solo politico, ma anche sociale: una svolta che va a colmare e a riparare quella che è stata da più parti indicata come una antica lacuna del centrodestra nel nostro Paese. Attraverso un’operazione di propaganda e di occupazione di molti dei gangli vitali della comunicazione, dell’istruzione e di parte della magistratura da parte della sinistra, un’operazione ben studiata e sviluppata nel tempo, aveva portato a “ghettizzare” qualsiasi tipo di linguaggio che non fosse allineato con quello della “sinistra illuminata”.
Per i mentori di quella operazione non importava che la realtà (per fortuna) vedesse la gente schierata in maggioranza contro quel modo di rappresentare il Paese, la storia, gli eventi. Con un costante lavoro di logoramento mediatico, gli alfieri di quella sinistra inconcludente ma rumorosissima sono riusciti a imporre per decenni un linguaggio che univa slogan estremi, chiacchiericcio radical-chic salottiero “politicamente corretto” e fintamente acculturato, demonizzazione di qualsiasi avversario e autocelebrazione della propria diversità (con annessa e nemmeno troppo sottintesa superiorità da parte della sinistra). Nemmeno dopo la caduta del Muro di Berlino, nemmeno con le cosiddette “svolte” che hanno portato dal Pci ai partiti che lo hanno di volta in volta sostituito (e perpetrato) la sinistra è stata capace di superare questa impostazione.
Nel frattempo le migliori tradizioni politiche italiane (cattolica, laica, socialista, liberale), unite da sempre in un comune afflato a favore della democrazia occidentale – difesa e promossa nel nostro Paese dal dopoguerra in poi a scapito di chi ci avrebbe condotti all’abbraccio mortale con la Russia comunista – hanno lavorato, grazie all’intuizione di Silvio Berlusconi, per costruire un fronte di centrodestra coeso e continuamente rinnovato da un sincero spirito riformista. Per questo siamo stati attaccati, spesso derisi e demonizzati. Ma abbiamo saputo resistere perché sapevamo di avere dalla nostra la forza della verità.
Ed è quella forza che, oggi, si afferma nei fatti. A sinistra si assiste al drammatico fallimento del “partito unico” creato in provetta, senza base e senza direzione politica, e all’emersione di tutte le contraddizioni e di tutte le falsità che proprio attraverso la presunta egemonia culturale ci sono state propinate sino all’ultimo. Nel centrodestra, invece, il linguaggio dei fatti, della verità e della libertà porta a una conquista politica di eccezionale valore.
Dal 27 marzo, ma già da oggi, la presunta egemonia culturale della sinistra è – per fortuna – solo uno sgradevole ricordo. Spazzato via, con un po’ di ritardo, dalla realtà della storia. E i nostri sforzi di questi anni, al contrario, trovano nella verità e nell’evidenza degli eventi la loro definitiva consacrazione.

