23 feb, 2009
Tutte le anime del Pd
Giampaolo Pansa ricorda oggi come Veltroni definì il suo partito di allora, i Ds, nel luglio del ’99, dopo la batosta storica delle Europee in cui aveva perso per strada due milioni e mezzo di elettori: “È gracile e arrogante. Ha sostituito il centralismo democratico con il casino. Siamo pieni di intrighi, di correnti, di lotte interne. Sono spaventato da una Quercia ricca non di opinioni, ma di guerre”. È un ritratto simile a quello che l’ex segretario, all’indomani dell’ennesima batosta – probabilmente l’ultima – ha tracciato ieri nella conferenza stampa di congedo, parlando di una “babele di idee contrastanti”. Più che un partito a vocazione maggioritaria, il Pd alla prova dei fatti si è dimostrato perfino peggiore delle due distinte forze che lo hanno costituito (Ds e Margherita), diventando un poco invidiabile emblema di degenerazione correntizia. Ma ecco la mappa delle troppe anime di un partito senz’anima.
Veltroniani. Il cosiddetto “loft” è stato occupato militarmente dai fedelissimi del segretario dopo il plebiscito delle primarie 2007, a cominciare dal potentissimo Goffredo Bettini, coordinatore della fase costituente, e dal fidatissimo Franceschini, di provenienza Margherita, che Veltroni ieri ha ringraziato definendolo un politico di grande “lealtà e onestà”. Dario il traghettatore – così lo hanno ribattezzato i nemici interni – che avrà l’improbo compito di accollarsi la probabile sconfitta alle Europee, ha meno carisma di Veltroni e non sa neppure vendere fumo –come ha scritto acidamente Feltri – perché da bruciare gli è rimasto solo l’incenso di qualche sacrestia. Il partito dei veltroniani conta anche l’ex sindaco di Bologna Cofferati, autoesiliatosi a Genova per evitare l’onta di non essere ricandidato a Bologna, e che dopo la caduta del leader rischia di non entrare in lista per Strasburgo e di restare definitivamente al palo. Più sfumata, invece, la posizione del sindaco di Torino Chiamparino.
Veltroniani “doc” sono considerati sia Ermete Realacci, ministro “ombra” dell’Ambiente, che Giovanna Melandri.
Anche l’ex ministro Gentiloni negli ultimi tempi si era avvicinato a Veltroni. Ma la corrente corre seriamente il rischio della destrutturazione. Bisogna vedere quali saranno le mosse dell’ex segretario in vista del congresso d’autunno.
Dalemiani. Il “loft” dalemiano è composto dal fedelissimo Nicola Latorre, vicecapogruppo dei senatori democratici, e da Pierluigi Bersani, ministro “ombra” dell’Economia e primo candidato alla sostituzione di Veltroni. Vicina all’ex presidente dei Ds anche la capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro. D’Alema ha disertato la conferenza stampa con cui Veltroni ha ufficializzato l’addio alla segreteria, e lui lo ha ricambiato non inserendolo nella lista delle persone da ringraziare. La guerra dei vent’anni dunque continua, ma questa volta la sensazione è che si tratti di un conflitto politico tra due perdenti. D’Alema, nella breve era Veltroni alla testa del Pd, ha preferito crearsi dei circuiti extra-partito, con una struttura parallela facente capo alla Fondazione ItalianiEuropei. Un esperimento che finora non ha prodotto risultati soddisfacenti. L’ex premier, insieme a Marini, resta comunque l’unico possibile king-maker del nuovo segretario, anche se questo significherebbe la riaffermazione dell’antico patto di potere tra Pci e sinistra Dc che ha ormai perso ogni spinta propulsiva.
Rutelliani. L’ex leader della Margherita raggruppa ancora un’area “centrista” all’interno del Partito democratico, di cui fanno parte Linda Lanzillotta, Pierluigi Mantini e il giovane Matteo Renzi, vincitore delle primarie democratiche di Firenze. Vicino alle posizioni di Rutelli anche l’ex sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti, spesso in contrasto con la linea politica degli ex ds. Finito in soffitta dopo la sconfitta romana ad opera di Alemanno, Rutelli ha ripreso vigore grazie alla straripante vittoria del suo pupillo Renzi nella corsa per Palazzo Vecchio. Da vecchio volpone della politica, Rutelli ha capito che il combinato disposto della sorpresa fiorentina e del disastro in Sardegna ha segnato la fine se non del Pd, sicuramente di “questo” Pd, e i suoi hanno subito rilanciato l’ipotesi della scissione e di una nuova forza centrista con Casini. Ma Rutelli, in realtà, non ha rinunciato a prendere definitivamente il posto degli ex-dc come area moderata del partito.
Lettiani. Tra gli esponenti fedeli all’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, ci sono Umberto Ranieri, Gianni Pittella e Fabio Nicolucci, oltre al deputato democratico Francesco Boccia. Letta è stato uno dei candidati alla segreteria del Pd sconfitti da Veltroni alle primarie del 2007 e ora vede come fumo negli occhi l’ascesa del giovane Franceschini, coetaneo ed ex Dc come lui.
Parisiani. Sono i pasdaran dell’ulivismo integralista, i nostalgici a oltranza dell’era Prodi, e per questo, Arturo Parisi in testa, sono stati i più acerrimi censori della segreteria Veltroni. Esponenti, molto vicini al Professore come Mario Barbi, Giulio Santagata e Franco Monaco hanno spesso lamentato la mancanza di collegialità nelle scelte e la necessità di dotare il partito di strutture “vere” e non create a immagine e somiglianza del segretario. L’ex ministro della Difesa ha più volte insistito sulla necessità di celebrare un Congresso. Lo aveva chiesto già nell’aprile scorso, dopo il disastro delle Politiche, ma è sempre rimasto inascoltato. Ora i prodiani si preparano a dar battaglia al congresso d’autunno. Con i tempi che corrono, cresce perfino la nostalgia del Professore.
Popolari. L’ex presidente del Senato, Franco Marini, non ha avuto un ruolo attivo nella gestione del Pd, ma resta comunque lui l’uomo di punta della componente popolare del partito. Quella che accomuna ex Dc come Giuseppe Fioroni, il capogruppo alla Camera, Antonello Soro, Pierluigi Castagnetti e Lapo Pistelli, candidato ufficiale di Veltroni alle primarie fiorentine sonoramente battuto da Renzi. L’ala popolare del Pd è sempre stata sostenitrice del progetto di un partito “pesante”, con strutture radicate sul territorio.
Fassiniani. Molto vicini all’ex segretario dei Ds, Piero Fassino, sono l’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, e Maurizio Migliavacca, membro della troika che gestì il Pd prima della segreteria Veltroni.
Teodem. I “teodem” rappresentano l’area “cattolica” del Pd. Paola Binetti, Enzo Carra, Luigi Bobba, Emanuela Baio Dossi hanno spesso dato battaglia sui temi etici, mantenendosi su posizioni vicine a quelle del Vaticano e minacciando anche di lasciare il partito se avessero prevalso le posizioni ultralaiciste. Le questioni etiche – emblematiche le posizioni antitetiche di Marino e Binetti sul caso Eluana – hanno più volte evidenziato una profonda e drammatica spaccatura dentro il partito.
Le donne. Non si può parlare di una corrente “bindiana”, ma è indubbio che la vicepresidente della Camera si è ritagliata un suo spazio nel partito su posizioni cattocomuniste molto spinte a sinistra. Su posizioni laiche e neofemministe l’ex ministro Barbara Pollastrini, mentre Livia Turco oscilla tra l’osservanza dalemiana e la sinistra minoritaria del partito. Con D’Alema condivide la riapertura del dialogo con Rifondazione, Diliberto & C.
