18 feb, 2009
La crisi del PD e i suoi riflessi sul PdL
Redazione
Secondo una tesi abbastanza diffusa la caduta di Veltroni creerà problemi anche nel centrodestra. Per due motivi, il primo pratico ed il secondo politico.
Sul piano pratico, viene a mancare l’interlocutore con cui portare avanti una serie di riforme che debbono necessariamente, o preferibilmente, essere condivise. Citiamo su tutte il federalismo fiscale, la giustizia, la bioetica. Ma anche decisioni da prendere in accordo con l’opposizione, come la nomina del Cda della Rai. Ed infine i grandi temi della politica estera e della sicurezza nazionale.
Sul piano politico, si dice che se l’obiettivo del bipartitismo è andato in crisi a sinistra, potrebbe accadere lo stesso a destra. Insomma, la crisi, o meglio il fallimento del Pd potrebbe nuocere al Popolo della Libertà.
Il primo scenario ha dei fondamenti. Il secondo no; anche se qui ovviamente dipenderà soprattutto da noi. Vediamo perché.
La legislatura era partita, con il discorso programmatico di Silvio Berlusconi, all’insegna del dialogo con l’opposizione su alcune riforme condivise. Principalmente, appunto, il rinnovamento dell’impalcatura istituzionale attraverso il federalismo fiscale. Il centrodestra ha poi cercato di coinvolgere il Pd su altre scelte, dalla giustizia all’economia alla sicurezza dei cittadini. Il capo dello Stato si è sempre battuto in questa direzione: ultimo caso, la legge sul testamento biologico. Ci sono poi decisioni che vanno prese di comune accordo, e non si tratta di spartizione di potere ma di attuare delle leggi: il vertice Rai è una di queste.
Al di là di queste intenzioni, il bipartitismo, se assegna alla maggioranza e all’opposizione ruoli ben chiari e distinti, tuttavia favorisce il dialogo bipartisan sui grandi temi di interesse del Paese.
Ma chi è venuto meno alla promessa di chiarezza e semplificazione dello scenario politico? Chi non ha saputo attuarla? La risposta è nei fatti. Il Pd è in dissoluzione, il Pdl, benché nato dopo, è in piena salute. Il Pd ha perso tutte le battaglie, in Parlamento e nel Paese. Il Pdl le ha vinte.
Di questo risultato, a sinistra, portano la responsabilità in egual misura sia l’incapacità e l’incoerenza di Veltroni, sia la vocazione distruttiva di Massimo D’Alema. Il segretario dimissionario dei democratici ha tradito quasi tutte le promesse fatte solennemente nel 2007 al Lingotto, e ripetute in campagna elettorale. Il suo nemico interno probabilmente non ha mai creduto al progetto del Pd: talvolta proponendosi come interlocutore diretto del centrodestra; più spesso cercando di recuperare ruolo e identità dei vecchi partiti che avevano già perso con l’Ulivo, dai Ds all’estrema sinistra.
Chi tra Veltroni e D’Alema abbia più colpe, difficile dirlo. Gli elettori del Pd e della sinistra sono però i giudici migliori: e queste colpe le dividono equamente fra entrambi, come dimostrano i risultati elettorali. E, per ciò che contano, quelli delle primarie. C’è nel cosiddetto popolo dei Democratici una gran voglia di voltare pagina rispetto a tutti i vecchi nomi ed i vecchi rituali, sia quelli dalemiani sia quelli veltroniani.
Tutto ciò non trova eguali nel centrodestra e nel Pdl. Lo ha spiegato efficacemente Andrea Romano sul Riformista di ieri: “Non è vero, come ha sostenuto di recente Bersani, che senza berlusconismo non esisterebbe Berlusconi. In realtà proprio la storia politica di Berlusconi è quella di chi ha dato consistenza ad un blocco di opinione che attendeva di essere riconosciuto come tale”. In altri termini: il Pdl e la leadership di Berlusconi non sono una “anomalia italiana”, come molta sinistra (e non solo) si attarda pigramente a rappresentarli per mascherare i propri guai. Sono, appunto, l’espressione politica di un blocco sociale e di opinione che si può genericamente definire liberale e moderato, e che esiste in Italia come in tutti i paesi del mondo.
La vera anomalia invece è l’assenza, da noi, di un analogo blocco sociale progressista e laburista, e della sua rappresentanza politica. Ciò che sono i democratici Usa, i laburisti inglesi, i socialdemocratici tedeschi e spagnoli, in Italia non si riesce ad avere. Doveva essere questo il progetto del Pd; ma è fallito. Ed è fallito per mancanza di leadership innanzi tutto; e poi perché chi doveva attuarlo non ha mai chiuso completamente i conti con il passato comunista e statalista; né ha voluto rinunciare alla rappresentanza di interessi corporativi (dagli statali ai magistrati) rispetto a quelli di una parte del Paese. C’è vicino a noi un esempio più o meno simile: la Francia, dove la sinistra, dopo Mitterand, non ha mai più avuto un leader vero, ha sempre divorato i propri capi, ed i capi si sono divorati a vicenda, condannando i loro elettori al ruolo di minoranza e di rappresentanza più che mediocre. Un pessimo modello. Ma in Francia il blocco dei moderati, nonostante che al suo interno esistano diversità ed identità più forti che in Italia, non è mai stato contagiato dalla crisi del sinistra; mai ha messo in secondo piano la responsabilità di guidare il Paese rispetto al piccolo cabotaggio politico.
Ecco perché non esiste un motivo serio per cui la caduta di Veltroni e la probabile dissoluzione del Pd producano contraccolpi tra i moderati italiani; se non quelli, inevitabili, legati alla mancanza di una sponda nell’opposizione.
Sulle scelte condivise o condivisibili immediate, in assenza di un partito e di una leadership, bisognerà agire pragmaticamente, trattando con chi avrà la gestione provvisoria, ma soprattutto in Parlamento. Senza cadere nelle trappole, perché chi prenderà in mano il partito (o i partiti, visto che si parla di scissione della Margherita) vorrà forse ricorrere al logoro espediente dell’antiberlusconismo. Ma anche senza forzare, e grazie anche alla concordia con il Quirinale.
Quanto alla linea strategica, l’unità del centrodestra e dei moderati è nei fatti e sarebbe non solo un errore, ma un peccato mortale, sacrificarla o rinnegarla perché non ci sono riusciti dall’altra parte. Non dimentichiamo che il bipolarismo politico è l’obiettivo del bipartitismo, non viceversa. La tentazione di iniziative personali, di qualche giro di valzer fuori e dentro il Parlamento fa parte della politica. Ma queste pratiche sarebbero inesorabilmente bocciate dagli elettori, vissute come un tradimento. Così come il popolo del Pd si sente in questi giorni tradito e abbandonato dall’incapacità di Veltroni e dalle manovre della vecchia nomenclatura che si dice democratica. Non c’è alcun motivo di riservare le stesse sgradevoli sorprese ai moderati, che oltretutto sono da sempre la maggioranza numerica, innovativa e produttiva degli italiani.
