18 feb, 2009
Dalla Sardegna a Firenze, signori si cambia.
Ve lo ricordate il discorso di Veltroni a Spello, quella sequela di parole in libertà, di programmi senza concretezza, di enunciazioni retoriche ormai fuori del tempo, pronunciate sullo sfondo della serena campagna umbra, presa come modello di una inesistente Italia di mezzo, l’area da dove avrebbe dovuto iniziare la rinascita del Partito Democratico?
La risposta, dopo l’Abruzzo è venuta dalla Sardegna e soprattutto da una città tradizionalmente e pervicacemente di sinistra come Firenze: qui i Ds, gli eredi del Pci, il vecchio Partito comunista italiano, hanno subìto una sconfitta, se possibile, ancora più disastrosa.
Per una volta aveva ragione Veltroni, a cui va l’onore delle armi: le primarie del centrosinistra a Firenze sono state una grande prova di democrazia. Peccato che il segretario del Pd non abbia colto il senso profondo di questa consultazione popolare, e cioè che è finita l’egemonia rossa su Palazzo Vecchio, perché la vittoria di Matteo Renzi, ciellino ed ex Margherita, rappresenta una svolta probabilmente senza ritorno. È stata la rivolta della base, in larga parte ancora comunista, contro la nomenclatura formatasi nel Pci e che guida la città dai tempi della vicenda di Castello, a fine anni ‘80, quando Occhetto sentì “puzza di bruciato” e bloccò con un editto da Botteghe Oscure la maxioperazione Fiat-Fondiaria che avrebbe rappresentato l’espansione urbanistica a nord-ovest. Una maledizione, quella di Castello, che è aleggiata per tutto questo tempo e si è ripresentata puntuale venti anni dopo, alla fine dell’era Domenici, con una raffica di avvisi di garanzia che hanno falcidiato la giunta comunale allungando la spessa ombra della questione morale sul sistema del socialismo municipale che ha in Toscana le sue casematte.
Ma c’è un altro elemento da sottolineare: alle primarie di Firenze, tanto per non lasciare l’Abruzzo e la Sardegna casi isolati, ha perso ancora una volta Veltroni, che da mesi aveva puntato tutto – attraverso Franceschini – su Pistelli, e ha visto il suo candidato finire a 15 punti dal vincitore. Il quale, a soli 33 anni, ha vinto una battaglia storica correndo da solo contro tutti gli apparati: gli avevano proposto una comoda rielezione a presidente della Provincia, ma lui ha voluto mettersi in gioco e correre a tutti i costi per Palazzo Vecchio. Se avesse perso, sarebbe tornato nell’azienda di famiglia. Invece ce l’ha fatta al primo turno ed è, per il centrodestra, l’avversario più insidioso, perché ha fatto una campagna elettorale tutta basata sulle parole d’ordine moderate, dalla sicurezza all’immigrazione, schierandosi perfino per il no alla tramvia in piazza Duomo, che era un punto irrinunciabile del programma stilato dal Pd.
Il monolite rosso della Toscana si sta sgretolando, e almeno a Firenze non sembra avere fondamento il timore di Rutelli, quello di morire da “indipendenti di centro” in una forza egemonizzata dagli ex ds, che lì stanno pagando una colpa politica connaturata alla mancata alternanza: l’eccesso di potere.
Si registra ormai nel nostro Paese un fenomeno diffuso, del quale cercano di non accorgersi i grandi quotidiani nazionali (e alcuni locali): lo scollamento tra questa sinistra e la gente, la vuotezza di un linguaggio politichese falsamente perbenista che in realtà si oppone a tutte le innovazioni.
Ci vorrà tempo per capire la svolta, ma oggi, in tempi di crisi, vince chi vuole cambiare, non chi conserva, vincono i territori che vogliono scommettere sul futuro e sul rinnovamento per uscire dalla crisi.
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