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Su Welfare e Previdenza occorre una riflessione collettiva.

di Antonino Armao e Carla Fabbrini

Mentre a sinistra Dindalini e Vasai si scannano a colpi di proclami impossibili per la poltrona di Presidente della Provincia cioè, praticamente, per la spartizione della formazione che serve solo ai formatori, per la manutenzione di strade piene di buche e per gli altri enti inutili che dipendono dalla Provincia, intanto nel centrodestra ci si interroga sul futuro di “cose” come Scuola, Previdenza e Welfare.

E siccome questo è il Paese dove per ognuno che lavora ci sono due che guardano e chiacchierano, molta disinformazione è stata fatta sulla perequazione (volontaria) dell’età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni e sulla riforma del Welfare. Sono stati espressi giudizi volutamente fuorvianti per attribuire al Governo in carica la responsabilità di riforme impopolari e penalizzanti nei confronti delle donne, suggeriti  più dalla paura di perdere dei benefici che con un vero dibattito sulla necessità ad eliminare gli squilibri sociali esistenti.

Il dato di partenza è  la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 novembre 2008 (C-46/07) che ha dichiarato l’inadempienza dello Stato Italiano per una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne.

Questo privilegio o come altro lo si voglia chiamare, la Corte di Giustizia stabilisce che non è accettabile. E’ una discriminazione che viola l’articolo 141 del trattato CE che in sostanza impone agli  stati membri di  adottare tutte le misure utili ad evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali, al fine di assicurare una piena uguaglianza tra uomini e donne nella vita professionale.

Nella sua pronuncia la Corte afferma che i provvedimenti nazionali in deroga all’art. 141 CE devono, in ogni caso, “contribuire ad aiutare la donna a vivere la propria vita lavorativa su un piano di parità rispetto all’uomo mentre, la fissazione, ai fini del pensionamento, di una condizione d’età diversa a seconda del sesso non è tale da compensare gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici di sesso femminile aiutando queste donne nella loro vita professionale e ponendo rimedio ai problemi che esse possono incontrare durante la loro carriera”.

Non è certo con una pensione anticipata che lo Stato italiano sostiene la vita professionale delle donne e le loro pari opportunità. Alla donna lavoratrice non interessa un beneficio “in uscita” dal mondo del lavoro; interessa, di fatto, un trattamento paritario “in ingresso” e forme di tutela “in itinere”. Va tutelata, in altri termini, la vita professionale della donna, garantendole pari dignità nei confronti del lavoratore uomo.

In Italia hanno accesso al mercato del lavoro il 46% delle donne rispetto ad una media europea del 60%. Inoltre l’Italia è un paese spaccato in due: al nord le donne accedono al mercato del lavoro in media europea e cioè il 60%, al centro sud si precipita al 30% e in più la disparità salariale è di circa un terzo e varia dal 20% al 30% in alcuni settori.

Fino a poco tempo fa lo stereotipo era quello delle donne che non lavorano perché fanno tanti figli. Ora abbiamo scoperto che non è vero neanche questo.

Perciò bisogna interrogarsi su quale sia il ruolo attuale della donna nel contesto della famiglia e della società e di conseguenza quale deve essere la funzione del Welfare a sostegno della famiglia e del lavoro, perché in questo Paese a forza di difendere privilegi che non possiamo permetterci, abbiamo raggiunto un tasso bassissimo di giustizia sociale.

Per riequilibrare questa situazione dobbiamo passare dal Welfare delle pensioni al Welfare to work.

Che cosa è il Welfare to work (in sigla W2W)? In Italia solo il 18% delle persone che perdono il lavoro o che non riescono a trovarlo ha un sistema assicurativo – un ammortizzatore sociale – che copra questo rischio con un sussidio per il tempo strettamente necessario per cercare un nuovo lavoro o per adattare le proprie competenze alla domanda del mercato. I più esposti sono proprio i lavoratori assunti con contratti flessibili, a tempo determinato.

Scriveva Marco Biagi che occorre “disporre anche in Italia di un nuovo assetto della regolazione e del sistema di incentivi e ammortizzatori, che concorra a realizzare un bilanciamento tra flessibilità e sicurezza”. Lo fecero fuori.

Occorre, quindi, disporre di un sistema assicurativo per i periodi di disoccupazione generalizzato e universale, che superi gli attuali ammortizzatori e che tuteli anche i lavoratori flessibili e precari, ma che non produca abusi e non scoraggi la ricerca di un lavoro.

Occorre un nuovo welfare, un nuovo patto sociale che vincoli l’erogazione di ammortizzatori sociali, di formazione personalizzata e di servizi per il collocamento, al concorso attivo del disoccupato nella ricerca del lavoro.

Il modello del Welfare to Work si fonda su una serie di incentivi e disincentivi che rendono sempre meno conveniente contare sul sussidio. Oltre alle misure tipiche di accompagnamento al lavoro, il welfare to work prevede, infatti, altre modalità d’intervento come il riorientamento del sistema scolastico e formativo verso le esigenze di gruppi selezionati di utenti e la definizione di un particolare mix tra il livello dei sussidi, delle retribuzioni e del prelievo fiscale sui redditi in modo da rendere sempre più conveniente l’attività lavorativa rispetto alle misure di assistenza. Altre misure di sostegno alla famiglia e l’assistenza abitativa devono rendere conciliabile, specialmente per le donne, il lavoro con la vita privata e facilitare la mobilità nel territorio.

Se vogliamo parlare seriamente di queste cose dobbiamo dire che questo è il progetto a cui sta lavorando il ministro del Welfare Maurizio Sacconi e nel contesto di questo progetto deve essere letta la perequazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini da 60 a 65. Altrimenti facciamo solo demagogia e “benaltrismo” a favore di questa o di quella campagna elettorale.

Usciamo da questa trappola, e usciamone donne e uomini, genitori e figli insieme, perchè a forza di dire che ci vuole ben altro siamo finiti in una patetica situazione  di stallo e di ingiustizia sociale. Cerchiamo di fare di necessità virtù e di cogliere una occasione storica per una riflessione collettiva sul Welfare e sul mercato del lavoro, per avviare a soluzione in chiave europea questi nostri squilibri sociali.

Ce lo chiede l’Europa ma ce lo chiede soprattutto la gente che soffre per il basso tasso di sviluppo dell’economia italiana e il basso tasso di equità ed efficienza del nostro mercato del lavoro.

Facciamo insieme le riforme che servono. E facciamole ora.

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