8 gen, 2009
Dindalini non sa di che parla
La propaganda è un tipo di messaggio mirato a influenzare le opinioni o il comportamento delle persone. Invece di fornire informazione, la propaganda è deliberatamente mistificatoria o fa uso di argomenti che, sebbene talvolta possano risultare convincenti, non necessariamente si rivelano veritieri, e a volte nemmeno verosimili.
Conosciamo e comprendiamo le esigenze elettorali che spingono il candidato alla presidenza della Provincia Massimo Dindalini a esprimere in questi giorni un impressionante volume di fuoco mediatico su tutto lo scibile politico, compresi argomenti di cui non si è mai occupato prima d’ora, ma c’è un limite anche alla propaganda elettorale ed è quello della verità.
Prima precisazione. In un comunicato del 7 gennaio u.s., il nostro ha dichiarato che il Governo Berlusconi ha aumentato del 5% le multe per le violazioni alla circolazione stradale. Invece l’aumento medio è previsto, come adeguamento annuale, dall’art. 195 del codice stradale per adeguare le multe stradali alla variazione dell’indice dei prezzi al consumo. La norma (che non è del Governo Berlusconi ma dei Parlamenti precedenti) ha lo scopo di mantenere invariato l’effetto deterrente della sanzione al variare dell’indice dei prezzi.
L’obiettivo delle multe in ogni caso non deve essere quello di far cassa, ma prevenire quei comportamenti che sono la causa di incidenti sempre più spesso mortali come sollecitano da sempre le Associazioni dei Consumatori. Roma, per esempio, è una città dove muoiono più di 180 persone l’anno, è come se ogni anno sparisse un intero condominio.
Piuttosto bisogna sapere che fine fanno i soldi delle multe nei comuni della Toscana, perché la loro destinazione dovrebbe essere solo ed esclusivamente per la sicurezza stradale e non per far “cassa”. Ma questo dipende dai Sindaci del suo stesso partito a cui Dindalini deve rivolgersi per avere chiarimenti in merito.
Seconda precisazione: evasione fiscale e studi di settore. Qui il candidato dà il meglio di sé quando afferma che il Parlamento sta votando una proposta sbagliata che vuole ammorbidire gli studi di settore sui redditi dei lavoratori autonomi, diminuire le sanzioni per chi non ha presentato la denuncia dei redditi ed eliminare l’accertamento automatico delle Fiamme Gialle se il livello del reddito è inferiore ai valori previsti dagli stessi studi di settore, così non ci sarebbe più deterrente all’evasione.
Le cose stanno in modo diametralmente opposto per i seguenti motivi. Quello che oggi (8 gennaio 2009) va in discussione alla Camera dei Deputati con il numero 1972 è il disegno di conversione in legge del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, recante misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale (dove si parla anche di bonus famiglia, dei mutui prima casa, del fondo credito per i nuovi nati, della detassazione dei contratti di produttività, della deducibilità dall’IRES dell’IRAP pagate sul costo del lavoro e sugli interessi, del differimento dell’IVA al momento della effettiva riscossione, della riduzione dell’acconto IRES e IRAP, per l’estensione della cassa integrazione a lavoratori prima esclusi e molto altro).
Tutti i provvedimenti di sostegno all’economia reale contenuti nel disegno di legge, determinano un saldo netto da finanziare (cioè una spesa) di 390 milioni di euro nel 2009, 479 milioni nel 2010 e di 160 milioni nel 2010.
E veniamo alle misure fiscali, cioè alle entrate. Il disegno di legge intende modificare o integrare gli studi di settore al fine di tenere conto degli effetti della crisi economica e dei mercati in atto, anche con riferimento a determinati settori o aree territoriali in ragione del diverso dispiegarsi della crisi. Ciò corrisponde ad una precisa e legittima richiesta delle categorie economiche, che, non tutti sanno, sottoscrivono gli accordi che presiedono agli studi di settori. Gli studi infatti non sono uno strumento autoritario di diritto cogente ma uno strumento di ausilio tecnico all’attività accertamento che trae la sua validità, giuridico-negoziale, dal fatto di essere concordati e revisionati periodicamente alla luce dell’andamento dell’economia con il concorso delle categorie economiche.
Quanto al presunto ammorbidimento dei controlli, anche qui le cose stanno in modo completamente diverso da come sono state esposte dal candidato.
Dal nuovo istituto dell’accertamento con adesione si prevedono maggiori entrate per 145 milioni di euro annui.
Dal rafforzamento delle misure cautelari e dall’ampliamento dei poteri per le eventuali azioni esecutive si prevedono maggiori entrate per 225 milioni di euro annui.
Dalla istituzione sul modello europeo di un nuovo rapporto tra il Fisco e le aziende di grandissime dimensioni con un volume di affari maggiore di 300 milioni di euro, si prevedono 120 milioni di euro di maggiori entrate nel 2009, 207 milioni nel 2010 e 266 milioni nel 2011, senza considerare le ulteriori maggiori entrate derivanti dall’effetto dissuasivo.
Dai maggiori controlli sulle compensazioni fiscali operate in base a crediti inesistenti, si prevedono maggiori entrate per 110 milioni di euro nel 2009, 165 milioni nel 2010 e 220 milioni nel 2011.
E veniamo al problema dell’onere della prova negli studi di settore che il candidato definisce in modo sbagliato e fuorviante “accertamento automatico”. Si tratta di un emendamento proposto dal Parlamento e non del testo originale del Governo e comporta un maggior o minore impegno dell’Agenzia delle Entrate nel motivare adeguatamente i suoi accertamenti sulla base di riscontri oggettivi e non solo sulla base di teoremi astratti.
In uno Stato civile degno di questo nome, il rapporto tra Fisco e contribuenti deve essere di reciproca fiducia, salva la prova contraria che deve essere a carico del Fisco.
E’ intuibile che tipo di etica fiscale c’è dietro la visione politica del candidato ma per ristabilire un minimo di verità storica mi limito soltanto a riportare il contenuto di un comunicato stampa del 20 giugno 2007 firmato dall’allora Direttore Generale dell’Agenzia delle Entrate Massimo Romano nominato dal Governo Prodi-Visco. Il comunicato recitava testualmente: “colgo l’occasione per ribadire che gli studi non sono uno strumento di accertamento automatico e che agli uffici sono state date indicazioni precise affinché nel contraddittorio si tenga conto di tutte le situazioni rappresentate dai contribuenti e in particolare delle cause di marginalità dell’attività svolta”.
In conclusione, due cose risultano chiaramente da tutto questo. Una è che l’impegno economico del Governo per sostenere famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale, è finanziato abbondantemente dalla lotta all’evasione fiscale (soprattutto a carico della grandi e delle grandissime aziende). L’altra è la pessima opinione che il candidato Dindalini ha dei lavoratori autonomi e delle piccole e medie imprese, considerati alla stregua di criminali presunti che devono dimostrarsi innocenti davanti alla Legge, e non il contrario come avviene in tutti gli Stati moderni e civili. E ora votatelo.
