4 gen, 2009
Gaza: questione di punti di vista.
Di fronte al riesplodere di una tragedia permanente come il conflitto israelo-palestinese che investe le responsabilità politiche di tutto il mondo, di quello occidentale e di quello arabo, il minimo che potevano fare quelli come noi che se ne stanno in Europa a digerire i cenoni di fine anno, era concentrare le preoccupazioni sulla emergenza umanitaria e sulle sofferenze dei civili, al fine di trovare modi e tempi per alleviarle. Invece i soliti custodi templari della pace e della morale politica si sono precipitati a rivendicare la loro appartenenza alla causa palestinese e condannare senza esitazioni e senza mezzi termini lo Stato di Israele. Da Francesco Romizi, presidenza dell’Arci Arezzo, al consigliere comunale di Rifondazione comunista Marco Paolucci fino a Giancarlo Cateni, Segretario Provinciale Partito dei Comunisti Italiani. Tutti uniti nella unanime condanna degli aggressori sionisti, dipinti come criminali di guerra, massacratori del popolo palestinese e quant’altro di peggio si possa concepire a carico di un altro popolo, quello israeliano. Ancora una volta, di fronte alla propaganda e alla strumentalizzazione politica delle tragedie degli altri, corre l’obbligo di offrire un punto di vista diverso, non necessariamente più giusto, ma certamente più equilibrato su quello che sta accadendo a Gaza. Prima di tutto i fatti: il 19 dicembre due missili sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza nel sud di Israele, dopo la fine della tregua annunciata da Hamas. Altri missili sono seguiti a ruota. La tregua era durata 6 mesi e concordata grazie a una mediazione dell’Egitto. Hamas annunciava: “La tregua è finita e non verrà rinnovata”. In particolare le Brigate Ezzedin al Qassam accusano Israele di non aver rispettato l’impegno a porre fine al blocco di Gaza. Questo è il modo di Hamas di intendere la risoluzione delle controversie con il popolo di Israele, con il supporto politico e militare della repubblica islamica dell’Iran.
E ora vediamo se si può avere un punto di vista diverso sulla questione. Scriveva sul «Corriere della Sera» Indro Montanelli il 16 settembre 1972. “Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono i cosiddetti usurpatori ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso”. Ha dichiarato in questi giorni Dominique Lapierre a Milano nel presentare il suo ultimo capolavoro, «Un arcobaleno nella notte» (Il Saggiatore) dove indaga i legami tra i segregazionisti sudafricani e i nazisti. : «Magari potessimo avere in Israele un Nelson Mandela capace di una visione politica a distanza, potremmo sperare nella pace. Peccato che in questo Paese magnifico non ci sia uno come lui». Lapierre però dimentica che Nelson Mandela stava dalla parte di quelli che hanno rinunciato unilateralmente alla vendetta in nome della riconciliazione. E quindi peccato che non ci sia un Nelson Mandela tra i palestinesi, altro che tra gli ebrei, diciamo noi.

