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L’Europa ci rappresenta?

di Federico Mugnai

L’Europa ci rappresenta? E noi italiani in che modo possiamo rappresentare l’Europa? L’Europa oggi rappresenta l’unione astratta di nazioni o ha saputo amalgamare e rappresentare le varie identità di ciascun paese, sapendo inoltre definire i suoi confini e i suoi orizzonti?

L’Europa unita è nata dopo un’infinità di guerre e battaglie che si sono succedute a partire dal 476 D.C, cioè dalla fine dell’Impero romano, e che sono servite a riequilibrare gli assetti geografici, politici, etnici quando questo non è stato possibile attraverso accordi o trattative internazionali. Per troppi secoli si è pensato troppo alla salvaguardia e all’espansione del proprio stato nazionale rispetto all’interesse comune, al mantenimento degli equilibri e della pace.

L’Europa è dovuta passare attraverso due sanguinosissime guerre mondiali prima che si potesse trovare un punto di saldatura e una base comune. Non è bastata la Santa Alleanza del XIX secolo, la Società delle Nazioni del XX secolo e nemmeno i vari appelli all’Europa unita lanciati da grandi pensatori, anche se con idee spesso contrapposte (Nietzsche, Kant, Hegel). Aver perseguito sempre e solo interessi di alcune oligarchie in seno all’Europa e non aver ascoltato i vari consigli pervenuti sia dal popolo, sia da eminenti pensatori, ha portato l’Europa stessa ad avere un ruolo secondario nelle questioni economiche ed internazionali, ad essere cioè costretta a guardare oltre Oceano e non più in casa propria. L’Europa dal dopoguerra ad oggi è riuscita a spezzare le barriere doganali, a liberalizzare il commercio, ha saputo darsi una moneta unica (l’Euro) e delle regole di carattere economico, ambientale condivise. I vari trattati, da quello di Roma del 1957, a quello di Schengen sono stati utili per dare un volto all’Europa. Si è però dimenticato di dare un’anima a questo continente che pare privo di identità, di valori condivisi, di personalità, di partecipazione. L’Europa è un continente per pochi dove abitano in molti e configura un potere oligarchico internazionale finalizzato soprattutto al mercato, alla finanza e in secondo luogo all’economia, che delegittima gli stati nazionali, gli stessi popoli e crea disomogeneità tra potere locale e potere centrale.. Non si può pensare di entrare in Europa senza uno Stato forte ed una identità nazionale, dei valori e delle tradizioni ben consolidate, credendo che i problemi possano essere risolti da una Banca Centrale con sede a Bruxelles! Il rischio che l’Europa corre percorrendo questa ultima strada è quello di essere schiacciata economicamente e successivamente anche culturalmente sia da Est (Cina, India) sia da ovest(Usa). Tutto ciò perchè, mentre dall’altra parte del mondo si ha dinanzi stati ben organizzati, l’Europa non è ancora un soggetto politico, civile, culturale. E’ solo un abbozzo, non un’area vitale o un’entità sovrana in un insieme di realtà differenti, che coltivino le loro differenze cercando però allo stesso tempo una base comune. Si è fatto tanto mercato in Europa, ma poca cultura, tranne un esagerato culto della società globale, del pensiero unico e dell’individuo cosmopolita. In pochi e sempre perennemente ghettizzati hanno cercato di individuare le origini, le tradizioni dell’Europa. Si rischia pertanto di definirci europei senza sapere quali sono le radici storico-culturali che legano l’Europa stessa. Se non vi è un comune sentire, se l’Europa rimane un’entità astratta fatta di banchieri, massoni, speculatori e tecnocrati, si rischia un disorientamento e una mancanza di ideali che portano l’individuo e successivamente il popolo ad allontanarsi dalla politica, a creare cioè un vuoto enorme tra potere centrale e cittadini, che potrebbe sfociare in tensioni e addirittura guerre civili non appena i cittadini stessi si sentiranno soggiogati e oramai oggetti e non soggetti della politica. Ad esempio le questioni dell’immigrazione e dei diritti civili possono essere discussi in sede europea, ma sono decisioni, rispettando certe regole e non perseguendo integralismi folli e velleitari, che debbono essere prese dai singoli stati nazionali europei. Ed ecco che il potere deve avere una sua struttura lineare, orizzontale e non verticale. L’Europa non deve dirigere le varie nazioni, ma sono queste ultime che devono rappresentare l’Europa e deciderne il cammino. Si tratta cioè di partire dai poteri locali, dai comuni, alle regioni, passando per lo stato nazionale fino ad arrivare all’Europa. Rileggendo una parte dell’ultimo discorso di Benito Mussolini del 16 Dicembre 1944 al Teatro Lirico di Milano, si ha l’impressione che queste parole, pronunciate a cinque mesi dalla fine della seconda guerra mondiale, siano sia premonitrici dei problemi dell’attuale Europa, sia anticipatrici dell’Europa dei popoli che trova in alcuni ambienti politici assolutamente democratici, ampio consenso: “A questo punto occorre dire una parola sull’Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista geografico, storico, morale, economico; né mi chiedo se oggi un tentativo di unificazione abbia migliore successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale. Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria, anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come un’entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell’internazionalismo di marca socialista o vegeti nel generico ed equivoco cosmopolitismo…”.

 

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