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Il “Giocoliere” ovvero quando il mercato tradisce la fiducia dei consumatori

di Antonino Armao

Solo adesso tutti si accorgono che la mancanza di etica negli affari mina dalle fondamenta il bene supremo delle economie moderne, la pietra angolare del mercato: la fiducia. Adesso che i buoi sono scappati tutti si accorgono che per garantire l’eticità delle Banche non bastava tenerle lontano dai fabbricanti di armi (vedi il recente atto di indirizzo del Comune di Arezzo sulla scelta del Servizio di Tesoreria). Ma quanto era “trendy” nei salotti “radical chic” della provincia parlare della pagliuzza e non vedere il trave nell’occhio della Banche?

Ma che cosa è successo esattamente?

L’ultimo a nostra conoscenza è un operaio di Arezzo, che ha investito 10mila euro in una polizza assicurativa garantita da Lehman Brothers. L’ultimo di una lunga serie, che rischia di allungarsi sempre di più. Dopo i bond Cirio, il crac Parmalat, il default dell’Argentina, la nuova emergenza dei risparmio tradito si chiama Lehman Brothers, la quarta banca d’investimento degli Stati Uniti. Il fallimento della banca, costretta a chiedere l’amministrazione controllata a causa dei debiti accumulati in conseguenza della crisi dei mutui subprime (si parla di 85 miliardi di perdite e 613 di debiti totali), lascia sul campo le vittime e cioè i poveri risparmiatori costretti, ancora una volta, dopo le note vicende Argentina, Cirio e Parmalat, a contare i danni!

Anche nella vicenda Lehman abbiamo assistito, infatti, alla commercializzazione di prodotti finanziari che sono stati inseriti in altri più rassicuranti. Se, come sembra, sono stati inseriti nei fondi e nelle assicurazioni, i risparmiatori rischiano gravi perdite. Si tratta delle polizze index linked e unit linked, costruite con obbligazioni Lehman od altre garantite da Lehman, vendute in Italia da varie compagnie assicurative e da istituti bancari. Ma vediamo di capire che cosa ha provocato il terremoto.

Le cause del disastro.

Quattro le cause individuate dai migliori analisti (www.lavoce.info): a) una prolungata politica di bassi tassi di interesse a breve termine, b) prodotti finanziari troppo “innovativi” che hanno facilitato l’espansione del credito in modo massiccio e trasferito il rischio di insolvenza, c) alcune lacune nella regolamentazione delle istituzioni finanziarie, d) una carenza di valutazione dei rischi delle attività finanziarie da parte delle società di rating.

È possibile che non ci siano stati segnali che indicassero ai Professionisti del credito e agli Istituti di vigilanza la presenza di uno squilibrio nel sistema in termini di liquidità e rischio? Ma quando è emerso lo squilibrio? Quando la Fed, nella seconda metà del 2005, ha gradualmente iniziato ad aumentare i tassi. I primi segnali si sono avuti dapprima con il concretizzarsi del rischio di credito e poi con le insolvenze dei mutuatari, la caduta dei prezzi delle attività, l’insolvenza di istituti finanziari e assicurativi, il venir meno del mercato degli Abs. Il tutto è sfociato in fortissime deficienze di liquidità per il sistema bancario.

La crisi quindi si manifestava già dal 2005 con: (a) perduranti deficienze di liquidità in un ampio sottoinsieme di banche, con conseguente carenza di attività finanziarie nell’attivo di tali banche da usare come collaterali per nuovi debiti a breve con cui ripagare i debiti a breve in scadenza; (b) l’aumento dei rischi di insolvenze e il conseguente blocco del mercato interbancario a causa della sfiducia tra le banche; (c) il blocco delle negoziazioni nei mercati obbligazionari e (d) l’emergere di perdite e quindi di deficit di capitale soprattutto per un sottoinsieme di banche.

In sostanza, i segnali c’erano tutti fin dal 2005, solo che “il giocoliere” non si è fermato e ha continuato a far girare le palle ben oltre le sue possibilità.

I segnali per comprendere che il rischio di certe operazioni stava aumentando in maniera esponenziale “il giocoliere” dunque ce li aveva. Già quindici mesi prima del 15 settembre 2008, sui principali organi di informazione, circolavano notizie sul concreto rischio che le principali banche statunitensi potessero essere travolte dalla crisi dei mutui subprime poi concretizzatosi con il fallimento di Bear Stearns salvata all’ultimo dalla Federal Reserve e passata, quindi, a JP Morgan Chase.
Ciononostante, solo il 15 Settembre 2008 (data in cui la Banca ha ufficialmente chiesto al tribunale fallimentare di New York l’amministrazione controllata) i titoli Lehman Brothers sono usciti dall’elenco Pattichiari “Obbligazioni Basso Rischio Basso Rendimento”, iniziativa dell’ABI volta ad orientare le scelte del risparmiatore intenzionato ad investire in titoli semplici e poco rischiosi!

E allora, perché le Banche hanno continuato a vendere certi prodotti anche a risparmiatori strutturalmente poco propensi al rischio (pensionati, dipendenti, operai, piccoli commercianti) con le benedicenti rassicurazioni delle Società di rating? Già, perché?

Vediamo chi ci ha guadagnato.

Come è emerso anche da una recente indagine della Procura di Milano che ha fatto luce su un mondo solitamente molto opaco, il collocamento di prodotti finanziari ad alto rischio consentiva agli Istituti di credito, in una prima fase, di ricevere consistenti up-front (commissioni) da parte delle banche estere emittenti gli strumenti finanziari, con un immediato risultato sull’utile d’esercizio.

Ma c’è di più.

Qualcuno ha avuto la malaugurata idea di remunerare i vertici di alcuni Istituti, oltre che con stipendi da capogiro, anche con titoli (stock option) delle stesse Società da loro amministrate. Ciò induceva gli stessi vertici ad ottenere la crescita “artefatta” del volume d’affari e degli utili di esercizio; circostanza che consentiva la crescita di valore dell’azienda, con ripercussione diretta sul valore delle azioni e, di conseguenza, sul guadagno spettante ai vertici aziendali a seguito dell’esercizio delle stock option ricevute.

Ecco perchè, devono essere chiamate in causa le banche che hanno venduto i titoli ai rispettivi clienti, per capire caso per caso se ci sia stata semplice leggerezza, colpa grave o addirittura dolo nel collocamento di certi prodotti finanziari.

Lo scenario è variegato, c’è chi ha investito poche migliaia di euro e chi ha messo invece, nel titolo che fino a poche settimane prima del crac veniva venduto per più che sicuro, diverse decine di migliaia di euro, i risparmi di una vita.

Qualcuno deve rispondere a tutto questo. Dove erano i Governi nel 2006 e nel 2007, che cosa facevano gli Istituti di vigilanza?

Quando il sistema pubblico, nonostante i suoi costi, non riesce a garantire la fiducia dei consumatori nel mercato, ai consumatori non resta che agire individualmente per far valere le proprie ragioni. E per rivendicare con i fatti il ritorno dell’etica negli affari.

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